Nessuno tocchi le pierre.

L’immagine è stata realizzata da Emiliano Carli

“Quando è incominciato? La si può rigirare quanto si vuole, ma sempre lì si torna. Agli anni Ottanta. A quando, dopo il terrore delle bierre, la città scoprì il piacevole brivido delle pierre. Le feste, le pubbliche relazioni, le bollicine, la finanza, l’ascesa del virtuale, la fine della fabbrica, delle dinastie d’impresa che avevano fatto i soldi in tre generazioni. Nacquero veloci nuovi imperi, la fatica e il merito sembravano reperti archeologici. Le tangenti sempre più esose e i soldi dell’eroina riversati sulla città da Cosa Nostra generarono una speciale economia. E una speciale ideologia, che si burlava della serietà e amava lo sfarzo facile, trasformato in sinonimo di modernità.”

Questo scriveva ieri Nando Dalla Chiesa nel suo blog ospitato da Il Fatto Quotidiano, in un post dal titolo decisamente forte ma comprensibile, dati gli ultimi accadimenti: “Coca, soldi e voto di scambio. Non a Reggio, a Milano”.

Tutto condivisibile eppure quella frase sulle pierre proprio non m’è andata giù.
Sono settimane che rimugino su questo, che mi sento offesa nella mia professionalità dall’accostamente del mio lavoro alle feste dei De Romanis e alle ostriche di [inserisci nome a caso di indagato per peculato].

No, proprio non mi scende.
Intanto perché le relazioni pubbliche non sono le pierre.
E poi perché tanti, troppi, parlano di questo lavoro senza saperne un accidente.

Lungi da me l’idea di difendere a spada tratta tutta la categoria che senza dubbio è infiltrata da una sequela di incapaci/raccomandati/aperitivaioli/figlidi/vecchivolponi, semplicemente voglio sfatare qualche mito, qualche leggenda metropolitana che c’è stata appiccicata addosso da chi questo mestiere lo vede come un modo per guadagnare tanto senza fare granché.

Sto in media 10 ore al giorno davanti ad un computer.
Devo leggere il maggior numero di notizie e spunti nel minor tempo possibile.
Devo sempre avere un’idea di come va il mondo perché domani potrebbe chiamarmi un cliente che fa biscotti oppure uno che fa tubi innocenti (oppure Vendola!) e io devo essere in grado di trattare con competenza e accuratezza quasi ogni argomento.

Devo saper scrivere e bene. Devo essere in grado di sintetizzare in un progetto operativo, chiaro e comprensibile, pagine e pagine di documenti, obiettivi di marketing, posizionamenti di comunicazione.
E devo anche essere creativa perché il mercato è competitivo e bisogna aggredirlo con idee nuove, di impatto, in grado di portare i risultati richiesti.
La mia spada di Damocle quotidiana si chiama aggiornamento.

Devo saper fare i conti perché tutte queste attività vanno quotate e vendute al mio interlocutore quindi, devo essere anche un buon commerciale. Non solo: i budget li devo tenere sotto controllo, euro per euro, perché ho anche degli obiettivi interni di gross profit che non posso sgarrare.

Poi c’è la scelta dei collaboratori. Devo essere in grado di trovare le persone che traducano i progetti in realtà, che costruiscano uno stand, che gestiscano una pagina facebook, che si occupino del catering per un evento, che mi scrivano un trattato di 60 pagine sulla nidificazione del fringuello mattacchione.
Fotografi, designer, blogger, acrobati, nutrizionisti. Chiunque sia necessario alla realizzazione del progetto. E devo trattare con loro i compensi, chiudere gli accordi, scrivere i contratti.

Fatto questo semplice lavoro “d’ufficio” entra in gioco l’accounting ovvero la mediazione.
Io sono il punchball che divide cliente e fornitori/collaboratori durante la realizzazione del lavoro. Quella che prende gli insulti da ambo le parti, che deve comporre i contrasti e trovare le soluzioni, tenendo sempre a mente l’obiettivo da raggiungere. E i soldi e il tempo a disposizione per farlo.

Quindi arriva il momento della supervisione “esecutiva”, la parte che amo di più.
Quasi tutti la vedono come l’occasione in cui ti aggiri per una conferenza salutando persone con un bicchiere di chardonnay in mano.
Il più delle volte sei sdraiato a terra a rimontare un pezzo di palco rotto, sei dietro le quinte a spiegare al relatore di turno che la scaletta che ci hai messo mezza giornata a preparare (e che lui non ha letto) non è un esercizio di stile. O magari sei in ufficio alle due del mattino a monitorare la consegna di un sito, a correggere le bozze di un annual report, a montare un gadget per l’evento della mattina successiva.

Infine c’è il sorriso, quello che David Foster Wallace chiamerebbe il “sorriso professionale”: una specie di emiparesi che devi mantenere anche nelle situazioni più difficili, che devi allenare perché non sembri troppo forzato; quello che alla fine della giornata hai sorriso così tanto che ti fanno male le mandibole.

In tutto questo, nella vita reale, hai lavorato 14 ore, sei andato in trasferta 3 volte in una settimana, non hai fatto la spesa, non hai chiamato tua madre e il tuo fidanzato stenta a riconoscerti anche perché quanto torni a casa sei un piranha: muta ma aggressiva.
Nella vita reale, se hai una lunga seniority e sei stato molto, molto bravo, hai portato a casa uno stipendio che si aggira tra i 1.500 e i 2000 euro.
Una fortuna di questi tempi, sono la prima a dirlo, ma rileggetevi bene tutto l’iter sopra descritto, moltiplicate il processo per quattro o cinque clienti, aggiungete che quasi sempre devi fare tutto in contemporanea e poi venite a cercarmi per dirmi che non sono guadagnati.

Ecco, più o meno, cosa sono le relazioni pubbliche (e per vostra salute mentale non ho aggiunto tutta la parte di ufficio stampa che senz’altro qualche collega vorrà raccontare): un lavoro bellissimo e faticosissimo.
Un lavoro che non tutti possono fare perché richiede tante capacità, moltissima dedizione, grande resistenza fisica ed enorme elasticità mentale
Una professione vera e propria sulla quale io per prima amo ironizzare (basta vedere il mio cosa faccio) ma che non tollero veder accostata alla banale organizzazione di feste, pranzi o cene con i politicanti di turno o, peggio, come nella citazione di Dalla Chiesa, ad una decadenza etica e morale generalizzata.

Sia chiaro, io sono la prima a prediligere un approccio ludico al lavoro perché so, per inclinazione ed esperienza, che migliorare creatività e produttività, aiuta a sostenere la fatica fisica, scioglie le tensioni.
Sono anche nota per essere un’organizzatrice di feste, a volte piuttosto sopra le righe, ma è un’attività che riservo con grande gioia e partecipazione alla vita privata, con amici e parenti (paghiamo di tasca nostra, abbiamo le ricevute!!)

Ecco perché mi sono sentita colpita dalle generalizzazioni che ho letto e sentito in questi giorni: non siamo certo una categoria importante e seria come politici e avvocati, ma da qui a dipingerci come degli automi alimentati a Martini e Mojito e mascherati da maiali ce ne passa. O no?

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2 thoughts on “Nessuno tocchi le pierre.

  1. “La passione, si sente” (cfr. il gingle de “il sole 24 ore”.

    E senza passione, le relazioni si riducono al gioco del trenino (io-inchiappetto-te-perchè-lui-ha-inchiappettato-me-e-spero-di-essere-l’ultimo-della-fila).
    Nando Dalla Chiesa si riferiva certamente ai tanti trenini in giro.

    Ma, per fortuna, c’è anche altro.
    C’è, appunto, la passione: un tantino sovraccarica, come parola.
    Specialmente in Italia, dove millenni di cultura/retorica cattolica hanno anche aggiunto connotazioni negative, di sofferenza (insomma, il cilicio della Binetti, per intenderci).
    Forse dovresti inventare una parola nuova. Sei brava, prova.

    Ma la passione (o come la chiamerai) è bella, importante. E, soprattutto, utile.

    E’ la spinta contraria all’entropia che cresce inesorabilmente, nell’Universo.
    L’entropia delle cose (la Fisica è Fisica, c’è poco da discutere …) spinge anche all’entropia dell’umanità.
    A forza di trenini.

    La Fisica dice “L’energia si conserva, ma degradandosi”.
    La passione viola questa parte della legge, combatte strenuamente contro il “pur degradandosi”.

    Quindi, la passione è rigenerazione dal degrado. Indispensabile.

    Lascia perdere Nando Dalla Chiesa. Probabilmente si sta baloccando con qualche trenino.

    • Tra questo commento e la ricca telefonata fatta poc’anzi posso dire che anche questa domenica apparentemente noiosa ha fruttato spunti interessanti.

      La parola giusta c’è, è committment. In italiano sarebbe impegno…praticamente, da oltre ventanni a questa parte, una parolaccia o, peggio, una parola vuota che serve ad ammansire ma non a fare, risolvere.

      Il mio impegno quindi sarà, più che trovare un sinonimo efficace, dare nuovo lustro e concretezza a questo termine :)

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