PreVisioni non richieste

La prolungata astinenza lavorativa, le esalazioni dei pannolini e la quotidiana abbuffata di notizie e adv
mi hanno procurato una visione del prossimo futuro in termini di marketing e pr:
il #lessismore e #lessissexy navigano a velocità sostenuta verso il mainstream,
spinti dal vento delle sforbiciate politico-mediatiche alla spesa pubblica operate da Renzi
e  del rinnovato anelito di contrasto al consumismo selvaggio (non è più da sfigati, n.d.r.).
Molte delle prossime strategie e campagne implicheranno quindi un concetto tipo
“compra il mio prodotto/servizio e ti insegnerò/aiuterò a fare a meno di tutto il resto”.
Declinazioni a piacere.
Ne resterà soltanto uno e non sono io.
Segnatevi che l’ho detto prima di xy.

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Riprodursi non è un obbligo

Premessa1: post politicamente scorrettissimo sulla genitorialità. Farà incazzare molti ma è un punto di vista non una verità assoluta quindi andateci piano con gli insulti che vi banno.

Premessa 2: ho una figlia di 5 mesi che ho voluto e di cui sono entusiasta. Anche perché se a 38 anni fai un figlio per “sbaglio” forse è il caso che ti poni qualche domanda.

Però non ero obbligata a diventare madre.

Ma è una cosa naturale, dite. Forse lo era 50 0 100 anni fa quando si facevano figli a raffica (grazie anche all’assenza di contraccezione) e non ci si preoccupava troppo se a 6 anni raccoglievano cicoria nei campi o stavano nella fabbrica di famiglia a intossicarsi con le tinture. Anzi era proprio uno dei motivi per cui si facevano. Un po’ come nei paesi in via di sviluppo oggi no?

Se consideriamo però che ormai siamo 6 miliardi e nel ricco occidente fare un figlio è diventato una specie di gara a chi “costruisce” il prodotto migliore, mi sento di dire: se non avete il desiderio, l’afflato, l’opportunità, lasciate perdere. Ho mille volte più stima di chi decide consapevolmente di non fare un figlio non essendo proprio sicuro di volerlo, rispetto a chi decide di farlo a tutti i costi pur sapendo di non avere le condizioni (e non mi riferisco prioritariamente a quelle economiche).

La differenza è sottile ma sostanziale perché oggi, nel 2014, se non hai capito cosa comporta avere della prole o sei cretino o sei in malafede.

Ripeto, non si tratta più di accoppiarsi, partorire e sperare che sopravvivano a sufficienza per lavorare e portare anche loro il pane a casa. Oggi, visto che l’evoluzione ha voluto che ce ne occupassimo con molta più attenzione, dobbiamo sapere che un figlio è un impegno gravosissimo, fisico e psicologico. Soprattutto alla veneranda età in cui ci ritroviamo a farli.

Ti mette in discussione, ti costringe ad imparare una cosa nuova al minuto, ti tira fuori tutti i lati positivi e negativi. Ti mostra cose del tuo compagno/a che non avresti mai voluto sapere o vedere. Ti costringe ad una selezione feroce di parenti, amici, appuntamenti. Ti mette nella condizione di imparare il significato di priorità ed applicarlo militarmente, pena la sopravvivenza stessa della famiglia che tanto faticosamente metti su.

Quindi se non avete alcuna intenzione di cambiare i vostri ritmi, se credete che ripetere le stesse cose cento volte sia assurdo e fare versi e pernacchie leda la vostra dignità, se non ammettete l’ipotesi che il frutto dei vostri lombi possa essere totalmente diverso da voi, se non avete la minima dimestichezza con la manifestazione dell’affetto, se non pensate sia necessario rivedere le vostre abitudini per dare il buon esempio, se non riuscite a concepire grazia in una routine e a vivere i doveri con serenità, fate un favore a voi stessi e al mondo: non vi riproducete.
Di esseri umani psichicamente instabili ne abbiamo già abbastanza senza che vi ci trasformiate anche voi e tiriate su altri infelici.

Pensateci. Bene. E quando ci avete pensato, pensateci ancora perché in questa nostra società così competitiva, malata, utilitaristica e scarsamente solidale, fare un figlio ha a che fare non solo con l’esigenza di perpetrare la specie ma con l’enorme responsabilità di crescere individui migliori di noi.

 

Post Scriptum speranzoso che, in parte, smentisce, ribalta e riequilibra l’amaritudine del post politicamente scorrettissimo. “Mi contraddico? Certo che mi contraddico! Sono vasto, contengo moltitudini” (W. Whitman).

Ieri ho conosciuto un ragazzo di vent’anni con una figlia di 1 anno chiaramente frutto di un incidente. “Lei prendeva anche la pillola!” mi ha detto con una frase ancora carica di stupore ma senza un filo di rammarico. Avevo appena salutato i suoi genitori, energici e pieni di entusiasmo per la nipote. Ho guardato questo quadro con attenzione, distratta appena dal mio fardello paffutello che sgambettava nel marsupio e ho pensato “vedi che bello però”. In fondo è un vizio tutto italiano quello di considerarsi “giovani” fino a cinquant’anni: a venti sei adulto, puoi lavorare e votare e, quindi, anche riprodurti. Anzi forse è molto meglio che farlo a quaranta, in questa Italia scellerata in cui non ci sono mai state (e forse mai ci saranno) risorse a sostegno dei genitori e la rete di protezione della famiglia d’origine è indispensabile. A questo punto, se non si è contrari per principio all’idea, meglio anticipare di 15 anni abbondanti l’evento, arrivare intorno ai trenta con una prole già “avviata” e potersi dedicare magari meglio al lavoro senza quelle brusche interruzioni di carriera che, ad esempio, le donne ultratrentacinquenni sono costrette ad affrontare causa figli. E poi vuoi mettere? Ci si ritroverebbe a intorno ai quarantacinque anni con figli maggiorenni, liberi di goderci  questa fantastica età e pronti (forse) a diventare nonni a nostra volta.

Vuoi vedere che la soluzione sta in un ritorno ad abitudini passate miste a consapevolezze contemporanee?

La cattiva madre

Bene, ormai alla 31esima settimana, con il globo terracqueo più o meno avvisato della mia gravidanza e a due mesi dall’ultimo post, direi che è giunto il momento di scrivere qualcosa su questa esperienza.

Partiamo subito con il piede giusto: dicono che in questa fase dovresti essere ripiena del cosiddetto ormone della felicità, ovvero una sostanza chimica che ti aiuterà a sopportare il disagio della panzona e il dolore del parto.
Sarà, ma io mi sento più pervasa dall’ormone dell’amarezza imperitura, della visione apocalittica e del giramento di coglioni perpetuo.

Fatta questa doverosa premessa, alla rinfusa e senza un vero criterio, voglio condividere i pensieri che una donna indipendente, con forte personalità, spiccate doti comunicative e un lato oscuro molto, molto radicato e persistente (anche se tenuto celato e a bada grazie ad anni di allenamento estenuante), può fare in merito al concetto “generare, crescere e educare un altro essere umano”.

E’ metà febbraio, il test si accende come un semaforo a led. Sì, sono piuttosto incinta.
E’ una cosa bella, desiderata, amo il padre che, dettaglio non scontato, è anche il mio compagno quindi tutto regolare. Salvo forse il fatto che dovrei avere delle reazioni tipo “ommioddio” e invece resto calma. Ma probabilmente a 37 anni e mezzo se non sai come hai fatto a rimanere incinta e ti stupisci devi farti qualche domanda.

Nei due mesi successivi si susseguono gli annunci: parenti, amiche e amici (o meglio, la famiglia allargata), l’ufficio. Si suseguono anche una serie di analisi di routine e per la prima volta vediamo il prodotto dei nostri lombi: è inequivocabilmente un gamberetto. Vabbè ma da un cuoco e una buona forchetta che t’aspetti? E’ normale.
Dal terzo mese in poi, se tutto è andato come deve (leggi “sei ancora incinta”) cominciano le vere complicazioni. E, paradossalmente, non hanno niente a che vedere con le naturali modifiche del vostro corpo, con l’azione degli ormoni e con il pensiero di diventare madre.

Ecco la prima: il gamberetto è in realtà un’aragostina.
Sana, con tutte le dita e gli arti al posto giusto ma, inequivocabilmente, femmina.
Giubilo interplanetario, padre al settimo cielo, tutti felici e io anche ma con una ruga interiore che piano piano si intensifica.
Femmina.
Mmmmmmmmmmm.
Crescerà in fretta. Sarà più svelta, intelligente, precoce (leggi: scassacazzi).
La domenica pomeriggio forse non potrò sbarazzarmene grazie un pallone spedendola al parco con il padre per mettermi lo smalto sulle unghie dei piedi.
E a proposito del padre, lo amerà incondizionatamente sin dai primi mesi mentre io dovrò conquistarmi ogni singolo cuoricino sul bigliettino d’auguri di Natale.
E più crescerà e più difficile sarà.
Femmina.
Una sfida affascinante ma, cribbio, vuoi mettere come sarebbe stato più facile intortarsi un mini uomo di neanderthal??

Passati i primi momenti di sgomento me ne faccio una ragione consolandomi con l’idea che perlomeno mi divertirò di più con lo shopping per l’abbigliamento (pensieri profondi, lo so). Errore: comincia la drammatica battaglia contro il “colore di genere”, il rosa imperante che imponiamo alle nostre figlie fin dalla nascita come se fosse un marchio di fabbrica.
“Signora è maschietto o femminuccia?”
“Femmina ma voglio qualcosa di verde/giallo/blu/arancione/indaco/tortora.”
“Ah, capisco.”
Sgomento, raccapriccio e secondo segnale inequivocabile di cattiva madre.
(Il primo è quando rispondi che no, non hai ancora scelto il nome e la cameretta della bambina è attualmente un deposito di mobili usati).
Per fortuna ti vengono incontro le culture europee meno attaccate agli stereotipi della nostra: spagnoli e francesi concepiscono l’utilizzo dei colori in modo equivalente per maschi e femmine e quindi, forse, troveremo soddisfazione anche se ci spiace un po’ che il nero per i bambini tenda ad essere poco usato…mah…
(per dovere di cronaca riferisco: di per se’ non ho niente contro il rosa è il principio, as usual, che non mi va giù).

Al settimo mese, provata dal caldo, dalla ritenzione idrica, dal peso in eccesso, dalla fatica improba per mantenere un minimo di attività cerebrale cosciente, cattiva madre si impossessa definitivamente di me e si manifesta con furia distruttrice e incontrollata:
no non credo che prenderò lo sterilizzatore, userò il microonde o la pentola per bollire SE sarà necessario;
no nemmeno la bilancia, mi regolo ad occhio, uso quella della cucina, la porto in farmacia, la pesa il pediatra;
possibile che non esista una “camicia da notte per allattamento” che non mi faccia sembrare un’Amish? io dormo con la maglietta dei Ramones e le mutande di solito, capisce?;
il deumidche?
sì, ho comprato 2 copertine di lana usate al mercato e le ho pagate in tutto 4 euro;
sì sto andando ad un concerto;
sì fumo una sigaretta quando ne ho voglia;
sì bevo anche una birra o un bicchiere di vino se mi va;
sì, penso di mandarla all’asilo presto,sì penso che allattare troppo a lungo sia sbagliato;
no, in realtà non ho la più pallida idea di come sarà e ogni tanto penso che se mi verrà troppo difficile essere madre potrò sempre scappare in sudamerica e lasciare da solo il povero padre. Fa pure fico no? di solito succede il contrario!

avrete tutta la vita per criticare cos’è tutto st’impego d’energie in anticipo? date tempo al tempo, fatemi partorire e diventare la cattiva madre che mi preparo ad essere da una vita e poi, finalmente, ci potremo scontrare su tutti i dettagli raccapriccianti che oggi mi trifolano i coglioni.

In testa, al momento, ho solo una linea guida: se io sarò felice, mia figlia sarà felice.
Tutto il resto è un soffocante stereotipo.

Corpo estraneo

Se febbraio è stato il mese delle sorprese, marzo si è rivelato il mese dei corpi estranei.

In Parlamento, dove una falange eterogenea, ma compatta nel disordine e nella cieca determinazione a rivoluzionare il rivoluzionabile, si incista su un corpo fiacco, impigrito da anni di battaglie salottiere dall’esito più o meno predeterminato.

Nel lavoro, dove sparuti gruppi di professionisti tentano, con esito deludente, di curare organismi affetti da avidità cronica e visione limitata con infiltrazione di cellule di buonsenso, equità e lungimiranza.

Nelle amicizie, dove tra un dolore, un rimpianto, un rancore e una risata si cerca di riattaccare un arto amputato brutalmente da una manovra spericolata; il fiato sospeso per il concreto rischio di rigetto.

Perfino dentro di me, approfittando di un terreno momentaneamente fertile, si è parcheggiato un miscuglio di nuove prospettive, diverse aspettative, imprevisti e probabilità che credo finiranno per trasformarsi in qualcosa di molto concreto.

Corpi e addizionali dei corpi, appendici, escrescenze, naturali o meno, comunque estraneità da integrare in qualche modo.
Un esercizio di tolleranza e di pazienza, l’ennesimo grande sforzo verso la consapevolezza che diverso, normale, vecchio, nuovo, sono soltanto alcune delle infinite sfumature della realtà.

Quello che marketing e comunicazione non dicono

marketingSuccede sempre così, passa un mese, accadono centinaia di cose al lavoro, nella vita privata, nella vita pubblica e io vorrei scrivere per ciascuna un post ma, chissà perché, dopo le prime 5 righe l’ispirazione mi abbandona.

Poi, in un giorno che non sembrava dovesse essere diverso dagli altri, apro facebook e trovo uno dei miei preferiti punti di riferimento per la satira, il grande Makkox (se non lo conoscete conoscetelo), che fa una vignetta su una storia vera che in qualche modo tira in ballo la mia professione e tutto il sommerso di un mese torna su, i miei neuroni pigri diventano iperattivi e cominciano a fare collegamenti, sale la tensione cerebrale e il desiderio di dire qualcosa in proposito.

Cominciamo proprio dal proposito, ovvero il marketing e la comunicazione.
Non vi farò lezioni e descrizioni, andate su wikipedia e saprete tutto (o quasi) quello che c’è da sapere su queste discipline che hanno rivoluzionato il mondo in cui viviamo come e più del motore a scoppio probabilmente.

Voglio soltanto constatare che in questi giorni mi è capitato più volte di leggere opinioni, dirette e riportate, di persone “normali” su questi mestieri e non erano per niente buone.
Truffatori, fuffologi, brutte persone che trasfigurano la realtà ad uso e consumo di aziende, istituzioni e politici, a danno della povera gente.

Ora, posto che non mi ritrovo pienamente in questa tragica immagine e che realizziamo soprattutto attività utili e positive, non c’è dubbio che il nostro lavoro per molti anni si è aggirato nelle tante zone grigie che circondano i codici etici e di autoregolamentazione della professione.
Sono una persona perbene e ritengo di affrontare al mia quotidianità lavorativa in modo trasparente e inattaccabile, ma non posso negare che in diverse circostanze avrei preferito poter rinunciare a determinati incarichi che, pur essendo totalmente leciti, avevano tratti e caratteristiche quantomeno ambigui.

I vasi di Pandora che si stanno lentamente ma inesorabilmente scoperchiando nel mondo, dalle banche alle grandi realtà industriali, dalla politica malata delle nazioni cosiddette civili alle primavere nei paesi arabi, dal femomeno delle startup emergenti a quello della piccola e media impresa morente, credo impongano una riflessione piuttosto seria su come e quanto il marketing e la comunicazione possono incidere in un percorso di rinnovamento globale.

Dobbiamo ancora sostenere con le nostre intelligenze e capacità delle realtà ormai indifendibili?

Dobbiamo ancora contribuire con tutta la nostra strategia a rendere più digeribili progetti, persone, personaggi che non hanno un reale valore intrinseco e per la comunità?

Dobbiamo ancora rimanere nell’ombra, dietro le quinte e fingere che la nostra professionalità non sarebbe strategica in un paese come l’Italia dove colpevolemente si specula sul “ci parliamo ma non ci capiamo” per giustificare molte nefandezze?

Non dobbiamo dire che ci siamo seduti troppo a lungo su budget troppo alti (e ora piangiamo la miseria che ci attanaglia) senza chiederci se potevamo fare qualcosa di più  e meglio per educare, rendere finalmente adulti aziende, Stato e cittadini?

Sì perché il nostro, se non l’aveste ancora capito, è un lavoro che si infila nei pertugi della vita quotidiana di ogni singolo cittadino e potrebbe, potenzialmente, essere  parte attiva e sostanziale di un grande cambiamento culturale.
Eppure anche in questo caso tendiamo ad essere singolo, a non pensare in grande, a non voler comprendere il potere che un atteggiamento più aperto e collaborativo potrebbe avere. E non vogliamo farlo perchè sappiamo (ce l’ha insegnato lo zio dell’Uomo Ragno) che da grandi poteri derivano grandi responsabilità e gli italiani sono in larga maggioranza ancora in una fase di pubertà mentale.

Io che invece da qualche anno ho capito che diventare adulti è nella natura delle cose ed è una bellissima esperienza, non solo vivo meglio ma penso in direzioni completamente differenti. Per 15 anni ho avuto l’opportunità di fare un mestiere entusiasmante che mi è costato enorme fatica, mi ha dato grandi soddisfazioni e insegnato moltissime cose.
Oggi rifletto sul fatto che forse è tempo di restituire un po’ di quello che ho imparato mettendo a disposizione le mie competenze solamente a chi dimostra di voler realmente costituire valore per la comunità.

Lo so, colleghi, che state pensando “è facile a dirsi ma poi i clienti sono quello che sono e se vuoi mangiare…”
Beh, per quanto mi riguarda l’idea di una totale inversione di pesi non mi crea nessuno scompenso: un lavoro “normale” per garantirmi il sostentamento, la comunicazione e le relazioni pubbliche come missione.

Quasi quasi, nel deserto di prospettive che ci circonda, questa è la cosa che assomiglia di più a un sogno.

Liberi tutti

Liberi tutti è stata la canzone che mi ha fatto scoprire (colpevolmente in ritardo, lo ammetto) i Subsonica.
Era il 1999, leggevo il giornale sul lettone di mamma che, specialmente il sabato e la domenica, veniva adibito ad edicola familiare e la Tv era accesa su Videomusic (o forse era MTV Italia, non ricordo). Ad un certo punto mi colpì la voce, per me inconfondibile, di Daniele Silvestri che cantava questa strofa:

“da ciò che uccide te e tutto ciò che ho intorno,
dall’uomo che non è padrone del suo giorno,
da tutti quelli che inquinano il mio campo,
io mi libererò perché ora sono stanco”

Parole non particolarmente sconvolgenti per carità, ma credo adeguate al contesto che stiamo vivendo e con le quali voglio augurare a tutti un 2013 al netto di tutto ciò che non ci fa sentire a nostro agio (lo sapete bene cos’è, è ora di affrontarlo!).

La fine del mondo.

La fine del mondo è
un’idea che non t’appartiene più,
un contesto in cui ti trovi a disagio,
una visione che differisce in modo netto,
il tradimento della fiducia,
una scrivania che si svuota troppo in fretta,
una vocina nel cervello che ripete ossessivamente
game over
game over
game over.

E’ tutto questo ma in realtà è molto, molto di più.
E’ un’era nuova che si apre,
la conta delle certezze,
il recupero delle proprie forze del proprio valore,
il ribaltamento della prospettiva e dei preconcetti,
il momento di vedere se la semina porterà raccolto.

E’ anche, lo ammetto, il gusto un po’ sadico non tanto di distruggere,
quanto di smettere di salvare a tutti i costi qualcosa che non ti appartiene.

I Maya avevano ragione: la fine di questo mondo è un bene, un frutto che potranno cogliere tutti quelli che hanno lavorato duramente nei tempi più cupi, in attesa del momento giusto.

E allora coraggio signori, rivoluzione sia!

Natale rivoluzionario

 

 

L’Italia sta cambiando, ce lo dice Sanremo.

mst-2011_06_alice-ridConfesso di averci messo qualche minuto a riprendermi dallo choc.
Ho letto e riletto l’articolo cercando di capire se un calo di zuccheri mi avesse causato una momentanea perdita della ragione.
E invece no, tutto vero, era proprio l’annunciazione (annunciazione!)
dei famigerati Big del prossimo Festival di Sanremo!

Cristicchi? Silvestri? Gualazzi? Elio? Gazzè? Marta sui Tubi????
Non un Cutugno, una Vanoni, una Mariella Nava o, che so, i Pooh?

Ma allora è tutto vero, l’Italia finalmente sta cambiando!
Giubilo et gaudio!

Possiamo sperare nel domani,
augurarci che i talenti e le non-conformità vengano finalmente sdoganate anche nel mainstream, che il cosiddetto nazional-popolare cambi di segno, di genere, d’età e finalmente abbia volti, voci e testi nuovi e interessanti.

Possiamo bramare che serie televisive ben fatte e con argomenti di interesse comune come famiglie allargate e omosessualità, con attori di livello, temi delicati trattati in modo leggero ma intelligente, trovino sempre maggiroe spazio e seguito sulle reti familiari.

Possiamo addirittura arrivare ad ipotizzare che questo paese finirà davvero per dotarsi di una catto-destra di livello europeo capitanata da figure come quella di Mario Monti che spazi via definitivamente il berlusconismo, sinonimo di beceritudine e approssimazione. Possiamo avere finalmente un nemico di livello, da combattere con un’area democratica e progressista che si compatta e migliora anche grazie alle spinte al rinnovamento degli ambiziosi renziani (quel che è giusto è giusto, la mia onestà intellettuale è perentoria).

Possiamo immaginare un futuro per tutti quelli che in questi anni, nella vita e nella professione, non hanno ceduto alle facili lusinghe della fuffa,
non hanno lasciato fuggire il loro cervello all’estero,
hanno continuato a metter su famiglie, a imparare cose e a lavorare,
zitti zitti, come una setta di reietti della società, come topini operosi nel buio delle fogne.
Possiamo sperare che tutte queste persone avranno ancora delle chance,
potranno nuovamente uscire allo scoperto e mostrare i loro talenti faticosamente conquistati e coltivati e protetti dalle aggressioni di un mondo brutto;
potranno rendersi utili alla società e averne finalmente un ritorno dignitoso.

Sì, d’accordo, c’è il pontifex da formattare e aggiornare prima che
l’evangelizzazione 2.0 via twitter riempia le strade di fanatici cattolici in marcia contro chi vuole vivere liberamente la sua vita.

Sì, ok, il povero Stefano Cucchi non è certo morto solo di stenti
(che sarebbe già tragico di per se’).

Va bene, ho capito, l’Ilva, la peste dell’evasione, lo so, lo so.

C’è ancora molto da fare, però dai, siamo onesti, se cambia Sanremo nulla è perduto,
l’Italia può davevro diventare un paese migliore, io ci credo…SI PUO’ FARE!
(poi lascia stare che lo spostano per via delle elezioni, dettagli, dettagli…)

Cracco e l’Orata sul pacco.

Dice “è un mese e mezzo che non scrivi ‘na riga e, con tutto quello che è successo dalla primarie all’ILVA passando per Sallusti, te sembra questo er modo de ricomincià?”

Dico “fatti i cazzi tuoi e cambia blog no?”

A parte questo micro flusso di coscienza in apertura, mi rendo conto di avere una scrittura schizofrenica sia per argomenti che per periodicità, ma tant’é quindi amatemi così.

Oggi ho visto questa copertina e per poco non cado dalla sedia. Cracco non mi è mai stato particolarmente simpatico, ma santo cielo mai mi sarei aspettata potesse prestarsi ad un simile scempio!
Premesso che ne penso tutto il male possibile da donna (ma, voglio dire, è GQ non MicroMega), da comunicatrice (il messaggio che arriva è: io so’ io, voi nun siete un cazzo, ho fatto i soldi spadellando e ora trombo come un riccio imperiale tiè!) e da amante del cibo di qualità e del mestiere di cuoco (per interesse personale e per sincero convincimento); voglio qui elencare alcune delle possibili motivazioni che hanno portato lo chef a farsi fotografare con un’Orata (dai…vi aspetto al varco!) sul pacco.

#1 lettera di Equitalia con 650 milioni di debiti da pagare entro domani, completa di videodedica di Befera che canta “I want your euro” sulle note di I want your sex di George Michael.

#2 ha cambiato agente e si è affidato al piglio riformatore di Giorgio Gori che lo ha convinto spiegandogli che GQ parla al target degli altospendenti che da domani si precipiteranno nel suo ristorante in cerca di reggiOrate ma, soprattutto, promettendogli un Ministero a caso nel prossimo governo Renzi.

#3 ha bevuto per sbaglio colatura di alici andata a male che gli ha fatto lo stesso effetto di un fungo allucinogeno, pertanto si è convinto di essere sulla copertina del Times in compagnia di Michelle Obama che gli chiede di usare le verdure del suo orto per fargli una caponata.

#4 voleva fare una cosa “casual”, spiritosa e mettersi nudo anche lui ma a forza di assaggiare piatti a Masterchef ha messo su 20 kg e la modella e l’Orata si sono rifiutate di posargli accanto a meno che non si fosse vestito.

#5 è un uomo di cattivo gusto, che punta a piacere a uomini e donne che trovano assolutamente normale per un professionista serio ed affermato apparire in tal guisa su cotal rivista. Razza di ipocriti puritani che non siete altro! (Per approfondimenti e smutandamenti citofonare Giuliano Ferrara)

#6 forse non è così professionista, così serio, così affermato.

#7 lo ha fatto per beneficienza. Il ricavato delle vendite verrà devoluto all’Associzione Nazionale per il Ricovero Notturno delle Cernie in fase di cambiamento di sesso (questa non la sapevate eh?). Trans power!

#8 non è lui/è un fotomontaggio

#9 è un’abile macchinazione di @FlaviaVentoSole che nella foto ha scelto di farsi rappresentare come un’Orata appesa a testa in giù per richiamare il simbolo dell’Impiccato che secondo i Tarocchi Egiziani e la profezia dei Maya starebbe a significare “Credo che il movimento si chiamera’ amore a 5 zampe anche gli animali hanno i diritti basta con zoo circhi botticelle canili” (questo è un tweet vero delle 16.17. Giuro)

#10 è una brutta persona.

Ciao a tutti, vado a fondare il Movimento di Emancipazione dei Pesci dal ruolo di copripacco di chicchessia.

Nessuno tocchi le pierre.

L’immagine è stata realizzata da Emiliano Carli

“Quando è incominciato? La si può rigirare quanto si vuole, ma sempre lì si torna. Agli anni Ottanta. A quando, dopo il terrore delle bierre, la città scoprì il piacevole brivido delle pierre. Le feste, le pubbliche relazioni, le bollicine, la finanza, l’ascesa del virtuale, la fine della fabbrica, delle dinastie d’impresa che avevano fatto i soldi in tre generazioni. Nacquero veloci nuovi imperi, la fatica e il merito sembravano reperti archeologici. Le tangenti sempre più esose e i soldi dell’eroina riversati sulla città da Cosa Nostra generarono una speciale economia. E una speciale ideologia, che si burlava della serietà e amava lo sfarzo facile, trasformato in sinonimo di modernità.”

Questo scriveva ieri Nando Dalla Chiesa nel suo blog ospitato da Il Fatto Quotidiano, in un post dal titolo decisamente forte ma comprensibile, dati gli ultimi accadimenti: “Coca, soldi e voto di scambio. Non a Reggio, a Milano”.

Tutto condivisibile eppure quella frase sulle pierre proprio non m’è andata giù.
Sono settimane che rimugino su questo, che mi sento offesa nella mia professionalità dall’accostamente del mio lavoro alle feste dei De Romanis e alle ostriche di [inserisci nome a caso di indagato per peculato].

No, proprio non mi scende.
Intanto perché le relazioni pubbliche non sono le pierre.
E poi perché tanti, troppi, parlano di questo lavoro senza saperne un accidente.

Lungi da me l’idea di difendere a spada tratta tutta la categoria che senza dubbio è infiltrata da una sequela di incapaci/raccomandati/aperitivaioli/figlidi/vecchivolponi, semplicemente voglio sfatare qualche mito, qualche leggenda metropolitana che c’è stata appiccicata addosso da chi questo mestiere lo vede come un modo per guadagnare tanto senza fare granché.

Sto in media 10 ore al giorno davanti ad un computer.
Devo leggere il maggior numero di notizie e spunti nel minor tempo possibile.
Devo sempre avere un’idea di come va il mondo perché domani potrebbe chiamarmi un cliente che fa biscotti oppure uno che fa tubi innocenti (oppure Vendola!) e io devo essere in grado di trattare con competenza e accuratezza quasi ogni argomento.

Devo saper scrivere e bene. Devo essere in grado di sintetizzare in un progetto operativo, chiaro e comprensibile, pagine e pagine di documenti, obiettivi di marketing, posizionamenti di comunicazione.
E devo anche essere creativa perché il mercato è competitivo e bisogna aggredirlo con idee nuove, di impatto, in grado di portare i risultati richiesti.
La mia spada di Damocle quotidiana si chiama aggiornamento.

Devo saper fare i conti perché tutte queste attività vanno quotate e vendute al mio interlocutore quindi, devo essere anche un buon commerciale. Non solo: i budget li devo tenere sotto controllo, euro per euro, perché ho anche degli obiettivi interni di gross profit che non posso sgarrare.

Poi c’è la scelta dei collaboratori. Devo essere in grado di trovare le persone che traducano i progetti in realtà, che costruiscano uno stand, che gestiscano una pagina facebook, che si occupino del catering per un evento, che mi scrivano un trattato di 60 pagine sulla nidificazione del fringuello mattacchione.
Fotografi, designer, blogger, acrobati, nutrizionisti. Chiunque sia necessario alla realizzazione del progetto. E devo trattare con loro i compensi, chiudere gli accordi, scrivere i contratti.

Fatto questo semplice lavoro “d’ufficio” entra in gioco l’accounting ovvero la mediazione.
Io sono il punchball che divide cliente e fornitori/collaboratori durante la realizzazione del lavoro. Quella che prende gli insulti da ambo le parti, che deve comporre i contrasti e trovare le soluzioni, tenendo sempre a mente l’obiettivo da raggiungere. E i soldi e il tempo a disposizione per farlo.

Quindi arriva il momento della supervisione “esecutiva”, la parte che amo di più.
Quasi tutti la vedono come l’occasione in cui ti aggiri per una conferenza salutando persone con un bicchiere di chardonnay in mano.
Il più delle volte sei sdraiato a terra a rimontare un pezzo di palco rotto, sei dietro le quinte a spiegare al relatore di turno che la scaletta che ci hai messo mezza giornata a preparare (e che lui non ha letto) non è un esercizio di stile. O magari sei in ufficio alle due del mattino a monitorare la consegna di un sito, a correggere le bozze di un annual report, a montare un gadget per l’evento della mattina successiva.

Infine c’è il sorriso, quello che David Foster Wallace chiamerebbe il “sorriso professionale”: una specie di emiparesi che devi mantenere anche nelle situazioni più difficili, che devi allenare perché non sembri troppo forzato; quello che alla fine della giornata hai sorriso così tanto che ti fanno male le mandibole.

In tutto questo, nella vita reale, hai lavorato 14 ore, sei andato in trasferta 3 volte in una settimana, non hai fatto la spesa, non hai chiamato tua madre e il tuo fidanzato stenta a riconoscerti anche perché quanto torni a casa sei un piranha: muta ma aggressiva.
Nella vita reale, se hai una lunga seniority e sei stato molto, molto bravo, hai portato a casa uno stipendio che si aggira tra i 1.500 e i 2000 euro.
Una fortuna di questi tempi, sono la prima a dirlo, ma rileggetevi bene tutto l’iter sopra descritto, moltiplicate il processo per quattro o cinque clienti, aggiungete che quasi sempre devi fare tutto in contemporanea e poi venite a cercarmi per dirmi che non sono guadagnati.

Ecco, più o meno, cosa sono le relazioni pubbliche (e per vostra salute mentale non ho aggiunto tutta la parte di ufficio stampa che senz’altro qualche collega vorrà raccontare): un lavoro bellissimo e faticosissimo.
Un lavoro che non tutti possono fare perché richiede tante capacità, moltissima dedizione, grande resistenza fisica ed enorme elasticità mentale
Una professione vera e propria sulla quale io per prima amo ironizzare (basta vedere il mio cosa faccio) ma che non tollero veder accostata alla banale organizzazione di feste, pranzi o cene con i politicanti di turno o, peggio, come nella citazione di Dalla Chiesa, ad una decadenza etica e morale generalizzata.

Sia chiaro, io sono la prima a prediligere un approccio ludico al lavoro perché so, per inclinazione ed esperienza, che migliorare creatività e produttività, aiuta a sostenere la fatica fisica, scioglie le tensioni.
Sono anche nota per essere un’organizzatrice di feste, a volte piuttosto sopra le righe, ma è un’attività che riservo con grande gioia e partecipazione alla vita privata, con amici e parenti (paghiamo di tasca nostra, abbiamo le ricevute!!)

Ecco perché mi sono sentita colpita dalle generalizzazioni che ho letto e sentito in questi giorni: non siamo certo una categoria importante e seria come politici e avvocati, ma da qui a dipingerci come degli automi alimentati a Martini e Mojito e mascherati da maiali ce ne passa. O no?