Eroi, asini e sorelle guastafeste

Oggi voglio parlare di due parole: emergenza e pianificazione.
La prima è ben nota e, come nel caso che stiamo vivendo, è foriera di grandi tragedie ma anche terreno fertile nel quale crescono gli eroi e le eroine contemporanee.
E’ il luogo immaginario in cui sboccia il coraggio, si livellano le differenze, ci si dimentica della fatica e si lavora tutti insieme per spegnere l’incendio.
L’emergenza è dura ma è noblie, violenta ma purificatrice.
In questo quadro non c’è posto per i ragionatori, per i timidi, per i dubbiosi.
Si fa quel che si deve per salvare il salvabile.
 
Poi, ad un certo punto, ci si trova sulle macerie fumanti.
Ed è qui che di solito cade l’asino, anzi l’eroe.
Sfinito ma soddisfatto,
si guarda intorno alla ricerca di approvazione e di una nuova missione da compiere.
Ma la nuova missione è lunga, noiosa, spesso più dolorosa di quella compiuta.
Come si è verificata l’emergenza?
Ci sono responsabilità?
Cosa (e chi) dobbiamo cambiare nei nostri processi perché non se ne verifichi una nuova?
Come dobbiamo attrezzarci per fronteggiare la prossima?
Quanto tempo ci vorrà?
Dove troviamo le risorse?
 
Eccola là, la pianificazione.
La sorella guastafeste, quella che ti ricorda che per scalare una montagna devi prima imparare ad allacciarti le scarpe e a distinguere un riccio da una pigna.
La pesante, la “bisogna fare questo oggi, questo domani e quest’altro per i prossimi tre anni per cominciare a vedere i risultati”,
quella che ti ricorda che l’errore è parte dell’apprendimento
ma se fai lo stesso errore cento volte a parità di contesto sei un cretino
o, peggio, un delinquente.
 
Che palle vero?
Meglio mille volte ardere nel fuoco dell’emergenza
che consumarsi giorno per giorno nella quotidianità della pianificazione.

Leoni, pecore, giorni di morte, anni da vivere.

Persone piccole

Ho scritto (di getto, con qualche sbavatura di forma) al Presidente della Repubblica chiedendo un messaggio ufficiale dedicato alle bambine, bambini, ragazze e ragazzi e al grande sforzo che stanno facendo a tutela della salute collettiva.

Sono persone, hanno diritti, meritano informazioni chiare e corrette, prospettive affidabili e, soprattutto, rispetto.

Gentile Presidente,

in Italia vivono quasi 10 milioni di bambini e adolescenti.

A questi individui la pandemia ha tolto alcune tra le cose più importanti: la scuola (da un giorno all’altro), le relazioni con i nonni e gli altri parenti, le amicizie.

Moltissimi hanno potuto contare sulle famiglie ma molti altri vivono ai margini della povertà o sotto la sua soglia e in situazioni di abuso o violenza.

Da oltre un mese queste persone (perché questo sono, piccole persone) sono rinchiuse in prigione senza che nessuno si sia degnato di rivolgere loro un ringraziamento per lo sforzo che stanno facendo per il bene di tutti, senza dare loro un orizzonte di speranza, una prospettiva.

I media li hanno additati come untori e spaventati a morte con visioni apocalittiche, alcuni ignobili cittadini li hanno insultati perché prendevano una boccata d’aria in cortile o facevano una passeggiata sotto casa.

Riguardo alla scuola si parla solo di didattica a distanza come se questa potesse davvero colmare l’immenso vuoto relazionale che la chiusura ha comportato e come se, davvero, ci interessasse in un momento simile se hanno imparato bene la lezione di italiano.

Ci sarà tempo e modo per recuperare le materie, quello che non recupereranno invece, se nessuno li considera, li aiuta e li mette al centro del discorso pubblico e istituzionale, è la fiducia in quel mondo adulto che dovrebbe amarli, proteggerli e preparare per loro il miglior futuro possibile.

Le chiedo di pensare ad un messaggio loro dedicato, di immaginare la necessità che hanno di sentirsi pensati e importanti oltre le mura di casa, di vedere che lo Stato non li ha dimenticati e che quando i genitori si sforzano, tra mille pensieri e difficoltà, a rassicurarli che andrà tutto bene non stanno dicendo bugie.

Ho quasi 45 anni, una figlia di 6 e sono tra i fortunati che, ancora per un po’, avranno un tetto sulla testa e potranno mettere un pasto a tavola tutti i giorni, questo però non mi impedisce di essere preoccupata e, spesso, indignata per come il nostro Paese tratta la fetta più importante della sua popolazione, a partire dai tagli continui a scuola e servizi essenziali.

Il momento è difficile e noi sappiamo che molte cose cambieranno ma vogliamo sia fatto ogni sforzo possibile affinché cambino in meglio, soprattutto per le bambine e i bambini, i ragazzi e le ragazze che sono davvero la parte più bella e sana dell’Italia di oggi  e dovranno esserlo per quella di domani.

Fosse per me

Fosse per me canterei tutto il giorno.
Fosse per me leggerei tutta la notte.
Fosse per me mangerei a richiesta, farei solo bagni molto caldi, vedrei film a caso per piangere o ridere, dipende dai trigliceridi ingeriti.
Fosse per me scriverei frasi sconnesse su miriadi di fogli sparsi per la casa.
Starei a guardare il soffitto in penombra col gatto sulle ginocchia pensando a Edgar Allan Poe.
Fosse per me.
Ma per me non è,
il noi scalpita,
brucia,
richiede,
si incarta o incanta,
mi guarda e pretende.
Chiede vita, qui e ora, e io non posso che obbedire.
La tirannia dell’esistere.

Angosce quarantesimali

A farci paura non sono i morti.

Se così fosse saremmo già impazziti per Siria, Yemen, Libia, Mediterraneo.

A paralizzarci è l’idea che per stare al sicuro non basti più essere nati dalla parte giusta del mondo.

Il terrore sta nel privilegio sottratto con la brutalità indifferente di uno starnuto.

Nota bene

Devo, posso, voglio.
La vita delle persone ruota intorno a queste tre parole.
L’ordine di priorità con il quale vengono utilizzate definisce background, contesto, classe, potenzialità e personalità.