Quello che marketing e comunicazione non dicono

marketingSuccede sempre così, passa un mese, accadono centinaia di cose al lavoro, nella vita privata, nella vita pubblica e io vorrei scrivere per ciascuna un post ma, chissà perché, dopo le prime 5 righe l’ispirazione mi abbandona.

Poi, in un giorno che non sembrava dovesse essere diverso dagli altri, apro facebook e trovo uno dei miei preferiti punti di riferimento per la satira, il grande Makkox (se non lo conoscete conoscetelo), che fa una vignetta su una storia vera che in qualche modo tira in ballo la mia professione e tutto il sommerso di un mese torna su, i miei neuroni pigri diventano iperattivi e cominciano a fare collegamenti, sale la tensione cerebrale e il desiderio di dire qualcosa in proposito.

Cominciamo proprio dal proposito, ovvero il marketing e la comunicazione.
Non vi farò lezioni e descrizioni, andate su wikipedia e saprete tutto (o quasi) quello che c’è da sapere su queste discipline che hanno rivoluzionato il mondo in cui viviamo come e più del motore a scoppio probabilmente.

Voglio soltanto constatare che in questi giorni mi è capitato più volte di leggere opinioni, dirette e riportate, di persone “normali” su questi mestieri e non erano per niente buone.
Truffatori, fuffologi, brutte persone che trasfigurano la realtà ad uso e consumo di aziende, istituzioni e politici, a danno della povera gente.

Ora, posto che non mi ritrovo pienamente in questa tragica immagine e che realizziamo soprattutto attività utili e positive, non c’è dubbio che il nostro lavoro per molti anni si è aggirato nelle tante zone grigie che circondano i codici etici e di autoregolamentazione della professione.
Sono una persona perbene e ritengo di affrontare al mia quotidianità lavorativa in modo trasparente e inattaccabile, ma non posso negare che in diverse circostanze avrei preferito poter rinunciare a determinati incarichi che, pur essendo totalmente leciti, avevano tratti e caratteristiche quantomeno ambigui.

I vasi di Pandora che si stanno lentamente ma inesorabilmente scoperchiando nel mondo, dalle banche alle grandi realtà industriali, dalla politica malata delle nazioni cosiddette civili alle primavere nei paesi arabi, dal femomeno delle startup emergenti a quello della piccola e media impresa morente, credo impongano una riflessione piuttosto seria su come e quanto il marketing e la comunicazione possono incidere in un percorso di rinnovamento globale.

Dobbiamo ancora sostenere con le nostre intelligenze e capacità delle realtà ormai indifendibili?

Dobbiamo ancora contribuire con tutta la nostra strategia a rendere più digeribili progetti, persone, personaggi che non hanno un reale valore intrinseco e per la comunità?

Dobbiamo ancora rimanere nell’ombra, dietro le quinte e fingere che la nostra professionalità non sarebbe strategica in un paese come l’Italia dove colpevolemente si specula sul “ci parliamo ma non ci capiamo” per giustificare molte nefandezze?

Non dobbiamo dire che ci siamo seduti troppo a lungo su budget troppo alti (e ora piangiamo la miseria che ci attanaglia) senza chiederci se potevamo fare qualcosa di più  e meglio per educare, rendere finalmente adulti aziende, Stato e cittadini?

Sì perché il nostro, se non l’aveste ancora capito, è un lavoro che si infila nei pertugi della vita quotidiana di ogni singolo cittadino e potrebbe, potenzialmente, essere  parte attiva e sostanziale di un grande cambiamento culturale.
Eppure anche in questo caso tendiamo ad essere singolo, a non pensare in grande, a non voler comprendere il potere che un atteggiamento più aperto e collaborativo potrebbe avere. E non vogliamo farlo perchè sappiamo (ce l’ha insegnato lo zio dell’Uomo Ragno) che da grandi poteri derivano grandi responsabilità e gli italiani sono in larga maggioranza ancora in una fase di pubertà mentale.

Io che invece da qualche anno ho capito che diventare adulti è nella natura delle cose ed è una bellissima esperienza, non solo vivo meglio ma penso in direzioni completamente differenti. Per 15 anni ho avuto l’opportunità di fare un mestiere entusiasmante che mi è costato enorme fatica, mi ha dato grandi soddisfazioni e insegnato moltissime cose.
Oggi rifletto sul fatto che forse è tempo di restituire un po’ di quello che ho imparato mettendo a disposizione le mie competenze solamente a chi dimostra di voler realmente costituire valore per la comunità.

Lo so, colleghi, che state pensando “è facile a dirsi ma poi i clienti sono quello che sono e se vuoi mangiare…”
Beh, per quanto mi riguarda l’idea di una totale inversione di pesi non mi crea nessuno scompenso: un lavoro “normale” per garantirmi il sostentamento, la comunicazione e le relazioni pubbliche come missione.

Quasi quasi, nel deserto di prospettive che ci circonda, questa è la cosa che assomiglia di più a un sogno.

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