Sesso/lavoro: fatelo meno, fatelo meglio.

Sarà il caldo.
Oppure l’asfissiante crisi che toglie ogni voglia e desiderio
d’imprendere come d’accoppiarsi.
O magari quell’ansia da prestazione tanto chiacchierata e fino in fondo mai compresa, affrontata, superata.

Il fatto è che il problema è serio e andrebbe preso di petto, analizzato, spacchettato in singoli nodi e sciolto con pazienza e caparbietà.

Il fatto è che viviamo ancora in una società che ha un eccessivo bisogno di mostrarsi più bella, più alta, più professionale, più attraente e produttiva di com’è in realtà.

In ufficio puoi vedere persone tarantolate che si agitano in preda ad un furore quasi mistico, che ticchettano sulle tastiere come se non ci fosse un domani, che telefonano a tutti, in continuazione, parlando a voce alta e successivamente ripetendo a chiunque quanto hanno scritto e parlato.
Persone che passano in ufficio 10 ore ma che, a ben vedere, hanno prodotto al massimo per 3 o 4 e, dunque, hanno sprecato tempo utile che avrebbero potuto utilizzare per altre attività quali leggere un giornale o un libro, parlare con qualcuno per schiarirsi le idee, imparare una cosa nuova, fare un’attività socialmente utile.

E’ il grande paradosso del lavoro in ufficio che, spesso, in mancanza di elementi precisi di valutazione del rapporto tra processo produttivo e risultato, segue le stesse dinamiche di quello che io chiamo il sesso apparente, ovvero l’aspetto scenografico della prestazione che però non ci dice niente della reale soddisfazione rispetto alla performance.

E’ il dramma dei punti di vista che non si vogliono confrontare perché per farlo occorrerebbe dirsi delle scomodissime verità.

E allora se lo chiedi a lui:
“Com’è andata ieri?”
“ah beh, abbiamo fatto sesso per 2 ore di seguito, io ero concentratissimo, lei era estasiata!”
“mmm. E da che l’hai capito?”
“beh dai si intuisce, aveva gli occhi chiusi, sembrava in trance!”

Ma se lo chiedi a lei:
“Allora ieri?”
“beh sì, niente male, però dopo 20 minuti m’ero già stancata, dovevo andare al supermercato, chiamare l’estetista…”
“mmm. Glielo hai detto?”
“figurati, non avrebbe capito. Ho chiuso gli occhi, fatto la lista della spesa, ripassato la lezione di giapponese…”

Un’iperbole (of course…) giusto per dire che nel nostro contemporaneo sempre più raramente domanda e offerta si incontrano correttamente e il contesto economico e sociale richiede uno sforzo di aggiornamento dei parametri di valutazione.

Stare 8 ore in ufficio non significa necessariamente lavorare, così come copulare tutti i giorni non significa automaticamente soddisfare il proprio partner.
(Resistete alla voglia di fare paragoni e approfondimenti così come io ho resistito al desiderio di essere molto, molto più specifica di così).

Le posizioni tra datori di lavoro e lavoratori e tra partner sono ancora troppo pericolosamente irremovibili e non stimolano l’evoluzione positiva verso un dialogo più aperto che potrebbe migliorare, e molto, prestazioni e soddisfazioni reciproche.
La concertazione (con buona pace di Monti) è ancora il metodo più utile per raggiungere risultati migliori purché non si menta sulle reali capacità e si rispettino gli impegni presi.

Bisogna parlarsi, capirsi, trovare intese comuni su desideri e obiettivi.
Bisogna impegnarsi per una produttività reale, per sgonfiare la bolla dell’apparenza che fa più danni dello spread, a letto come al lavoro.

Sì lo so, il paragone vi pare osceno ma pensateci la prossima volta che fate l’amore o che, come me, invece di lavorare passate una buona mezzora a scrivere un post come questo ;)

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Succede che.

Avevo preparato l’annunciato articolo sulle strane corrispondenze tra gli atteggiamenti lavorativi e quelli sessuali ma po m’è venuta in mente un’altra cosa e, come sempre, finisco ad inseguire le farfalle come i bambini :)

Succede che leggendo qua e là su Internet, saltando da un giornale a un blog, passando da facebook a twitter con atterraggio morbido su Pinterest si perde un po’ il senso del tempo, dell’orientamento e anche un po’ il pregiudizio.

La tesi è questa: sono iperesposta.
Alcune cose le cerco, quasi tutte cercano me.
Leggo contenuti e vedo immagini ancora prima di sapere chi è l’autore.
Mi piace il punto di vista o l’inquadratura.
Poi approfondisco il giornalista, il blogger o il fotografo e scopro che è un fascista o, peggio, un laziale [sostituisci con comunista/romanista/quellochedisolitoschifi].

E mo’? che faccio? sono ancora d’accordo? mi piace ancora la foto? la condivido?
C’ho voglia di spiegare all’esercito (piccolo o grande) di amici e conoscenti questo improvviso cambio di fronte? Questo alto tradimento? Questo inspiegabile smarrimento di coerenza?

Mi trovo costretta a riflettere su cosa esattamente influenza la mia percezione e su quanto la grande abbuffata social mi stia, paradossalmente, costringendo a riappropriarmi di un’opinione pura, individuale, il più possibile scevra dal condizionamento del “sottopancia” (è di sinistra sono d’accordo/è di destra buuuuu).
E anche sul web la battaglia degli influencer impazza e non sai mai se quello che leggi lo leggi perché ti interessa o perché interessa uno cui sei interessata ma per altri motivi (lo so, è contorto ma è voluto. Rende l’idea.)

Non ve lo nego è un lavoro schifoso (cit.) perché si tratta di disseppellire, rianimare, rimettere in forma e allenare per le Olimpiadi il proprio senso critico che magari giaceva mollemente adagiato da anni sul soffice divano del qualunquismo e della polemica a prescindere.

Il risultato può essere sorprendente (non necessariamente in senso positivo): scoprirete muscoli neurali che non credevate esistessero e ne sarete lieti; vi troverete d’accordo con un articolo di Libero [sostituisci con FattoQuotidiano se ritieni] e vi verrà il panico.
Però, miracolosamente, ricomincerete a pensare e a guardarvi intorno e ad avere bisogno di confronto, di rappresentanza, di analisi, di approfondimento.

Insomma succede che l’ipotetica era dell’appiattimento globale potrebbe invece trasformarsi nell’era dell’abbattimento del pregiudizio a prescindere e del risveglio delle coscienze. Sempre che uno sia propenso al lavoro schifoso di cui sopra.

[nota 1: questo articolo non è frutto del mio pensiero ma di un mix di teorie orientali e subsahariane mutuate da un blog austriaco influenzato dalla mistica sudamericana]

[nota 2: quanto mi piacerebbe fare l’esperimento di pubblicazione di articoli senza firma del giornalista e senza testata di riferimento per vedere quanti riconoscono l’area di appartenenza]

[nota 3: tranquilli, l’articolo sul sesso è pronto, prima o poi lo pubblico]

Storia della mia gente (i pubblicitari) | Spot

Bellissimo articolo del Post.
Una storia triste (come tante) in cerca d’un lieto fine.
Ecco un piccolo abstract ma leggete tutto Storia della mia gente (i pubblicitari) | Spot.

Una volta il “pubblicitario” era un personaggio importante, strategico. Andava a pranzo con l’imprenditore, discuteva di strategie, di obiettivi, si interessava ai prodotti, univa il suo intuito da comunicatore a quello da uomo d’affari. E allora nascevano grandi casi di successo. Perché oggi non è più così? Eh, non ci sono più i pubblicitari di una volta, pensa. O forse… O forse la colpa non è solo dei pubblicitari.
In effetti la sua azienda – come tante aziende, dalle piccole alle multinazionali – ha iniziato a non dare più valore alle idee, a scegliere le agenzie più economiche, a chiedere sempre di più, di fare sempre di più, invece che pensare sempre meglio. A trattare l’acquisto del pensiero come si comprano i tondini di ferro. L’imprenditore si rende conto di non sapere nemmeno quale sia l’agenzia con cui lavora, come non sa chi rifornisce la cancelleria. Perché ha tanti fornitori, a seconda delle necessità. Del resto fino a ieri ha chiesto lui di ottimizzare, di fare gare al ribasso per qualsiasi progetto. Senza sapere nemmeno bene cosa stavano chiedendo alle agenzie. Senza accorgersi che anche lui stava diventando ingranaggio di un circolo vizioso inarrestabile…”

Io sto con la Minetti (senza se ma con un vabbè…)

Sia chiaro da subito: io sto con la Minetti.

Che modi sono mai questi?
Dopo tutti questi anni passati a ingoiare merda (se così la vogliamo chiamare) per organizzare e gestire tutte le vostre porcate, questo è il ringraziamento?
L’imposizione delle dimissioni a scoppio ritardato?
Un improvviso rigurgito di decenza che rischia di non farle prendere nemmeno il misero vitalizio tanto sudato?
Ragazzi su, non si fa così. E’ scorretto.

Vabbè, a parte gli scherzi, la faccenda sta così:
hanno bisogno delle sue dimissioni per dare una mano di bianco alla baracca per i soliti (tanti) creduloni e farsi un po’ di pubblicità gratis (alla quale noi contribuiamo attivamente).

Le trattative sono in corso già da un po’ perché Nicole per questo ennesimo sfruttamento (la dura vita delle ballerine igieniste vittime delle esigenze d’igiene dei loro datori di lavoro…) giustamente vuole essere retribuita e ricorda, appunto, il traguardo del vitalizio.

Nel frattempo c’è il processo Ruby in corso dal quale Nicole, in attesa di capire l’aria che tira, si tiene lontana: ha saltato 2 udienze mandando su tutte le furie la Boccassini che la vuole multare (spiccioli rispetto alle potenzialità di sviluppo economico della bella consigliera) ma prima o poi dovrà presentarsi.

Che fare allora?
un bell’accordo economico, il modo più sicuro di fare tutti contenti.
Nicole si dimette dietro lauto compenso prima del raggiungimento del vitalizio regionale, non può più invocare il legittimo impedimento ma il compenso di cui sopra sarà senz’altro sufficiente a pagare anche il suo silenzio.

Fantapolitica?
Eh sì, la nostra purtroppo.

Il mio (adorato) nemico Monti

Lo sapete da cosa si vede principalmente se una persona è veramente coraggiosa?
Dal livello dei suoi avversari.

Monti è un avversario di livello.
E’ preparato, è freddo, è carogna.
E’ cattolico praticante, contrario alla concertazione come allegoria del cerchiobottismo, spiccatamente imprenditorialista, estremista meritocratico asfaltatore di poveracci.
Lui e il suo squadrone di governo, rappresentano la destra con la quale sarebbe stato bello vedere alla prova l’allegro battaglione sinistrorso negli ultimi 20 anni.
E’ il leader che avrebbe potuto asfaltare un po’ di partiti, facendo confluire al suo interno molti uddiccini, iddivuisti, democristiani sparsi, parecchi pidiellini, nonché i numerosi piddini ambigui.

E se dall’altra parte avessimo finalmente potuto sfrondare, eliminare un po’ alla volta le zone grigie e far riemergere i grandi temi della sinistra, netti, semplici, essenziali come lavoro, giustizia sociale, cultura, laicità dello stato, forse ci saremmo potuti finalmente avvicinare un po’ ad un bipolarismo che non assomigliasse a una malattia mentale.
Avremmo potuto discutere di riforme, scontrarci su terreni diversi ma dando finalmente per acquisiti, da entrambe le parti, concetti come legalità, indipendenza della magistratura, libertà di informazione (forse) ma comunque avendo qualche certezza.

E invece no.
Così non ci piace, così non è divertente.
E poi tutti sti caproni che ce faccio?
E poi ‘ndo sta il Monti di sinistra?
E poi comunque c’è Silvio che c’ha le cose sue da sistemare,
Pierferdinando che so’ 20 anni che aspetta,
Nichi che deve afferma’ er principio,
Tonino che c’ha il chiodo fisso,
Pierluigi che è tanto stanco ma non molla,
Beppe che sogna una rivoluzione a sua immagine…

No non ce l’abbiamo ancora l’opportunità di essere una democrazia compiuta
perchè il nostro Parlamento (attuale e futuro) non ha anche fare con la politica ma con l’antropologia e in questo campo i cambiamenti richiedono ere geologiche,
non bastano stagioni elettorali.

in bocca al lupo a tutti noi.

“Il mio nemico non ha divisa,
ama le armi ma non le usa,
nella fondina tiene le carte VIsa
e quando uccide non chiede scusa
il mio nemico non ha nome
non ha nemmeno religione
e il potere non lo logora
il potere non lo logora
il mio nemico mi somiglia
è come me
lui ama la famiglia
e per questo piglia più di ciò che da
e non sbaglierà
ma se sbaglia un altro pagherà
e il potere non lo logora
il potere non lo logora “

(D. Silvestri – Il mio Nemico – Unò Duè 2002)

I gamberetti, gli anni ’80 e il futuro passato.

Non una rivisitazione contemporanea di un piatto simbolo di una stagione (per fortuna) superata. No, proprio loro: piccoli, mollicci, naviganti nel fluido rosa che dovrebbe esaltarli e invece, ahimè, come un abito sbagliato, ne mette in risalto tutti i difetti.

Cosa volevano rappresentare all’epoca?
E come possono essere sopravvissuti a 20 anni di rivoluzione culinaria?
Eppure lo sono. Come le giacche color crema dei camerieri che li servono, la musica che sento nella hall e i fiori finti sul banco della reception.

Sono lì, ci guardano e ci dicono, con malcelato disprezzo, sì siamo antichi, fuori tempo massimo, superati, disperati, ma non ci arrendiamo. Non cederemo mai, fino a quando i tedeschi mangeranno le nostre lasagne (unte, pallide, sconfortanti) e la nostra pizza (non lievitata, scondita, imbarazzante) e ci chiederanno il bis, noi non molleremo.

Quest’Italia mi atterrisce. E’ viva, presente, pericolosissima.
Figlia dell’arroganza craxiana e del falso boom berlusconiano, lungi dal pensionamento anche quando l’età e le circostanze lo consentirebbero, è aggrappata a un sogno rancido dal quale non vuole svegliarsi.
E sputa, scalcia, inveisce contro noi “giovani” (abbiamo 40 anni ma non importa: se noi non siamo adulti, loro non sono vecchi) che vogliamo sempre cambiare tutto, ci inventiamo diavolerie e disprezziamo le tradizioni e… “gradisce un altro po’ di salmone marinato?”

Ecco. No, non lo gradisco.
La tradizione non è inviolabile, soprattutto se fa schifo. Il delitto d’onore era tradizionale qualcuno per caso lo vuole indietro? (so che ci siete, bastardi!)

I gamberetti in salsa rosa sono lo stesso: retaggio infame di un decennio che dobbiamo superare. Psicologicamente e gastronomicamente.
E’ difficile, lo so, soprattutto per chi come me in quegli anni era adolescente e, in teoria, avrebbe dovuto spiccare il volo verso un luminoso, strabordante, ricco e cremoso futuro.

E allora, per quanto doloroso possa essere, dobbiamo liberarci di questa zavorra di sogni appiccicosi, moda orribile e cibo mistificato.
Dobbiamo superare il trauma, lasciar andare le brutture, elaborare il lutto.

Un mantra da recitare in compagnia per tagliare, finalmente e definitivamente, il cordone ombelicale con la parte di quel futuro passato che non ci interessa più.

Ripetiamo dunque tutti insieme:
addio spalline, eravate ignobili senza appello alcuno, peggiorative di qualunque look, emblema perfetto del tentativo posticcio di sembrare altro da noi ;
addio Claudio Baglioni, insostenibile lagnoso, Ligabue ti ha ormai rimpiazzato nei falò e pure lui è prossimo alla dipartita in quanto residuato bellico degli anni ’90;
addio
tortellini con la panna, pennette alla vodka, gamberi e gamberetti stuprati da salse volutamente barocche, noi oggi vi preferiamo nudi e, magari, crudi. 

Poi ognuno è libero di tenersi nel cassetto la sua privatissima scatolina amarcord (i gettoni, le biciclette, gli U2, la caduta del muro, lo zx spectrum, Troisi…) e magari fare ogni tanto un tuffo nel passato (io, ad esempio, andrò al concerto dei Duran a Roma; all’epoca li odiavo ora mi fanno tenerezza…sarà l’età!) purché si abbia ben chiaro che le cose senza tempo sono quelle che maturano e invecchiando migliorano, per tutto il resto, l’avrete capito, c’è l’addio… :)

Qui e oggi

Qui e oggi ho imparato a eliminare le scorie, ripulire il motore, prendere l’essenziale, inquadrare la direzione e partire.

Ho capito l’importanza di interiorizzare (digerire) il sistema e consapevolmente poi scegliere diversamente, affrontando con coerenza creativa ciò che non ci piace per trasformarlo in qualcosa che ci assomigli davvero.

Ho pensato che non avverto più il minimo senso di colpa verso i fuggitivi della mia vita, coloro che ad un certo punto, schiacciati dalla pressione e da un presunto antagonismo, hanno preferito mollare il colpo; spostare le proprie debolezze in una nuova casa e ricominciare da capo fino al prossimo capolinea.

Ho sentito sempre più impellente il desiderio di parlare, costruire, avere intorno uomini e donne che sanno infilarsi tra i miei spigoli e, senza annullarli, aggiungere equilibrio e morbidezze.

Ho trovato un cuore fatto di una materia a me finora sconosciuta, delicata ma potente, che mi accoglie tutti i giorni e mi circonda e mi annusa e si adegua e si difende. Tutto sempre con quel sorriso squisito che è quasi un’arma.

Qui e oggi m’è venuta voglia di età adulta, più responsabilità che guerra, molto lavoro, la giusta ricompensa, una pianificazione senza estremismi. Forse niente di così nuovo ma è la sensazione di calma che provo ad essere diversa.
Una forma di libertà intellettuale, di senso della misura di ciò che mi circonda, di sereno abbandono al mio essere e felicità intensa a tratti nel sentirlo così centrato.

Qui e oggi ribadisco che il nero è il mio colore preferito ma senza i dettagli fucsia non sarei io.