Nel dubbio, pensa a Bruce Wayne

“Non è tanto chi sei, quanto quello che fai, che ti qualifica”.

Ah, quanta ragione Bruce mio, quanta ragione.

Da quando il post “Avete rotto il cazzo” è mio malgrado diventato virale, ho ricevuto molti messaggi che mi chiedevano di scrivere anche il rovescio della medaglia, ovvero i vizi dei collaboratori e dei liberi professionisti che si interfacciano con le imprese.

Essendo sostanzialmente un’anarchica un po’ pigra, non ho avvertito nessuna necessità specifica di ragionare in questo senso fino all’11 ottobre, giorno in cui ho speso 100 euro, mi sono alzata alle 4.45 e ho rinunciato ad un pomeriggio con mia figlia per partecipare ad un evento a Milano dedicato proprio ai freelance.

Com’è ovvio si tratta di un’opinione del tutto personale, parziale e non risolutiva. Lo ripeto perché tra i lettori, statisticamente, si annida sempre un coro greco che si aspetta da me la risposta ai mali del mondo. Accannate (per la traduzione rivolgetevi al vostro amico romano più vicino).

Insomma dopo 3 ore di Trenitalia stranamente piacevoli, due colazioni, la metro e una passeggiata in una Milano assolata e tiepidina, arrivo all’evento che si prevede della durata di una giornata con molti panel, anche in contemporanea. Si svolge al BASE, una location molto grande, bella, tipicamente post industriale.

Sulla carta sembra un appuntamento interessante: fare il punto sul lavoro autonomo, contarsi, parlarsi, capire, presentare le nuove forme aggregative, le strategie di pricing per i professionisti, la mutua assistenza, le piattaforme di sostegno, le opportunità di business e, naturalmente, come in ogni evento del genere….fare networking!

Così io, professionista in transito dalla dipendenza all’indipendenza, spavalda ma timorosa come la Catalogna post referendaria, candida e munita dei miei nuovi (bellissimi!) fiammanti biglietti da visita, mi approccio felice a questo happening.

E dopo 2 ore voglio dare fuoco a tutto e a tutti.

Le “sale” in realtà sono un unico grande stanzone nudo con sedie sparse qua e là a simulare degli spazi differenziati, non c’è wifi aperto (o se c’è non viene comunicato), ci sono fotocopie storte dentro la cartella distribuita ai partecipanti, non si sente nulla perché per evitare il rimbombo fanno parlare i relatori senza microfono, gli interventi sono uno appiccicato all’altro, non c’è spazio per domande e approfondimenti. Per fare networking dovrei scrivere il mio nome a mano (pur essendomi registrata in anticipo) su un adesivo da appiccicarmi alla giacca e girare attaccando bottone con degli sconosciuti.
I partner presentano le loro attività su delle scrivanie in mezzo al nulla corredate da rollup che ridefiniscono il concetto di tristezza.
Avvisto un’installazione artistica con proiettore su scatola di cartone e schermo realizzato con telo bianco spiegazzato e alcune postazioni, anch’esse improvvisate, dove si fanno massaggi. Il relax del freelance. Il freelax.
Ho un capogiro, vado al bar, adocchio il rum ma resisto e opto per il caffè (col senno di poi: errore).

Riprendo coraggio e cerco di seguire la presentazione dell’attività di uno dei partner dell’evento che è quella che mi interessa di più ma rinuncio. Non sono ancora così in confidenza con il relatore da farmi sussurrare nell’orecchio tutta la pappardella sperando di riuscire a capire qualcosa.

Sconfortata mi avvio all’uscita ma prima di andare via intravedo due organizzatrici così, mossa (giuro!) da spirito costruttivo, mi avvicino e sorridendo e faccio notare che la pessima qualità audio della location non è certo un vantaggio per i partecipanti ma anche per i relatori e gli sponsor.
Si avvia il seguente epico dialogo:
IO – certo è un peccato, non si sente nulla…
LORO – eh sì c’è il rimbombo
IO – eh, infatti, la location forse non è adatta, i panel sono tutti in un corridoio
LORO – eh ma è l’unica così grande gratis! (ci saranno 300 persone in tutto e non in contemporanea, n.d.r.)
IO – eh ma si possono trovare anche location gratis o a prezzi bassissimi adatte a questo tipo di eventi
LORO – eh no a Milano è difficile
IO – sì, lo so, è il mio lavoro, ma muovendosi per tempo si possono avere i patrocini, ci sono le aziende e altri spazi anche a prezzi competitivi. E poi forse vale la pensa far pagare un piccolo biglietto ma offrire un buon servizio anche agli sponsor che così non riescono a presentare i loro prodotti…
LORO – eh ma questi non sono proprio sponsor e poi nessuno pagherebbe un biglietto
IO – comunque voi rappresentate i liberi professionisti, ce ne sono di bravi che organizzano eventi magari potevate farvi dare una mano…
LORO – eh sì sì certo ma è difficile….

Vena ingrossata, sorriso tirato, saluti, sipario.
Andando via penso che è vero. E’ difficile, proprio difficile in questo momento non pensare che siete pure voi dei grandi P E R A C O T T A R I.

Ma come? Vi presentate come quelli che vorrebbero spiegare ai freelance il valore della loro professione, l’importanza di essere uniti e compatti contro il nemico (le imprese e la P.A., n.d.r.) che ci sfrutta, ci maltratta, ci fa lavorare male, sbaglia i tempi di assegnazione del lavoro e paga a babbo morto; vorreste essere soggetto politico “pesante” sull’agenda, fare massa critica, cambiare il substrato culturale, guardare al futuro…e per ottenere tutto questo che fate?
Organizzate un evento che sembra una festa di compleanno delle medie nel 1987.
Purtroppo siamo a Milano, la capitale degli eventi e del business, trent’anni dopo.
Ora senza dubbio io sono ipersensibile sul tema ma, sinceramente, come dovrei valutare lo standing e l’affidabilità del soggetto promotore e dei contenuti guardando il telo raggrinzito su cui campeggiano slide sbiadite?
Non c’è budget? Non hai la competenza organizzativa?
Ma sei il paladino delle nuove forme di lavoro liquido, della mutua assistenza e del networking, chiedi aiuto agli associati, fai una call, un crowdfunding, una colletta co’ la limonata, qualcosa cribbio!

[attenzione: da qui in poi probabile presenza di parolacce]

Trova 5 sponsor seri e metti insieme ‘sti cazzo de 5k che servono per la decenza minima: una location adatta, un service audio, un allestimento intelligente. Ma soprattutto un event manager che sappia cosa deve fare per farvi ottenere il risultato.
Autotassati perché mi darai il buon esempio e io sarò felice di pagare un piccolo prezzo per partecipare e coprire le spese. In fondo per guadagnare bisogna investire no? È questo che ci insegnano gli imprenditori o sbaglio?
Oppure ricorri alla tecnologia, chiuditi in una sala con una connessione seria, fai i panel in streaming e apri una sessione di Q&A.
Oppure rinuncia e aspetta fino a quando non potrai offrire un servizio adeguato a quello che vuoi dire.

E invece no. Anche qui nozze, fichi secchi e approssimazione a pacchi.
E allora se il mondo dei freelance di domani, quelli che vorrebbero cambiare la visione del lavoro cosiddetto indipendente, è così che si vede, in ciabatte e in ritardo ad un appuntamento importante, forse le aziende non hanno tutti i torti quando ci trattano con sufficienza e ci pagano una miseria.
Ci presentiamo spesso carichi di richieste e recriminazioni ma anche ripieni di scarsa attenzione alla qualità, ai dettagli, alle scadenze; sprezzanti verso la fatica che quell’azienda ha fatto per racimolare un budget che pagherà anche il nostro pezzettino di lavoro.
Sembra che l’unica cosa che ci interessi davvero è toglierci dai coglioni questi che ci chiamano e ci chiedono cose  e non capiscono quanto siamo artisti, creativi, geniali, liberi e indipendenti.

E sciatti.

Se non facciamo attenzione, se non alziamo il livello, non ci prenderanno mai sul serio e continueranno a pensare che, tutto sommato, siamo solo delle persone che non avevano voglia di timbrare il cartellino.
E sarà piuttosto difficile dargli torto.

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Avete rotto il cazzo

[disclaimer: post politicamente, moralmente e istituzionalmente scorretto, immotivatamente scelto per riattivare il blog dopo 3 anni di silenzio. Statece.]

Sono 20 anni che lavoro di cui 17 in comunicazione e relazioni pubbliche.
Sulla mia strada ho fatto, visto e affrontato di tutto: allestimenti alle 3 del mattino, relatori impazziti che ti danno buca all’ultimo momento, trombe d’aria e temporali che ti distruggono la location dell’evento, crisi mediatiche di ogni genere e sorta, combattimenti all’ultimo budget con amministratori delegati con manie di grandezza e tasche a chiocciola. Insomma tutto il corollario possibile di un lavoro che per sua stessa natura è incerto e mutevole.

Ho potuto però sudare, soffrire, piangere, incazzarmi e stancarmi fino allo svenimento alle dipendenze di un capo esigente (eufemisticamente parlando) ma capace, corretto e puntuale nelle scadenze (soprattutto quelle bancarie) e sotto l’ombrello di un blindatissimo contratto che mi ha consentito di ammalarmi, fare ferie e addirittura riprodurmi.
Ero una giovane polemica inesperta scassacazzi e ora sono una adulta polemica professionista scassacazzi ma ho avuto le mie chances: ho fatto la gavetta, sono cresciuta, ho preso degli aumenti, mi sono affezionata alla mia azienda e al mio lavoro, ho potuto fare le mie scelte, compresa quella di dire che questa vita così com’è non mi appartiene più (ma questa è un’altra storia e, forse, un altro post).

Ultimamente sento spesso un chiacchiericcio lamentoso di imprenditori e dirigenti che si dolgono perché non trovano “giovani o professionisti disposti a lavorare/sacrificarsi/fare la gavetta/crescere/prendersi responsabilità”, perché “arrivano qui e poi magari dopo 3 mesi non si trovano  bene e se ne vanno e noi dobbiamo ricominciare da capo”.

Come è possibile? Mo’ ve lo spiego come.

Avete passato gli ultimi 10 anni ad insegnare e ripetere fino allo sfinimento a studenti, stagisti, amici, parenti, figli, che:

  • il mercato è cambiato
  • bisogna essere flessibili
  • il posto fisso è superato
  • freelance a partita IVA è bello perché sei più libero
  • non ci sono certezze
  • bisogna avere competenze diversificate
  • bisogna essere disponibili a cambiare città o addirittura paese
  • bisogna saper parlare 12 lingue
  • l’esperienza è più importante dei soldi

e daje e daje loro hanno imparato, si sono adattati, hanno trovato nuovi modi e nuove forme e adesso, quando li volete ligi, ossequiosi e obbedienti dietro ad una scrivania a spalare la vostra merda triste 12 ore al giorno per 1000 euro lordi al mese vi mandano a cagare.

Non sviluppano nessuna affettività nei confronti dell’azienda, vi vedono solo come un bancomat che, al limite, può insegnargli una cosa nuova da vendere al prossimo giro.
Non si sacrificano fuori orario per il bene supremo della società, per una visione che appartiene solo a chi guadagna sulle loro spalle.
Non considerano un’opportunità dividere le responsabilità ma non i profitti, hanno altri paradigmi di professionalità (mi dici cosa vuoi, lo faccio, mi paghi, ciao) e di vita (mi piace la montagna, fanculo te e la tua reperibilità, vado 3 mesi in Nepal).
Non comprano casa e quindi sticazzi della garanzia del mutuo (tanto magari domani parto per Glasgow a imparare come si addestrano i salmoni).

E tutte queste cose gliele avete insegnate voi, in oltre 10 anni di crisi in cui avete mantenuto le vostre rendite di posizione sulle spalle di chi non aveva modo di “difendersi”. In 10 anni di “il tuo contratto scade tra 1 settimana e non te lo rinnoviamo, scusa il poco preavviso ma aspettavamo delle risposte dai clienti”, in 10 anni di stipendi striminziti, ingiusti e senza prospettive.

E così è arrivata la mutazione genetica e siete voi ora quelli spiazzati, quelli con le strutture mastodontiche, ministeriali, che non solo non riescono ad accogliere le forme di lavoro “liquide” che avete fortemente contribuito a creare, ma non rappresentano più nemmeno una reale attrattiva economica e professionale perché a queste persone l’idea di stare 10 o 20 anni nella stessa azienda a sudarsi 100 euro lordi d’aumento ogni 5 (quando va bene), fa venire l’orticaria.

Dove porterà tutto questo in termini economici e di mercato sul lungo termine di certo non so dirvelo io.

L’unica cosa che dal profondo del cuore mi sento di dire è:
loro hanno ragione e voi, davvero, avete rotto il cazzo.

 

 

Nessuna madre è speciale

Questo post farà probabilmente arrabbiare qualcuno e ci saranno migliaia di studi psicopedagogici pronti a smentirmi (vi prego, segnalatemeli così imparo cose nuove) ma ho avuto questo pensiero e quindi lo esprimo.

Credo davvero che non ci sia nulla di miracoloso e telepatico nel rapporto madre-figlio. Forse vale fino a che si allatta al seno ma non sono nemmeno tanto convinta di questo.

Come farebbero sennò i genitori single a crescere i loro figli? E i genitori omosessuali (e sappiamo che lo possono fare e bene)?
E quelli adottivi?

Allattamento a parte, i padri sono in grado di fare con i figli esattamente le stesse cose delle madri.

Non è vero che noi “lo facciamo meglio”, è solo che prestiamo molta più attenzione e mettiamo molta più concentrazione su una cosa che ci è costato un’enorme fatica produrre e ci costa un’enorma fatica mantenere.

Ho visto uomini porre la stessa attenzione nel fare la squadra del fantacalcio, nel riparare la moto o cucinare un risotto.

Non è mancanza di capacità o poteri speciali, è mancanza di abitudine e volontà

Riprodursi non è un obbligo

Premessa1: post politicamente scorrettissimo sulla genitorialità. Farà incazzare molti ma è un punto di vista non una verità assoluta quindi andateci piano con gli insulti che vi banno.

Premessa 2: ho una figlia di 5 mesi che ho voluto e di cui sono entusiasta. Anche perché se a 38 anni fai un figlio per “sbaglio” forse è il caso che ti poni qualche domanda.

Però non ero obbligata a diventare madre.

Ma è una cosa naturale, dite. Forse lo era 50 0 100 anni fa quando si facevano figli a raffica (grazie anche all’assenza di contraccezione) e non ci si preoccupava troppo se a 6 anni raccoglievano cicoria nei campi o stavano nella fabbrica di famiglia a intossicarsi con le tinture. Anzi era proprio uno dei motivi per cui si facevano. Un po’ come nei paesi in via di sviluppo oggi no?

Se consideriamo però che ormai siamo 6 miliardi e nel ricco occidente fare un figlio è diventato una specie di gara a chi “costruisce” il prodotto migliore, mi sento di dire: se non avete il desiderio, l’afflato, l’opportunità, lasciate perdere. Ho mille volte più stima di chi decide consapevolmente di non fare un figlio non essendo proprio sicuro di volerlo, rispetto a chi decide di farlo a tutti i costi pur sapendo di non avere le condizioni (e non mi riferisco prioritariamente a quelle economiche).

La differenza è sottile ma sostanziale perché oggi, nel 2014, se non hai capito cosa comporta avere della prole o sei cretino o sei in malafede.

Ripeto, non si tratta più di accoppiarsi, partorire e sperare che sopravvivano a sufficienza per lavorare e portare anche loro il pane a casa. Oggi, visto che l’evoluzione ha voluto che ce ne occupassimo con molta più attenzione, dobbiamo sapere che un figlio è un impegno gravosissimo, fisico e psicologico. Soprattutto alla veneranda età in cui ci ritroviamo a farli.

Ti mette in discussione, ti costringe ad imparare una cosa nuova al minuto, ti tira fuori tutti i lati positivi e negativi. Ti mostra cose del tuo compagno/a che non avresti mai voluto sapere o vedere. Ti costringe ad una selezione feroce di parenti, amici, appuntamenti. Ti mette nella condizione di imparare il significato di priorità ed applicarlo militarmente, pena la sopravvivenza stessa della famiglia che tanto faticosamente metti su.

Quindi se non avete alcuna intenzione di cambiare i vostri ritmi, se credete che ripetere le stesse cose cento volte sia assurdo e fare versi e pernacchie leda la vostra dignità, se non ammettete l’ipotesi che il frutto dei vostri lombi possa essere totalmente diverso da voi, se non avete la minima dimestichezza con la manifestazione dell’affetto, se non pensate sia necessario rivedere le vostre abitudini per dare il buon esempio, se non riuscite a concepire grazia in una routine e a vivere i doveri con serenità, fate un favore a voi stessi e al mondo: non vi riproducete.
Di esseri umani psichicamente instabili ne abbiamo già abbastanza senza che vi ci trasformiate anche voi e tiriate su altri infelici.

Pensateci. Bene. E quando ci avete pensato, pensateci ancora perché in questa nostra società così competitiva, malata, utilitaristica e scarsamente solidale, fare un figlio ha a che fare non solo con l’esigenza di perpetrare la specie ma con l’enorme responsabilità di crescere individui migliori di noi.

 

Post Scriptum speranzoso che, in parte, smentisce, ribalta e riequilibra l’amaritudine del post politicamente scorrettissimo. “Mi contraddico? Certo che mi contraddico! Sono vasto, contengo moltitudini” (W. Whitman).

Ieri ho conosciuto un ragazzo di vent’anni con una figlia di 1 anno chiaramente frutto di un incidente. “Lei prendeva anche la pillola!” mi ha detto con una frase ancora carica di stupore ma senza un filo di rammarico. Avevo appena salutato i suoi genitori, energici e pieni di entusiasmo per la nipote. Ho guardato questo quadro con attenzione, distratta appena dal mio fardello paffutello che sgambettava nel marsupio e ho pensato “vedi che bello però”. In fondo è un vizio tutto italiano quello di considerarsi “giovani” fino a cinquant’anni: a venti sei adulto, puoi lavorare e votare e, quindi, anche riprodurti. Anzi forse è molto meglio che farlo a quaranta, in questa Italia scellerata in cui non ci sono mai state (e forse mai ci saranno) risorse a sostegno dei genitori e la rete di protezione della famiglia d’origine è indispensabile. A questo punto, se non si è contrari per principio all’idea, meglio anticipare di 15 anni abbondanti l’evento, arrivare intorno ai trenta con una prole già “avviata” e potersi dedicare magari meglio al lavoro senza quelle brusche interruzioni di carriera che, ad esempio, le donne ultratrentacinquenni sono costrette ad affrontare causa figli. E poi vuoi mettere? Ci si ritroverebbe a intorno ai quarantacinque anni con figli maggiorenni, liberi di goderci  questa fantastica età e pronti (forse) a diventare nonni a nostra volta.

Vuoi vedere che la soluzione sta in un ritorno ad abitudini passate miste a consapevolezze contemporanee?

Niente sesso, siamo giovani.

E’ qualche giorno che impazza sui giornali e in tv lo scandalo delle “baby squillo” e la cosa mi ha immediatamente fatto venire una lggera ma persistente forma di orticaria.
Così, tra una poppata e l’altra alla mia baby squillante di un mese giusto oggi, ho scritto di getto un pensiero sui gggiovani, sul sesso, sul nostro modo di vederlo e sul pessimo modo di parlarne e consumarlo. (Subito dopo c’è stato anche l’affaire Paolini ma ho preferito soprassedere anche se, per certi versi, queste parole si adattano anche a questa vita disgraziata).

Non dovremmo stupirci e colpevolizzare adolescenti che esprimono curiosità e desiderio sessuale e che fanno immani cazzate con enorme leggerezza (peraltro facilitati dalla nostra distrazione, ignoranza e resistenza alla loro crescita).
Dovremmo piuttosto non dare tregua agli adulti che trovano appetibile fare sesso con un minore e sono disposti a pagare per concedersi questo sfizio.
Sono tanti, sono troppi, sono ovunque intorno a noi, nascosti nelle pieghe della nostra normalità ipocrita che preferisce tenere i ragazzi il più a lungo possibile lontani dalla sessualità, piuttosto che renderli edotti e capaci di compiere scelte consapevoli, capire cosa è buono e cosa no.
E sì i social network facilitano, sì i cattivi esempi e la società dei consumi non aiutano, ma queste cose non sono la causa del problema.
La causa siamo noi, gli adulti, ed è da noi che deve arrivare se non la soluzione, almeno un segnale forte di cambiamento.
Magari si potrebbe partire dal linguaggio e dalla non amplificazione mediatica di dettagli pruriginosi ad uso e consumo dei voyeur e di tutti i “vorrei ma non ho il coraggio, mi accontento del racconto, ditemi di più, di più…”.
Oppure potremmo cominciare a ribadire che fare sesso può essere appagante anche se non c’è l’Amore purché ci sia divertimento, rispetto, reciprocità e attenzione alla salute.
E questo vale ad ogni età ma ancora di più in quella in cui fare esperienza è un mantra quotidiano, in cui tutti noi siamo stati almeno una volta in bilico su quel limite tra bene e malissimo, così grigio, così fumoso, così noioso.
E potremmo con l’occasione riflettere su come cerchiamo con ogni mezzo di evitare il conflitto, senza pensare alla più diretta conseguenza: si perde, da entrambe le parti, la capacità di dire “no, questo non mi piace, non lo faccio, non lo fai” con tutto il carico di responsabilità che comporta.

E’ dura, durissima, ma forse in questa società così veloce e radicalmente diversa da quella in cui noi siamo stati adolescenti, invece di continuare a guardarli come alieni e a dire “ai miei tempi era diverso”, dovremmo trovare strade nuove per interagire con questi individui, capirne le reali esigenze, i fastidi e le mancanze e smetterla di considerarli adulti solo quando ci fa comodo.
Dovremmo forse spostare l’obiettivo dal sesso in quanto tale e puntarlo su tutto lo squallido corollario di queste vicende che altro non fa che sottolineare quanto stiamo trascurando di chiedergli “ma tu in che paese vorresti vivere da grande?” e quanto, soprattutto, non abbiamo voglia davvero di ascoltare la risposta.

Che imprenditori (sono) saranno i Maker?

Dopo mesi passati a leggere tweet e articoli sulle start up digitali, sul vento di cambiamento che dal basso, tra gioco, tecnologia, condivisione e internazionalizzazione, cambierà il nostro prossimo futuro, ero davvero curiosa di capire l’aria che si respirava in questo nuovo brodo primordiale dell’imprenditoria in Italia.

Quindi ieri con la mia panza di 12 kg e 40 settimane, ho deciso di rotolarmi fino al Palazzo dei Congressi per visitare la MakerFaire di Roma con atteggiamento da puro spettatore, visto che io la tecnologia la uso ma di certo non la invento. E sono andata insieme ad Antonello che è, se vogliamo, un maker tradizionale: cuoco ma anche falegname, musicista, macchinista teatrale. Insomma, un artigiano.

Prima di tutto voglio dire che l’evento è stato sicuramente un successo dal punto di vista dello storytelling e dell’ufficio stampa (e di questo da esperta di comunicazione non posso che essere contenta): vedere un pubblico così eterogeneo è stato bello, mi ha fatto fare un sospiro di sollievo se non altro rispetto alla capacità delle persone di incuriosirsi ancora.

Oltre al celebratissimo e geniale Arduino che “tutti” conoscono con la sua filosofia open e le infinite declinazioni, abbiamo visto molte cose interessanti (applicazioni tecnologiche in campo medico, musicale, del design, ecc.) e qualcosa meno, fatto fisiologico solitamente nelle prime edizioni di un evento che poi si vanno raffinando nel tempo.
Girando per gli stand però, quello che ci ha più colpito è che i semplici visitatori, i non-maker, erano soprattutto attratti dalla robotica da gioco e dalla stampa 3D che, diciamolo, sembravano essere l’innovazione più evidente e “spinta” della fiera.

Ora, capiamoci, niente di male, ma questo aspetto ci ha fatto domandare: quindi l’innovazione del futuro starà nel fatto che ciascuno di noi potrà stamparsi a casa qualunque oggetto desideri (spesso usando la plastica)? o costruirsi facilmente un piccolo robot controllabile da smartphone, il sogno che si avvera di ogni ex-bambino appassionato di Meccano?

Non dico che fosse questa l’intenzione dell’evento e so perfettamente che il dibattito è molto più ampio e profondo, ma credo non si possa trascurare l’effetto che questo tipo di “invenzioni” hanno sull’uomo comune e la responsabilità che i maker hanno nel costruire nuovi modelli industriali.

Se è vero infatti che la capacità di condivisione e globalizzazione è un tratto distintivo di questa generazione di artigiani tecnologici (come giustamente si ricorda in questo articolo su Futuro Artigiano, anche se non condivido la “bastonatura” in toto degli artigiani tradizionali che fino ad oggi hanno resistito con encomiabile sforzo), mi domando quanti di loro sopravviveranno alla prova del mercato e se quelli che ce la faranno sapranno costruire una nuova visione e prospettiva nel mondo del lavoro e del concetto di consumo.

La loro sarà una rivoluzione che, spinta dal desiderio di rivalsa contro uno stato vecchio, pigro e assente, produrrà “solo” profitto e nuove esclusioni sociali o saprà incidere anche sulla trasformazione necessaria a livello politico e sindacale?
I maker rimarranno un sorta di circolo esclusivo di pionieri che si sentono diversi, che vanno avanti coraggiosamente a dispetto di tutto e tutti o sono disposti a riconoscere e collaborare anche con i non-maker, con i lavoratori normali che, ci piaccia o no, mandano avanti la sgangherata macchina italiana?
Sono interessati anche a impegnarsi per spiegare ai consumatori dei loro prodotti, che bisogna  cambiare mentalità?

Insomma, una volta posizionati con successo sul mercato, cresceranno come degli Olivetti o come dei Riva?

La domanda è volutamente estrema ma, a  mio avviso, necessaria in un Paese in cui da tanti, troppi anni l’imprenditoria ha smesso di produrre progresso e benessere sociale, investendo in finanza più che in capitale umano e riempiendosi la bocca di innovazione, digitalizzazione senza in realtà cambiare nessuna delle scelte distruttive (selezione della classe dirigente in primis) che hanno prodotto il deserto nel quale ci troviamo a vivere e lavorare. Le persone, “prodotto” di questa gestione dissennata, non possono essere abbandonate al loro destino, vanno considerate nel quadro generale del futuro che si vuole costruire, altrimenti non faremo che girare il remake di un brutto film.

Quindi, go maker e in bocca al lupo: fateci sognare e non fateci ricredere.

Siate seri se potete

Avevo in lavorazione un articolato post sul tema del planning strategico e su quanto questa capacità sia sottovalutata nel mercato del lavoro.
In questo momento della mia vita in cui mi appresto ad affrontare la nascita di un figlio, generatore di “disordine” per antonomasia, mi sembrava utile aprire una discussione su quanto in Italia l’idea di pianificare, organizzare, stabilire delle linee guida e un coordinamento sia vissuta come una specie di tortura anziché come una risorsa fondamentale che consente al talento e alla creatività di esprimersi al meglio. Una riflessione un po’ sofisticata forse visto il paese e il contesto in cui sto vivendo.
E infatti, mentre ancora lavoravo al post, accadono uno dietro l’altro i seguenti fatti:

  • Letta va all’Assemblea dell’ONU a New York e dice che l’Italia è un Paese “giovane e affidabile”;
  • Telecom Italia fa una fusione con la spagnola Telefonica e il presidente Bernabé in audizione al senato dichiara candidamente di averlo appreso dai comunicati stampa;
  • metà del Parlamento Italiano definisce eversiva la manovra dell’altra metà (con cui peraltro governa insieme) perché sta valutando di far applicare una legge;
  • Guido Barilla, presidente di una delle più importanti e conosciute aziende italiane nel mondo partecipa a La Zanzara, trasmissione radiofonica di dubbio spessore, e sproloquia contro i gay e le donne esalatando valori tradizionali molto di moda nel 1936 (qui, giusto per capire la portata delle uscite http://www.ilpost.it/2013/09/26/barilla-donne-omosessuali-gay/).

Ora senza voler entrare nel dettaglio delle singole questioni (ne potrete leggere ovunque in abbondanza) io voglio dire solo questo: quand’è che decideremo di cominciare ad essere seri?
L’Italia è il paese dei fantasisti, di quelli che pensano che le nostre alzate d’ingegno, le nostre incoerenze politiche, sociali e comunicative siano solo quisquilie e si possano risolvere offrendo una fetta di pizza al malcapitato di turno o liquidare con un sempreverde “sono stato frainteso”. Qui, serietà è sinonimo di tristezza, di grigiore, di mancanza di senso dell’umorismo. Ci rendiamo conto?

Ci sono troppe persone che hanno potere, influenza e possibilità di incidere sul futuro nostro e dei nostri figli che non ritengono di doversi prendere responsabilità, mantenere un contegno, dare un esempio, smetterla di dire solamente sì, no o cazzate epocali in base ai propri personali affari ed interessi.

Siamo ancora qui a discutere SE un certo tipo di pubblicità è sessista, SE i diritti civili e le pari opportunità sono prioritari, SE le opinioni e gli atti omofobi e razzisti sono leciti a seconda di chi li esprime e li compie, SE un condannato in terzo grado debba dimettersi o meno dal Parlamento, SE il femminicidio è un problema di educazione, SE è necessario e proficuo investire su cultura e istruzione, SE tassare il patrimonio è più equo che tassare i consumi, eccetera eccetera.

Siamo seri e smettiamola di dibattere di questioni che ogni cittadino sano di mente che abbia davvero desiderio di vivere in una società civile e democratica da’ per acquisite.

Abbiamo troppe cose da sistemare (conti pubblici, disoccupazione, criminalità, distruzione del patrimonio ambientale e artistico, riprogrammazione industriale, questioni internazionali) per stare ancora a discutere di argomenti che sono già sanciti per legge o chiaramente indicati dalla pratica, dall’esperienza, dalla statistica e dal buonsenso.

Quindi vi prego, voi che capite, voi che potete, qualunque cosa facciate, fatela con serietà e cercate di spiegare a chi vi sta intorno che non è un male ma, probabilmente, la nostra unica, ultima, àncora di salvezza.

La cattiva madre

Bene, ormai alla 31esima settimana, con il globo terracqueo più o meno avvisato della mia gravidanza e a due mesi dall’ultimo post, direi che è giunto il momento di scrivere qualcosa su questa esperienza.

Partiamo subito con il piede giusto: dicono che in questa fase dovresti essere ripiena del cosiddetto ormone della felicità, ovvero una sostanza chimica che ti aiuterà a sopportare il disagio della panzona e il dolore del parto.
Sarà, ma io mi sento più pervasa dall’ormone dell’amarezza imperitura, della visione apocalittica e del giramento di coglioni perpetuo.

Fatta questa doverosa premessa, alla rinfusa e senza un vero criterio, voglio condividere i pensieri che una donna indipendente, con forte personalità, spiccate doti comunicative e un lato oscuro molto, molto radicato e persistente (anche se tenuto celato e a bada grazie ad anni di allenamento estenuante), può fare in merito al concetto “generare, crescere e educare un altro essere umano”.

E’ metà febbraio, il test si accende come un semaforo a led. Sì, sono piuttosto incinta.
E’ una cosa bella, desiderata, amo il padre che, dettaglio non scontato, è anche il mio compagno quindi tutto regolare. Salvo forse il fatto che dovrei avere delle reazioni tipo “ommioddio” e invece resto calma. Ma probabilmente a 37 anni e mezzo se non sai come hai fatto a rimanere incinta e ti stupisci devi farti qualche domanda.

Nei due mesi successivi si susseguono gli annunci: parenti, amiche e amici (o meglio, la famiglia allargata), l’ufficio. Si suseguono anche una serie di analisi di routine e per la prima volta vediamo il prodotto dei nostri lombi: è inequivocabilmente un gamberetto. Vabbè ma da un cuoco e una buona forchetta che t’aspetti? E’ normale.
Dal terzo mese in poi, se tutto è andato come deve (leggi “sei ancora incinta”) cominciano le vere complicazioni. E, paradossalmente, non hanno niente a che vedere con le naturali modifiche del vostro corpo, con l’azione degli ormoni e con il pensiero di diventare madre.

Ecco la prima: il gamberetto è in realtà un’aragostina.
Sana, con tutte le dita e gli arti al posto giusto ma, inequivocabilmente, femmina.
Giubilo interplanetario, padre al settimo cielo, tutti felici e io anche ma con una ruga interiore che piano piano si intensifica.
Femmina.
Mmmmmmmmmmm.
Crescerà in fretta. Sarà più svelta, intelligente, precoce (leggi: scassacazzi).
La domenica pomeriggio forse non potrò sbarazzarmene grazie un pallone spedendola al parco con il padre per mettermi lo smalto sulle unghie dei piedi.
E a proposito del padre, lo amerà incondizionatamente sin dai primi mesi mentre io dovrò conquistarmi ogni singolo cuoricino sul bigliettino d’auguri di Natale.
E più crescerà e più difficile sarà.
Femmina.
Una sfida affascinante ma, cribbio, vuoi mettere come sarebbe stato più facile intortarsi un mini uomo di neanderthal??

Passati i primi momenti di sgomento me ne faccio una ragione consolandomi con l’idea che perlomeno mi divertirò di più con lo shopping per l’abbigliamento (pensieri profondi, lo so). Errore: comincia la drammatica battaglia contro il “colore di genere”, il rosa imperante che imponiamo alle nostre figlie fin dalla nascita come se fosse un marchio di fabbrica.
“Signora è maschietto o femminuccia?”
“Femmina ma voglio qualcosa di verde/giallo/blu/arancione/indaco/tortora.”
“Ah, capisco.”
Sgomento, raccapriccio e secondo segnale inequivocabile di cattiva madre.
(Il primo è quando rispondi che no, non hai ancora scelto il nome e la cameretta della bambina è attualmente un deposito di mobili usati).
Per fortuna ti vengono incontro le culture europee meno attaccate agli stereotipi della nostra: spagnoli e francesi concepiscono l’utilizzo dei colori in modo equivalente per maschi e femmine e quindi, forse, troveremo soddisfazione anche se ci spiace un po’ che il nero per i bambini tenda ad essere poco usato…mah…
(per dovere di cronaca riferisco: di per se’ non ho niente contro il rosa è il principio, as usual, che non mi va giù).

Al settimo mese, provata dal caldo, dalla ritenzione idrica, dal peso in eccesso, dalla fatica improba per mantenere un minimo di attività cerebrale cosciente, cattiva madre si impossessa definitivamente di me e si manifesta con furia distruttrice e incontrollata:
no non credo che prenderò lo sterilizzatore, userò il microonde o la pentola per bollire SE sarà necessario;
no nemmeno la bilancia, mi regolo ad occhio, uso quella della cucina, la porto in farmacia, la pesa il pediatra;
possibile che non esista una “camicia da notte per allattamento” che non mi faccia sembrare un’Amish? io dormo con la maglietta dei Ramones e le mutande di solito, capisce?;
il deumidche?
sì, ho comprato 2 copertine di lana usate al mercato e le ho pagate in tutto 4 euro;
sì sto andando ad un concerto;
sì fumo una sigaretta quando ne ho voglia;
sì bevo anche una birra o un bicchiere di vino se mi va;
sì, penso di mandarla all’asilo presto,sì penso che allattare troppo a lungo sia sbagliato;
no, in realtà non ho la più pallida idea di come sarà e ogni tanto penso che se mi verrà troppo difficile essere madre potrò sempre scappare in sudamerica e lasciare da solo il povero padre. Fa pure fico no? di solito succede il contrario!

avrete tutta la vita per criticare cos’è tutto st’impego d’energie in anticipo? date tempo al tempo, fatemi partorire e diventare la cattiva madre che mi preparo ad essere da una vita e poi, finalmente, ci potremo scontrare su tutti i dettagli raccapriccianti che oggi mi trifolano i coglioni.

In testa, al momento, ho solo una linea guida: se io sarò felice, mia figlia sarà felice.
Tutto il resto è un soffocante stereotipo.

O si vive o si scrive

Vabbè, ora senza esagerare però più o meno è così.
Un mese di silenzio e intanto
governo di larghe intese,
processi,
economia a chiocciola,
femminicidio,
amministrative.

E sono incinta di cinque mesi ormai.
Faccio mente locale e vi scrivo il post definitivo che raggruppa tutte queste cose. O magari solo due o tre.