Informazioni su Acidorsa

Consulente in comunicazione e relazioni pubbliche. In gergo faccio cose e vedo gente, in realtà metto insieme gente per fare cose che poi tutti vedranno. E' un lavoro, giuro. Il mio motto è “non fare mai domande se non vuoi sapere le risposte”.

Tatagate

Ieri sono stata tra le protagoniste di uno dei più tristi dibattiti cui mi sia capitato di partecipare da quando frequento l’Internet.

Sarà che mi piace crogiolarmi nella mia bolla di persone apparentemente perbene e con dei valori che condivido, sarà perché essendo di allineamento caotico-sarcastico (questa è per specialisti) mi tengo spesso lontana dalle discussioni che possono farmi uscire dalle dita commenti brutali, comunque resta il fatto che ancora non mi era capitato.

Ma entriamo nel vivo.

Sono iscritta a un gruppo facebook privato frequentato da genitori, in prevalenza madri, in media di condizione socio-economica piuttosto agiata, che utilizzano questo sistema per scambiarsi consigli su aspetti legati alla genitorialità. Medici specialisti, luoghi di vacanza, posti dove mangiare con i bambini, consigli su come togliere il ciuccio, allattamento, opinioni sulle scuole e tutto il corollario del genitore contemporaneo.

Utilissimo per quanto mi riguarda se mi occorre il nome di un dentista per bambini o di un laboratorio di analisi in cui sono capaci di fare un prelievo ad una quattrenne senza legarla e anestetizzarla, meno per i consigli sulle vacanze nei resort a 5 stelle o sulla vendita di un attico di 200 mq in zona centralissima. Motivo per cui spesso leggo senza commentare, al massimo qua e là qualche consiglio su temi che mi sono affini o sulle quali ho informazioni dirette.

Una delle particolarità di questo gruppo, con ormai oltre ottomila iscritti, è che ci sono delle tendenze e degli argomenti ricorrenti, dovuti soprattutto alla condizione socio-economica di cui sopra: sono quasi tutte lavoratrici o lavoratori a tempo pieno, con impieghi impegnativi, che stanno molte ore fuori casa.

Uno degli argomenti in questione quindi è la selezione, la retribuzione, il trattamento e i feedback sulle lavoratrici domestiche e collaboratrici familiari, le famose o famigerate tate fisse lungo orario (da non confondere assolutamente con le baby sitter che, invece, sono il nostro rovescio poraccio della medaglia).

Ieri compare il post di una delle iscritte più attive che denuncia un episodio a suo dire gravissimo riportatole dal marito al rientro dal parco: una tata (“forse indiana”, cito testualmente) distratta a parlare al telefono non si accorge che il bambino di cui si occupa sta per finire sotto una giostra ma per fortuna intervengono un genitore e la giostraia che lo salvano. L’intento del post è far passare di bocca in bocca la notizia dell’accaduto in modo da risalire ai genitori e poter denunciare appunto la grave negligenza della tata.

È un coro di plausi alla lodevole iniziativa bilanciato da tempesta liberatoria di insulti alle sfaticate che disattendono al loro compito parlando sempre al telefono o, addirittura, socializzando con altre tate mentre i bambini giocano da soli o fra di loro e quindi vengono pagate per “farsi ore di svago al parco” (questo viene riportato in particolare da una madre che comunica di essersi appostata più volte a controllare l’operato della sua dipendente).

Le opinioni sono tutte più o meno concordi: è giusto cercare questi genitori e fargli sapere che, in sostanza, stanno affidando il loro bambino ad una sciagurata. Tutte compatte sull’utilità del messaggio, del mezzo, del fine, di tutto.

Tutte o quasi.

Si alzano infatti dal cantico addolorato sulle tate neglette due voci dissonanti: la mia e quella di un’amica che, ciascuna con il suo stile (leggi io perculativo-provocatorio, lei argomentativo-intelligente) facciamo notare che la faccenda ci sembra orrenda, disumana e decisamente distopica (cfr. in particolare Arkangel, Black Mirror II stagione).
Cerchiamo di far comprendere che pur volendo ammettere che l’intento sia privo di malafede e che l’indicazione della nazionalità della tata sia stata descritta esclusivamente per identificarla meglio (sic!), non è il modo migliore per segnalare a dei genitori (sconosciuti peraltro, così come la protagonista di questa triste storia) un’ipotetica incapacità della loro collaboratrice che magari si è sbagliata una volta solo in vita sua e che comunque, a sua insaputa, è oggetto di un’esposizione alla gogna in un’arena gremita da ottomila persone.
Si suggerisce che forse sarebbe stato più consono parlare con altri genitori al parco, informarsi in loco, si argomenta che non possiamo controllare tutto, che il concetto di fiducia e di delega è essenziale, che anche i genitori sono spesso distratti mentre i loro figli fanno disastri o si fanno male, che anche a noi sono capitati episodi simili ma si cerca di comprendere e soprattutto di evitare di generalizzare e di augurare licenziamenti in tronco, forche caudine, eliminazioni e punizioni corporali di ogni ordine e grado.

Apriti inferno.

Riporto un compendio degli “insulti” ricevuti (le virgolette sono indispensabili): cretina, non hai figli o non hai mai avuto tate, difendi la tata perché sei una tata, Laura Boldrini e Susanna Camusso, buonista, menefreghista, omertosa, mafiosa, insensibile, disoccupata, razzista dentro (perché se lo vedi negli altri il problema ce l’hai tu), è colpa di quelle come te se il paese va a rotoli.

Persone intimamente convinte che badare ai propri pargoli sia un privilegio e non un lavoro. Persone che, in verità, forse ‘ste tate vorrebbero non pagarle proprio data l’incredibile opportunità che gli concedono: un impiego, una bella casa, a volte perfino le vacanze e la possibilità di vedere come potrebbe essere magnifica la loro vita se non fossero soltanto delle tate. Indiane, filippine, messicane, venusiane, perfino italiane. Però tate. Una categoria umana specifica che, secondo testimonianze multiple della tribu dei genitori senza macchia,  nel migliore dei casi è premurosa con i bambini e stira bene ma assai più spesso è composta da un esercito infame di subdole pronte a tutto, maledette intruse che, nostro malgrado, si appropriano del frutto dei nostri lombi e si permettono perfino di fare degli errori mentre i genitori, là fuori, eroicamente sudano per salvare il mondo e per pagare loro lo stipendio, il vitto, l’alloggio e, diamine, perfino le ferie!

Le mie emozioni variano su una scala che va da Sauron a Ghandi.
Smetto di commentare tanto ho capito che non serve anche se la mia amica, sicuramente più ottimista e combattiva di me, mi dice che no dai, forse qualche dubbio sulla liceità della questione l’abbiamo instillato. Vado a dormire poco convinta.

Oggi, a mente fresca ecco le mie conclusioni sull’episodio, pacatamente, moderatamente, come piace a me: gente di merda. Maniaci del controllo, classisti, razzisti, forcaioli. Fascisti insomma.
Persone fermamente convinte che sia giusto esercitare i due pesi e le due misure, che ciò che si concede ai pari non vale per tutti, che i diritti sì ma dipende a chi, che l’errore è tale solo se lo commette qualcun altro, che le regole valgono ma loro sono giustificati, che la pena è corretta ma loro sono esentati.
Persone che crescono i loro figli in questo brodo e poi a me toccheranno ore di camera di consiglio per spiegare a Nina come affrontare questa tipologia di umani, possibilmente senza farsi arrestare.

Mai un dubbio, un sospetto, il pensiero di quella volta che la tragedia l’hai sfiorata tu e hai avuto solo culo, mai un’esitazione, un’incertezza. Mai uno specchio che funzioni quando serve, per guardarsi e, nel caso specifico, sputarsi doverosamente in un occhio.

Avevo un pregiudizio prima di entrare in questo gruppo, ora ho una certezza: tanta erba cattiva, di quella che si sradica con difficoltà.

E vota.

Guardiamoci intorno, aspettiamoci il peggio, abbracciamoci forte.

Annunci

Lamezia, mondo.

La storia di Lamezia, indicibile e sconvolgente, è una delle milioni di storie simili di donne e dei loro figli, in Italia e in ogni parte del mondo.
Un universo pieno di merda che si estende dagli uffici eleganti alle baracche di lamiere.
Questa è una guerra, le parole non bastano più, le sfumature sono finite, ci sono tanti colpevoli e troppi complici che non vedono, non sentono, non parlano.
Sputo in faccia a chiunque osi ancora fare distinguo, ai media che fanno troppa fatica a scegliere le parole, a quelli in cerca di visibilità che prendono d’ufficio le difese degli aggressori e umiliano le vittime.
Non voto più, non giustifico più, non sento più ragioni che non prospettino un cambiamento radicale nel parlare, nel programmare, nell’agire.
Non accetto discussioni che non partano dall’ammissione che, sì, purtroppo l’uomo è un essere feroce che se non viene adeguatamente formato e educato dalla nascita, cede facilmente al desiderio di usare forza e/o potere per ottenere quello che vuole, perpetrando violenza, fisica, sessuale e psicologica su soggetti più deboli, di qualunque genere.
Se non li educa la famiglia deve farlo la scuola, se non lo fa la scuola deve farlo lo Stato. Se lo fanno tutti e tre meglio.
Ci vorranno decenni, sarà doloroso, ci saranno vittime e danni collaterali.
Ma, seriamente, che alternative ci sono a parte l’estinzione?

Molto, troppo, a caldo lo so.
Ma ho le budella ancora contorte.

 

Pensa a Bruce Wayne

“Non è tanto chi sei, quanto quello che fai, che ti qualifica”.

Ah, quanta ragione Bruce mio, quanta ragione.

Da quando il post “Avete rotto il cazzo” è mio malgrado diventato virale, ho ricevuto molti messaggi che mi chiedevano di scrivere anche il rovescio della medaglia, ovvero i vizi dei collaboratori e dei liberi professionisti che si interfacciano con le imprese.

Essendo sostanzialmente un’anarchica un po’ pigra, non ho avvertito nessuna necessità specifica di ragionare in questo senso fino all’11 ottobre, giorno in cui ho speso 100 euro, mi sono alzata alle 4.45 e ho rinunciato ad un pomeriggio con mia figlia per partecipare ad un evento a Milano dedicato proprio ai freelance.

Com’è ovvio si tratta di un’opinione del tutto personale, parziale e non risolutiva. Lo ripeto perché tra i lettori, statisticamente, si annida sempre un coro greco che si aspetta da me la risposta ai mali del mondo. Accannate (per la traduzione rivolgetevi al vostro amico romano più vicino).

Insomma dopo 3 ore di Trenitalia stranamente piacevoli, due colazioni, la metro e una passeggiata in una Milano assolata e tiepidina, arrivo all’evento che si prevede della durata di una giornata con molti panel, anche in contemporanea. Si svolge al BASE, una location molto grande, bella, tipicamente post industriale.

Sulla carta sembra un appuntamento interessante: fare il punto sul lavoro autonomo, contarsi, parlarsi, capire, presentare le nuove forme aggregative, le strategie di pricing per i professionisti, la mutua assistenza, le piattaforme di sostegno, le opportunità di business e, naturalmente, come in ogni evento del genere….fare networking!

Così io, professionista in transito dalla dipendenza all’indipendenza, spavalda ma timorosa come la Catalogna post referendaria, candida e munita dei miei nuovi (bellissimi!) fiammanti biglietti da visita, mi approccio felice a questo happening.

E dopo 2 ore voglio dare fuoco a tutto e a tutti.

Le “sale” in realtà sono un unico grande stanzone nudo con sedie sparse qua e là a simulare degli spazi differenziati, non c’è wifi aperto (o se c’è non viene comunicato), ci sono fotocopie storte dentro la cartella distribuita ai partecipanti, non si sente nulla perché per evitare il rimbombo fanno parlare i relatori senza microfono, gli interventi sono uno appiccicato all’altro, non c’è spazio per domande e approfondimenti. Per fare networking dovrei scrivere il mio nome a mano (pur essendomi registrata in anticipo) su un adesivo da appiccicarmi alla giacca e girare attaccando bottone con degli sconosciuti.
I partner presentano le loro attività su delle scrivanie in mezzo al nulla corredate da rollup che ridefiniscono il concetto di tristezza.
Avvisto un’installazione artistica con proiettore su scatola di cartone e schermo realizzato con telo bianco spiegazzato e alcune postazioni, anch’esse improvvisate, dove si fanno massaggi. Il relax del freelance. Il freelax.
Ho un capogiro, vado al bar, adocchio il rum ma resisto e opto per il caffè (col senno di poi: errore).

Riprendo coraggio e cerco di seguire la presentazione dell’attività di uno dei partner dell’evento che è quella che mi interessa di più ma rinuncio. Non sono ancora così in confidenza con il relatore da farmi sussurrare nell’orecchio tutta la pappardella sperando di riuscire a capire qualcosa.

Sconfortata mi avvio all’uscita ma prima di andare via intravedo due organizzatrici così, mossa (giuro!) da spirito costruttivo, mi avvicino e sorridendo e faccio notare che la pessima qualità audio della location non è certo un vantaggio per i partecipanti ma anche per i relatori e gli sponsor.
Si avvia il seguente epico dialogo:
IO – certo è un peccato, non si sente nulla…
LORO – eh sì c’è il rimbombo
IO – eh, infatti, la location forse non è adatta, i panel sono tutti in un corridoio
LORO – eh ma è l’unica così grande gratis! (ci saranno 300 persone in tutto e non in contemporanea, n.d.r.)
IO – eh ma si possono trovare anche location gratis o a prezzi bassissimi adatte a questo tipo di eventi
LORO – eh no a Milano è difficile
IO – sì, lo so, è il mio lavoro, ma muovendosi per tempo si possono avere i patrocini, ci sono le aziende e altri spazi anche a prezzi competitivi. E poi forse vale la pensa far pagare un piccolo biglietto ma offrire un buon servizio anche agli sponsor che così non riescono a presentare i loro prodotti…
LORO – eh ma questi non sono proprio sponsor e poi nessuno pagherebbe un biglietto
IO – comunque voi rappresentate i liberi professionisti, ce ne sono di bravi che organizzano eventi magari potevate farvi dare una mano…
LORO – eh sì sì certo ma è difficile….

Vena ingrossata, sorriso tirato, saluti, sipario.
Andando via penso che è vero. E’ difficile, proprio difficile in questo momento non pensare che siete pure voi dei grandi P E R A C O T T A R I.

Ma come? Vi presentate come quelli che vorrebbero spiegare ai freelance il valore della loro professione, l’importanza di essere uniti e compatti contro il nemico (le imprese e la P.A., n.d.r.) che ci sfrutta, ci maltratta, ci fa lavorare male, sbaglia i tempi di assegnazione del lavoro e paga a babbo morto; vorreste essere soggetto politico “pesante” sull’agenda, fare massa critica, cambiare il substrato culturale, guardare al futuro…e per ottenere tutto questo che fate?
Organizzate un evento che sembra una festa di compleanno delle medie nel 1987.
Purtroppo siamo a Milano, la capitale degli eventi e del business, trent’anni dopo.
Ora senza dubbio io sono ipersensibile sul tema ma, sinceramente, come dovrei valutare lo standing e l’affidabilità del soggetto promotore e dei contenuti guardando il telo raggrinzito su cui campeggiano slide sbiadite?
Non c’è budget? Non hai la competenza organizzativa?
Ma sei il paladino delle nuove forme di lavoro liquido, della mutua assistenza e del networking, chiedi aiuto agli associati, fai una call, un crowdfunding, una colletta co’ la limonata, qualcosa cribbio!

[attenzione: da qui in poi probabile presenza di parolacce]

Trova 5 sponsor seri e metti insieme ‘sti cazzo de 5k che servono per la decenza minima: una location adatta, un service audio, un allestimento intelligente. Ma soprattutto un event manager che sappia cosa deve fare per farvi ottenere il risultato.
Autotassati perché mi darai il buon esempio e io sarò felice di pagare un piccolo prezzo per partecipare e coprire le spese. In fondo per guadagnare bisogna investire no? È questo che ci insegnano gli imprenditori o sbaglio?
Oppure ricorri alla tecnologia, chiuditi in una sala con una connessione seria, fai i panel in streaming e apri una sessione di Q&A.
Oppure rinuncia e aspetta fino a quando non potrai offrire un servizio adeguato a quello che vuoi dire.

E invece no. Anche qui nozze, fichi secchi e approssimazione a pacchi.
E allora se il mondo dei freelance di domani, quelli che vorrebbero cambiare la visione del lavoro cosiddetto indipendente, è così che si vede, in ciabatte e in ritardo ad un appuntamento importante, forse le aziende non hanno tutti i torti quando ci trattano con sufficienza e ci pagano una miseria.
Ci presentiamo spesso carichi di richieste e recriminazioni ma anche ripieni di scarsa attenzione alla qualità, ai dettagli, alle scadenze; sprezzanti verso la fatica che quell’azienda ha fatto per racimolare un budget che pagherà anche il nostro pezzettino di lavoro.
Sembra che l’unica cosa che ci interessi davvero è toglierci dai coglioni questi che ci chiamano e ci chiedono cose  e non capiscono quanto siamo artisti, creativi, geniali, liberi e indipendenti.

E sciatti.

Se non facciamo attenzione, se non alziamo il livello, non ci prenderanno mai sul serio e continueranno a pensare che, tutto sommato, siamo solo delle persone che non avevano voglia di timbrare il cartellino.
E sarà piuttosto difficile dargli torto.

Avete rotto il cazzo

[disclaimer: post politicamente, moralmente e istituzionalmente scorretto, immotivatamente scelto per riattivare il blog dopo 3 anni di silenzio. Statece.]

Sono 20 anni che lavoro di cui 17 in comunicazione e relazioni pubbliche.
Sulla mia strada ho fatto, visto e affrontato di tutto: allestimenti alle 3 del mattino, relatori impazziti che ti danno buca all’ultimo momento, trombe d’aria e temporali che ti distruggono la location dell’evento, crisi mediatiche di ogni genere e sorta, combattimenti all’ultimo budget con amministratori delegati con manie di grandezza e tasche a chiocciola. Insomma tutto il corollario possibile di un lavoro che per sua stessa natura è incerto e mutevole.

Ho potuto però sudare, soffrire, piangere, incazzarmi e stancarmi fino allo svenimento alle dipendenze di un capo esigente (eufemisticamente parlando) ma capace, corretto e puntuale nelle scadenze (soprattutto quelle bancarie) e sotto l’ombrello di un blindatissimo contratto che mi ha consentito di ammalarmi, fare ferie e addirittura riprodurmi.
Ero una giovane polemica inesperta scassacazzi e ora sono una adulta polemica professionista scassacazzi ma ho avuto le mie chances: ho fatto la gavetta, sono cresciuta, ho preso degli aumenti, mi sono affezionata alla mia azienda e al mio lavoro, ho potuto fare le mie scelte, compresa quella di dire che questa vita così com’è non mi appartiene più (ma questa è un’altra storia e, forse, un altro post).

Ultimamente sento spesso un chiacchiericcio lamentoso di imprenditori e dirigenti che si dolgono perché non trovano “giovani o professionisti disposti a lavorare/sacrificarsi/fare la gavetta/crescere/prendersi responsabilità”, perché “arrivano qui e poi magari dopo 3 mesi non si trovano  bene e se ne vanno e noi dobbiamo ricominciare da capo”.

Come è possibile? Mo’ ve lo spiego come.

Avete passato gli ultimi 10 anni ad insegnare e ripetere fino allo sfinimento a studenti, stagisti, amici, parenti, figli, che:

  • il mercato è cambiato
  • bisogna essere flessibili
  • il posto fisso è superato
  • freelance a partita IVA è bello perché sei più libero
  • non ci sono certezze
  • bisogna avere competenze diversificate
  • bisogna essere disponibili a cambiare città o addirittura paese
  • bisogna saper parlare 12 lingue
  • l’esperienza è più importante dei soldi

e daje e daje loro hanno imparato, si sono adattati, hanno trovato nuovi modi e nuove forme e adesso, quando li volete ligi, ossequiosi e obbedienti dietro ad una scrivania a spalare la vostra merda triste 12 ore al giorno per 1000 euro lordi al mese vi mandano a cagare.

Non sviluppano nessuna affettività nei confronti dell’azienda, vi vedono solo come un bancomat che, al limite, può insegnargli una cosa nuova da vendere al prossimo giro.
Non si sacrificano fuori orario per il bene supremo della società, per una visione che appartiene solo a chi guadagna sulle loro spalle.
Non considerano un’opportunità dividere le responsabilità ma non i profitti, hanno altri paradigmi di professionalità (mi dici cosa vuoi, lo faccio, mi paghi, ciao) e di vita (mi piace la montagna, fanculo te e la tua reperibilità, vado 3 mesi in Nepal).
Non comprano casa e quindi sticazzi della garanzia del mutuo (tanto magari domani parto per Glasgow a imparare come si addestrano i salmoni).

E tutte queste cose gliele avete insegnate voi, in oltre 10 anni di crisi in cui avete mantenuto le vostre rendite di posizione sulle spalle di chi non aveva modo di “difendersi”. In 10 anni di “il tuo contratto scade tra 1 settimana e non te lo rinnoviamo, scusa il poco preavviso ma aspettavamo delle risposte dai clienti”, in 10 anni di stipendi striminziti, ingiusti e senza prospettive.

E così è arrivata la mutazione genetica e siete voi ora quelli spiazzati, quelli con le strutture mastodontiche, ministeriali, che non solo non riescono ad accogliere le forme di lavoro “liquide” che avete fortemente contribuito a creare, ma non rappresentano più nemmeno una reale attrattiva economica e professionale perché a queste persone l’idea di stare 10 o 20 anni nella stessa azienda a sudarsi 100 euro lordi d’aumento ogni 5 (quando va bene), fa venire l’orticaria.

Dove porterà tutto questo in termini economici e di mercato sul lungo termine di certo non so dirvelo io.

L’unica cosa che dal profondo del cuore mi sento di dire è:
loro hanno ragione e voi, davvero, avete rotto il cazzo.

 

 

Nessuna madre è speciale

Questo post farà probabilmente arrabbiare qualcuno e ci saranno migliaia di studi psicopedagogici pronti a smentirmi (vi prego, segnalatemeli così imparo cose nuove) ma ho avuto questo pensiero e quindi lo esprimo.

Credo davvero che non ci sia nulla di miracoloso e telepatico nel rapporto madre-figlio. Forse vale fino a che si allatta al seno ma non sono nemmeno tanto convinta di questo.

Come farebbero sennò i genitori single a crescere i loro figli? E i genitori omosessuali (e sappiamo che lo possono fare e bene)?
E quelli adottivi?

Allattamento a parte, i padri sono in grado di fare con i figli esattamente le stesse cose delle madri.

Non è vero che noi “lo facciamo meglio”, è solo che prestiamo molta più attenzione e mettiamo molta più concentrazione su una cosa che ci è costato un’enorme fatica produrre e ci costa un’enorma fatica mantenere.

Ho visto uomini porre la stessa attenzione nel fare la squadra del fantacalcio, nel riparare la moto o cucinare un risotto.

Non è mancanza di capacità o poteri speciali, è mancanza di abitudine e volontà

PreVisioni non richieste

La prolungata astinenza lavorativa, le esalazioni dei pannolini e la quotidiana abbuffata di notizie e adv
mi hanno procurato una visione del prossimo futuro in termini di marketing e pr:
il #lessismore e #lessissexy navigano a velocità sostenuta verso il mainstream,
spinti dal vento delle sforbiciate politico-mediatiche alla spesa pubblica operate da Renzi
e  del rinnovato anelito di contrasto al consumismo selvaggio (non è più da sfigati, n.d.r.).
Molte delle prossime strategie e campagne implicheranno quindi un concetto tipo
“compra il mio prodotto/servizio e ti insegnerò/aiuterò a fare a meno di tutto il resto”.
Declinazioni a piacere.
Ne resterà soltanto uno e non sono io.
Segnatevi che l’ho detto prima di xy.

Riprodursi non è un obbligo

Premessa1: post politicamente scorrettissimo sulla genitorialità. Farà incazzare molti ma è un punto di vista non una verità assoluta quindi andateci piano con gli insulti che vi banno.

Premessa 2: ho una figlia di 5 mesi che ho voluto e di cui sono entusiasta. Anche perché se a 38 anni fai un figlio per “sbaglio” forse è il caso che ti poni qualche domanda.

Però non ero obbligata a diventare madre.

Ma è una cosa naturale, dite. Forse lo era 50 0 100 anni fa quando si facevano figli a raffica (grazie anche all’assenza di contraccezione) e non ci si preoccupava troppo se a 6 anni raccoglievano cicoria nei campi o stavano nella fabbrica di famiglia a intossicarsi con le tinture. Anzi era proprio uno dei motivi per cui si facevano. Un po’ come nei paesi in via di sviluppo oggi no?

Se consideriamo però che ormai siamo 6 miliardi e nel ricco occidente fare un figlio è diventato una specie di gara a chi “costruisce” il prodotto migliore, mi sento di dire: se non avete il desiderio, l’afflato, l’opportunità, lasciate perdere. Ho mille volte più stima di chi decide consapevolmente di non fare un figlio non essendo proprio sicuro di volerlo, rispetto a chi decide di farlo a tutti i costi pur sapendo di non avere le condizioni (e non mi riferisco prioritariamente a quelle economiche).

La differenza è sottile ma sostanziale perché oggi, nel 2014, se non hai capito cosa comporta avere della prole o sei cretino o sei in malafede.

Ripeto, non si tratta più di accoppiarsi, partorire e sperare che sopravvivano a sufficienza per lavorare e portare anche loro il pane a casa. Oggi, visto che l’evoluzione ha voluto che ce ne occupassimo con molta più attenzione, dobbiamo sapere che un figlio è un impegno gravosissimo, fisico e psicologico. Soprattutto alla veneranda età in cui ci ritroviamo a farli.

Ti mette in discussione, ti costringe ad imparare una cosa nuova al minuto, ti tira fuori tutti i lati positivi e negativi. Ti mostra cose del tuo compagno/a che non avresti mai voluto sapere o vedere. Ti costringe ad una selezione feroce di parenti, amici, appuntamenti. Ti mette nella condizione di imparare il significato di priorità ed applicarlo militarmente, pena la sopravvivenza stessa della famiglia che tanto faticosamente metti su.

Quindi se non avete alcuna intenzione di cambiare i vostri ritmi, se credete che ripetere le stesse cose cento volte sia assurdo e fare versi e pernacchie leda la vostra dignità, se non ammettete l’ipotesi che il frutto dei vostri lombi possa essere totalmente diverso da voi, se non avete la minima dimestichezza con la manifestazione dell’affetto, se non pensate sia necessario rivedere le vostre abitudini per dare il buon esempio, se non riuscite a concepire grazia in una routine e a vivere i doveri con serenità, fate un favore a voi stessi e al mondo: non vi riproducete.
Di esseri umani psichicamente instabili ne abbiamo già abbastanza senza che vi ci trasformiate anche voi e tiriate su altri infelici.

Pensateci. Bene. E quando ci avete pensato, pensateci ancora perché in questa nostra società così competitiva, malata, utilitaristica e scarsamente solidale, fare un figlio ha a che fare non solo con l’esigenza di perpetrare la specie ma con l’enorme responsabilità di crescere individui migliori di noi.

 

Post Scriptum speranzoso che, in parte, smentisce, ribalta e riequilibra l’amaritudine del post politicamente scorrettissimo. “Mi contraddico? Certo che mi contraddico! Sono vasto, contengo moltitudini” (W. Whitman).

Ieri ho conosciuto un ragazzo di vent’anni con una figlia di 1 anno chiaramente frutto di un incidente. “Lei prendeva anche la pillola!” mi ha detto con una frase ancora carica di stupore ma senza un filo di rammarico. Avevo appena salutato i suoi genitori, energici e pieni di entusiasmo per la nipote. Ho guardato questo quadro con attenzione, distratta appena dal mio fardello paffutello che sgambettava nel marsupio e ho pensato “vedi che bello però”. In fondo è un vizio tutto italiano quello di considerarsi “giovani” fino a cinquant’anni: a venti sei adulto, puoi lavorare e votare e, quindi, anche riprodurti. Anzi forse è molto meglio che farlo a quaranta, in questa Italia scellerata in cui non ci sono mai state (e forse mai ci saranno) risorse a sostegno dei genitori e la rete di protezione della famiglia d’origine è indispensabile. A questo punto, se non si è contrari per principio all’idea, meglio anticipare di 15 anni abbondanti l’evento, arrivare intorno ai trenta con una prole già “avviata” e potersi dedicare magari meglio al lavoro senza quelle brusche interruzioni di carriera che, ad esempio, le donne ultratrentacinquenni sono costrette ad affrontare causa figli. E poi vuoi mettere? Ci si ritroverebbe a intorno ai quarantacinque anni con figli maggiorenni, liberi di goderci  questa fantastica età e pronti (forse) a diventare nonni a nostra volta.

Vuoi vedere che la soluzione sta in un ritorno ad abitudini passate miste a consapevolezze contemporanee?

Niente sesso, siamo giovani.

E’ qualche giorno che impazza sui giornali e in tv lo scandalo delle “baby squillo” e la cosa mi ha immediatamente fatto venire una lggera ma persistente forma di orticaria.
Così, tra una poppata e l’altra alla mia baby squillante di un mese giusto oggi, ho scritto di getto un pensiero sui gggiovani, sul sesso, sul nostro modo di vederlo e sul pessimo modo di parlarne e consumarlo. (Subito dopo c’è stato anche l’affaire Paolini ma ho preferito soprassedere anche se, per certi versi, queste parole si adattano anche a questa vita disgraziata).

Non dovremmo stupirci e colpevolizzare adolescenti che esprimono curiosità e desiderio sessuale e che fanno immani cazzate con enorme leggerezza (peraltro facilitati dalla nostra distrazione, ignoranza e resistenza alla loro crescita).
Dovremmo piuttosto non dare tregua agli adulti che trovano appetibile fare sesso con un minore e sono disposti a pagare per concedersi questo sfizio.
Sono tanti, sono troppi, sono ovunque intorno a noi, nascosti nelle pieghe della nostra normalità ipocrita che preferisce tenere i ragazzi il più a lungo possibile lontani dalla sessualità, piuttosto che renderli edotti e capaci di compiere scelte consapevoli, capire cosa è buono e cosa no.
E sì i social network facilitano, sì i cattivi esempi e la società dei consumi non aiutano, ma queste cose non sono la causa del problema.
La causa siamo noi, gli adulti, ed è da noi che deve arrivare se non la soluzione, almeno un segnale forte di cambiamento.
Magari si potrebbe partire dal linguaggio e dalla non amplificazione mediatica di dettagli pruriginosi ad uso e consumo dei voyeur e di tutti i “vorrei ma non ho il coraggio, mi accontento del racconto, ditemi di più, di più…”.
Oppure potremmo cominciare a ribadire che fare sesso può essere appagante anche se non c’è l’Amore purché ci sia divertimento, rispetto, reciprocità e attenzione alla salute.
E questo vale ad ogni età ma ancora di più in quella in cui fare esperienza è un mantra quotidiano, in cui tutti noi siamo stati almeno una volta in bilico su quel limite tra bene e malissimo, così grigio, così fumoso, così noioso.
E potremmo con l’occasione riflettere su come cerchiamo con ogni mezzo di evitare il conflitto, senza pensare alla più diretta conseguenza: si perde, da entrambe le parti, la capacità di dire “no, questo non mi piace, non lo faccio, non lo fai” con tutto il carico di responsabilità che comporta.

E’ dura, durissima, ma forse in questa società così veloce e radicalmente diversa da quella in cui noi siamo stati adolescenti, invece di continuare a guardarli come alieni e a dire “ai miei tempi era diverso”, dovremmo trovare strade nuove per interagire con questi individui, capirne le reali esigenze, i fastidi e le mancanze e smetterla di considerarli adulti solo quando ci fa comodo.
Dovremmo forse spostare l’obiettivo dal sesso in quanto tale e puntarlo su tutto lo squallido corollario di queste vicende che altro non fa che sottolineare quanto stiamo trascurando di chiedergli “ma tu in che paese vorresti vivere da grande?” e quanto, soprattutto, non abbiamo voglia davvero di ascoltare la risposta.

Che imprenditori (sono) saranno i Maker?

Dopo mesi passati a leggere tweet e articoli sulle start up digitali, sul vento di cambiamento che dal basso, tra gioco, tecnologia, condivisione e internazionalizzazione, cambierà il nostro prossimo futuro, ero davvero curiosa di capire l’aria che si respirava in questo nuovo brodo primordiale dell’imprenditoria in Italia.

Quindi ieri con la mia panza di 12 kg e 40 settimane, ho deciso di rotolarmi fino al Palazzo dei Congressi per visitare la MakerFaire di Roma con atteggiamento da puro spettatore, visto che io la tecnologia la uso ma di certo non la invento. E sono andata insieme ad Antonello che è, se vogliamo, un maker tradizionale: cuoco ma anche falegname, musicista, macchinista teatrale. Insomma, un artigiano.

Prima di tutto voglio dire che l’evento è stato sicuramente un successo dal punto di vista dello storytelling e dell’ufficio stampa (e di questo da esperta di comunicazione non posso che essere contenta): vedere un pubblico così eterogeneo è stato bello, mi ha fatto fare un sospiro di sollievo se non altro rispetto alla capacità delle persone di incuriosirsi ancora.

Oltre al celebratissimo e geniale Arduino che “tutti” conoscono con la sua filosofia open e le infinite declinazioni, abbiamo visto molte cose interessanti (applicazioni tecnologiche in campo medico, musicale, del design, ecc.) e qualcosa meno, fatto fisiologico solitamente nelle prime edizioni di un evento che poi si vanno raffinando nel tempo.
Girando per gli stand però, quello che ci ha più colpito è che i semplici visitatori, i non-maker, erano soprattutto attratti dalla robotica da gioco e dalla stampa 3D che, diciamolo, sembravano essere l’innovazione più evidente e “spinta” della fiera.

Ora, capiamoci, niente di male, ma questo aspetto ci ha fatto domandare: quindi l’innovazione del futuro starà nel fatto che ciascuno di noi potrà stamparsi a casa qualunque oggetto desideri (spesso usando la plastica)? o costruirsi facilmente un piccolo robot controllabile da smartphone, il sogno che si avvera di ogni ex-bambino appassionato di Meccano?

Non dico che fosse questa l’intenzione dell’evento e so perfettamente che il dibattito è molto più ampio e profondo, ma credo non si possa trascurare l’effetto che questo tipo di “invenzioni” hanno sull’uomo comune e la responsabilità che i maker hanno nel costruire nuovi modelli industriali.

Se è vero infatti che la capacità di condivisione e globalizzazione è un tratto distintivo di questa generazione di artigiani tecnologici (come giustamente si ricorda in questo articolo su Futuro Artigiano, anche se non condivido la “bastonatura” in toto degli artigiani tradizionali che fino ad oggi hanno resistito con encomiabile sforzo), mi domando quanti di loro sopravviveranno alla prova del mercato e se quelli che ce la faranno sapranno costruire una nuova visione e prospettiva nel mondo del lavoro e del concetto di consumo.

La loro sarà una rivoluzione che, spinta dal desiderio di rivalsa contro uno stato vecchio, pigro e assente, produrrà “solo” profitto e nuove esclusioni sociali o saprà incidere anche sulla trasformazione necessaria a livello politico e sindacale?
I maker rimarranno un sorta di circolo esclusivo di pionieri che si sentono diversi, che vanno avanti coraggiosamente a dispetto di tutto e tutti o sono disposti a riconoscere e collaborare anche con i non-maker, con i lavoratori normali che, ci piaccia o no, mandano avanti la sgangherata macchina italiana?
Sono interessati anche a impegnarsi per spiegare ai consumatori dei loro prodotti, che bisogna  cambiare mentalità?

Insomma, una volta posizionati con successo sul mercato, cresceranno come degli Olivetti o come dei Riva?

La domanda è volutamente estrema ma, a  mio avviso, necessaria in un Paese in cui da tanti, troppi anni l’imprenditoria ha smesso di produrre progresso e benessere sociale, investendo in finanza più che in capitale umano e riempiendosi la bocca di innovazione, digitalizzazione senza in realtà cambiare nessuna delle scelte distruttive (selezione della classe dirigente in primis) che hanno prodotto il deserto nel quale ci troviamo a vivere e lavorare. Le persone, “prodotto” di questa gestione dissennata, non possono essere abbandonate al loro destino, vanno considerate nel quadro generale del futuro che si vuole costruire, altrimenti non faremo che girare il remake di un brutto film.

Quindi, go maker e in bocca al lupo: fateci sognare e non fateci ricredere.