PreVisioni non richieste

La prolungata astinenza lavorativa, le esalazioni dei pannolini e la quotidiana abbuffata di notizie e adv
mi hanno procurato una visione del prossimo futuro in termini di marketing e pr:
il #lessismore e #lessissexy navigano a velocità sostenuta verso il mainstream,
spinti dal vento delle sforbiciate politico-mediatiche alla spesa pubblica operate da Renzi
e  del rinnovato anelito di contrasto al consumismo selvaggio (non è più da sfigati, n.d.r.).
Molte delle prossime strategie e campagne implicheranno quindi un concetto tipo
“compra il mio prodotto/servizio e ti insegnerò/aiuterò a fare a meno di tutto il resto”.
Declinazioni a piacere.
Ne resterà soltanto uno e non sono io.
Segnatevi che l’ho detto prima di xy.

Quello che marketing e comunicazione non dicono

marketingSuccede sempre così, passa un mese, accadono centinaia di cose al lavoro, nella vita privata, nella vita pubblica e io vorrei scrivere per ciascuna un post ma, chissà perché, dopo le prime 5 righe l’ispirazione mi abbandona.

Poi, in un giorno che non sembrava dovesse essere diverso dagli altri, apro facebook e trovo uno dei miei preferiti punti di riferimento per la satira, il grande Makkox (se non lo conoscete conoscetelo), che fa una vignetta su una storia vera che in qualche modo tira in ballo la mia professione e tutto il sommerso di un mese torna su, i miei neuroni pigri diventano iperattivi e cominciano a fare collegamenti, sale la tensione cerebrale e il desiderio di dire qualcosa in proposito.

Cominciamo proprio dal proposito, ovvero il marketing e la comunicazione.
Non vi farò lezioni e descrizioni, andate su wikipedia e saprete tutto (o quasi) quello che c’è da sapere su queste discipline che hanno rivoluzionato il mondo in cui viviamo come e più del motore a scoppio probabilmente.

Voglio soltanto constatare che in questi giorni mi è capitato più volte di leggere opinioni, dirette e riportate, di persone “normali” su questi mestieri e non erano per niente buone.
Truffatori, fuffologi, brutte persone che trasfigurano la realtà ad uso e consumo di aziende, istituzioni e politici, a danno della povera gente.

Ora, posto che non mi ritrovo pienamente in questa tragica immagine e che realizziamo soprattutto attività utili e positive, non c’è dubbio che il nostro lavoro per molti anni si è aggirato nelle tante zone grigie che circondano i codici etici e di autoregolamentazione della professione.
Sono una persona perbene e ritengo di affrontare al mia quotidianità lavorativa in modo trasparente e inattaccabile, ma non posso negare che in diverse circostanze avrei preferito poter rinunciare a determinati incarichi che, pur essendo totalmente leciti, avevano tratti e caratteristiche quantomeno ambigui.

I vasi di Pandora che si stanno lentamente ma inesorabilmente scoperchiando nel mondo, dalle banche alle grandi realtà industriali, dalla politica malata delle nazioni cosiddette civili alle primavere nei paesi arabi, dal femomeno delle startup emergenti a quello della piccola e media impresa morente, credo impongano una riflessione piuttosto seria su come e quanto il marketing e la comunicazione possono incidere in un percorso di rinnovamento globale.

Dobbiamo ancora sostenere con le nostre intelligenze e capacità delle realtà ormai indifendibili?

Dobbiamo ancora contribuire con tutta la nostra strategia a rendere più digeribili progetti, persone, personaggi che non hanno un reale valore intrinseco e per la comunità?

Dobbiamo ancora rimanere nell’ombra, dietro le quinte e fingere che la nostra professionalità non sarebbe strategica in un paese come l’Italia dove colpevolemente si specula sul “ci parliamo ma non ci capiamo” per giustificare molte nefandezze?

Non dobbiamo dire che ci siamo seduti troppo a lungo su budget troppo alti (e ora piangiamo la miseria che ci attanaglia) senza chiederci se potevamo fare qualcosa di più  e meglio per educare, rendere finalmente adulti aziende, Stato e cittadini?

Sì perché il nostro, se non l’aveste ancora capito, è un lavoro che si infila nei pertugi della vita quotidiana di ogni singolo cittadino e potrebbe, potenzialmente, essere  parte attiva e sostanziale di un grande cambiamento culturale.
Eppure anche in questo caso tendiamo ad essere singolo, a non pensare in grande, a non voler comprendere il potere che un atteggiamento più aperto e collaborativo potrebbe avere. E non vogliamo farlo perchè sappiamo (ce l’ha insegnato lo zio dell’Uomo Ragno) che da grandi poteri derivano grandi responsabilità e gli italiani sono in larga maggioranza ancora in una fase di pubertà mentale.

Io che invece da qualche anno ho capito che diventare adulti è nella natura delle cose ed è una bellissima esperienza, non solo vivo meglio ma penso in direzioni completamente differenti. Per 15 anni ho avuto l’opportunità di fare un mestiere entusiasmante che mi è costato enorme fatica, mi ha dato grandi soddisfazioni e insegnato moltissime cose.
Oggi rifletto sul fatto che forse è tempo di restituire un po’ di quello che ho imparato mettendo a disposizione le mie competenze solamente a chi dimostra di voler realmente costituire valore per la comunità.

Lo so, colleghi, che state pensando “è facile a dirsi ma poi i clienti sono quello che sono e se vuoi mangiare…”
Beh, per quanto mi riguarda l’idea di una totale inversione di pesi non mi crea nessuno scompenso: un lavoro “normale” per garantirmi il sostentamento, la comunicazione e le relazioni pubbliche come missione.

Quasi quasi, nel deserto di prospettive che ci circonda, questa è la cosa che assomiglia di più a un sogno.

Nessuno tocchi le pierre.

L’immagine è stata realizzata da Emiliano Carli

“Quando è incominciato? La si può rigirare quanto si vuole, ma sempre lì si torna. Agli anni Ottanta. A quando, dopo il terrore delle bierre, la città scoprì il piacevole brivido delle pierre. Le feste, le pubbliche relazioni, le bollicine, la finanza, l’ascesa del virtuale, la fine della fabbrica, delle dinastie d’impresa che avevano fatto i soldi in tre generazioni. Nacquero veloci nuovi imperi, la fatica e il merito sembravano reperti archeologici. Le tangenti sempre più esose e i soldi dell’eroina riversati sulla città da Cosa Nostra generarono una speciale economia. E una speciale ideologia, che si burlava della serietà e amava lo sfarzo facile, trasformato in sinonimo di modernità.”

Questo scriveva ieri Nando Dalla Chiesa nel suo blog ospitato da Il Fatto Quotidiano, in un post dal titolo decisamente forte ma comprensibile, dati gli ultimi accadimenti: “Coca, soldi e voto di scambio. Non a Reggio, a Milano”.

Tutto condivisibile eppure quella frase sulle pierre proprio non m’è andata giù.
Sono settimane che rimugino su questo, che mi sento offesa nella mia professionalità dall’accostamente del mio lavoro alle feste dei De Romanis e alle ostriche di [inserisci nome a caso di indagato per peculato].

No, proprio non mi scende.
Intanto perché le relazioni pubbliche non sono le pierre.
E poi perché tanti, troppi, parlano di questo lavoro senza saperne un accidente.

Lungi da me l’idea di difendere a spada tratta tutta la categoria che senza dubbio è infiltrata da una sequela di incapaci/raccomandati/aperitivaioli/figlidi/vecchivolponi, semplicemente voglio sfatare qualche mito, qualche leggenda metropolitana che c’è stata appiccicata addosso da chi questo mestiere lo vede come un modo per guadagnare tanto senza fare granché.

Sto in media 10 ore al giorno davanti ad un computer.
Devo leggere il maggior numero di notizie e spunti nel minor tempo possibile.
Devo sempre avere un’idea di come va il mondo perché domani potrebbe chiamarmi un cliente che fa biscotti oppure uno che fa tubi innocenti (oppure Vendola!) e io devo essere in grado di trattare con competenza e accuratezza quasi ogni argomento.

Devo saper scrivere e bene. Devo essere in grado di sintetizzare in un progetto operativo, chiaro e comprensibile, pagine e pagine di documenti, obiettivi di marketing, posizionamenti di comunicazione.
E devo anche essere creativa perché il mercato è competitivo e bisogna aggredirlo con idee nuove, di impatto, in grado di portare i risultati richiesti.
La mia spada di Damocle quotidiana si chiama aggiornamento.

Devo saper fare i conti perché tutte queste attività vanno quotate e vendute al mio interlocutore quindi, devo essere anche un buon commerciale. Non solo: i budget li devo tenere sotto controllo, euro per euro, perché ho anche degli obiettivi interni di gross profit che non posso sgarrare.

Poi c’è la scelta dei collaboratori. Devo essere in grado di trovare le persone che traducano i progetti in realtà, che costruiscano uno stand, che gestiscano una pagina facebook, che si occupino del catering per un evento, che mi scrivano un trattato di 60 pagine sulla nidificazione del fringuello mattacchione.
Fotografi, designer, blogger, acrobati, nutrizionisti. Chiunque sia necessario alla realizzazione del progetto. E devo trattare con loro i compensi, chiudere gli accordi, scrivere i contratti.

Fatto questo semplice lavoro “d’ufficio” entra in gioco l’accounting ovvero la mediazione.
Io sono il punchball che divide cliente e fornitori/collaboratori durante la realizzazione del lavoro. Quella che prende gli insulti da ambo le parti, che deve comporre i contrasti e trovare le soluzioni, tenendo sempre a mente l’obiettivo da raggiungere. E i soldi e il tempo a disposizione per farlo.

Quindi arriva il momento della supervisione “esecutiva”, la parte che amo di più.
Quasi tutti la vedono come l’occasione in cui ti aggiri per una conferenza salutando persone con un bicchiere di chardonnay in mano.
Il più delle volte sei sdraiato a terra a rimontare un pezzo di palco rotto, sei dietro le quinte a spiegare al relatore di turno che la scaletta che ci hai messo mezza giornata a preparare (e che lui non ha letto) non è un esercizio di stile. O magari sei in ufficio alle due del mattino a monitorare la consegna di un sito, a correggere le bozze di un annual report, a montare un gadget per l’evento della mattina successiva.

Infine c’è il sorriso, quello che David Foster Wallace chiamerebbe il “sorriso professionale”: una specie di emiparesi che devi mantenere anche nelle situazioni più difficili, che devi allenare perché non sembri troppo forzato; quello che alla fine della giornata hai sorriso così tanto che ti fanno male le mandibole.

In tutto questo, nella vita reale, hai lavorato 14 ore, sei andato in trasferta 3 volte in una settimana, non hai fatto la spesa, non hai chiamato tua madre e il tuo fidanzato stenta a riconoscerti anche perché quanto torni a casa sei un piranha: muta ma aggressiva.
Nella vita reale, se hai una lunga seniority e sei stato molto, molto bravo, hai portato a casa uno stipendio che si aggira tra i 1.500 e i 2000 euro.
Una fortuna di questi tempi, sono la prima a dirlo, ma rileggetevi bene tutto l’iter sopra descritto, moltiplicate il processo per quattro o cinque clienti, aggiungete che quasi sempre devi fare tutto in contemporanea e poi venite a cercarmi per dirmi che non sono guadagnati.

Ecco, più o meno, cosa sono le relazioni pubbliche (e per vostra salute mentale non ho aggiunto tutta la parte di ufficio stampa che senz’altro qualche collega vorrà raccontare): un lavoro bellissimo e faticosissimo.
Un lavoro che non tutti possono fare perché richiede tante capacità, moltissima dedizione, grande resistenza fisica ed enorme elasticità mentale
Una professione vera e propria sulla quale io per prima amo ironizzare (basta vedere il mio cosa faccio) ma che non tollero veder accostata alla banale organizzazione di feste, pranzi o cene con i politicanti di turno o, peggio, come nella citazione di Dalla Chiesa, ad una decadenza etica e morale generalizzata.

Sia chiaro, io sono la prima a prediligere un approccio ludico al lavoro perché so, per inclinazione ed esperienza, che migliorare creatività e produttività, aiuta a sostenere la fatica fisica, scioglie le tensioni.
Sono anche nota per essere un’organizzatrice di feste, a volte piuttosto sopra le righe, ma è un’attività che riservo con grande gioia e partecipazione alla vita privata, con amici e parenti (paghiamo di tasca nostra, abbiamo le ricevute!!)

Ecco perché mi sono sentita colpita dalle generalizzazioni che ho letto e sentito in questi giorni: non siamo certo una categoria importante e seria come politici e avvocati, ma da qui a dipingerci come degli automi alimentati a Martini e Mojito e mascherati da maiali ce ne passa. O no?

#TA12: una questione di curiosità.

Seduta rigorosamente in ultima fila, nel posto esterno che prediligo nei contesti in cui non sono perfettamente a mio agio, ieri ho partecipato ai Tweet Awards 2012.
Sulla mia scelta di andare ha sicuramente influito il fatto che conoscessi uno degli organizzatori, ma la verità è che ero divorata dalla curiosità per un questa fetta di web che conosco ancora poco.

L’effetto è stato terrificante e tranquillizzante al tempo stesso: un deja-vu con qualche (per fortuna!) spunto innovativo. Mi spiego meglio.

A causa dell’età che comincia ad avanzare (finalmente!) c’è da dire che bazzico l’Internet da un po’ ed ho vissuto alcune delle sue primordiali espressioni “social”.
Nel 2001 quindi da brava nerd ex giocatrice di ruolo offline, mi feci avviluppare da Extremelot, community di ambientazione fantasy (arricchita con perizia quasi maniacale da trattati interi su razze, usi, costumi, armi, lingue, ecc.)  in cui tutto il gioco era affidato alla fantasia, alla preparazione e all’onestà intellettuale dei giocatori. Uno scherzetto che sfiorava, nelle sue punte massime, i 2.000 accessi contemporanei, sparsi nelle varie stanze/chat.

Come potrete immaginare appena la community cominciò a crescere si sentì il desiderio, quasi l’esigenza, di incontrarsi davvero e per questo vennero organizzati dei raduni
(gli ultimi con quasi 1.000 partecipanti da tutta Italia) che furono una delle esperienze più surreali, divertenti e contemporaneamente agghiaccianti di tutta la mia vita.
La distanza tra l’identità online e quella offline alle volte era così smaccata da sfiorare (e non di rado superare) il grottesco; la varietà umana incredibile e chiaramente rappresentata nei suoi estremi positivi e negativi; la maggior parte delle relazioni umane incredibilmente condizionate dalle interazioni virtuali dei personaggi.

Insomma, per dirla alla romana, ‘na cambogia.
Cambogia della quale però conservo ancora la testimonianza migliore: una decina di amici veri sparsi un po’ in tutta Italia raccattati in quella marea umana grazie all’unica arma veramente potente in contesti simili, ovvero la capacità di non prendersi troppo sul serio e di essere sempre se stessi, dentro e fuori la rete.
Una specie di marchio di fabbrica, uno stile di vita che ha una sua precisa riconoscibilità tanto che, se ce l’hai, puoi fiutarlo negli altri e riconoscerli.

Ma perché racconto tutto questo? Che c’entra con i #TA12?
C’entra perché ieri, per un momento, quando mi sono seduta su quella sedia a guardare queste 300 persone accorse in un luogo sostanzialmente per conoscersi (visto che l’iniziativa era rigorosamente unofficial e i premi totalmente simbolici), un brivido mi ha percorso la schiena e mi ha riportato indietro di 10 anni facendomi temere una specie di follia collettiva simile a quella che avevo già vissuto.

Invece ho constatato con piacere una dinamica d’aggregazione rilassata, arricchita da scambi su progetti, interessi, novità, collaborazioni.
Sì c’era qualcuno di quelli che sono follower anche nella vita (in gergo leccaculo), qualche elemento border line (leggi psicolabile aspirante serial killer), qualche auto-nominato vip e qualche sfigato/a (si usa ancora il termine o è troppo 80’s?) ma nel complesso belle persone, divertite, divertenti e piene di spunti interessanti da scoprire.
Spunti che si sono moltiplicati nella serata post-evento quando al secondo drink, finalmente rilassata anche io, ho potuto individuare meglio qualcuna di quelle persone dotate della giusta dose di leggerezza e autoironia, persone con le quali ti viene voglia di andare a cena, bere un paio di bottiglie di vino e discutere per ore di questioni futili.

E ancora una volta ho ringraziato questa magnifica invenzione che ha la capacità di mettere in rete persone totalmente diverse fra loro per età, estrazione sociale, provenienza, professione, interessi e storia personale. Un mezzo incredibile che moltiplica le possibilità di interazione, che stimola la voglia di partecipazione e di incontro perché, bisogna ricordarlo, a parte qualche esempio di robotizzazione, nella maggior parte dei casi davanti al monitor c’è una persona e le persone finiscono sempre per avere voglia di aggregarsi per guardare in faccia quelli con cui interagiscono tutti i giorni per lavoro o per diletto.

Insomma sì certo i #TA12 non salveranno il mondo, va bene c’è stato qualche problema tecnico, ok alcuni premiati meritavano altri magari meno ma ora posso dire con grande senso liberatorio…chissenefrega! Il viaggio valeva gli incontri fatti, la mia innata curiosità per le dinamiche umane è stata ampiamente soddisfatta :)

God save the web!

Storia della mia gente (i pubblicitari) | Spot

Bellissimo articolo del Post.
Una storia triste (come tante) in cerca d’un lieto fine.
Ecco un piccolo abstract ma leggete tutto Storia della mia gente (i pubblicitari) | Spot.

Una volta il “pubblicitario” era un personaggio importante, strategico. Andava a pranzo con l’imprenditore, discuteva di strategie, di obiettivi, si interessava ai prodotti, univa il suo intuito da comunicatore a quello da uomo d’affari. E allora nascevano grandi casi di successo. Perché oggi non è più così? Eh, non ci sono più i pubblicitari di una volta, pensa. O forse… O forse la colpa non è solo dei pubblicitari.
In effetti la sua azienda – come tante aziende, dalle piccole alle multinazionali – ha iniziato a non dare più valore alle idee, a scegliere le agenzie più economiche, a chiedere sempre di più, di fare sempre di più, invece che pensare sempre meglio. A trattare l’acquisto del pensiero come si comprano i tondini di ferro. L’imprenditore si rende conto di non sapere nemmeno quale sia l’agenzia con cui lavora, come non sa chi rifornisce la cancelleria. Perché ha tanti fornitori, a seconda delle necessità. Del resto fino a ieri ha chiesto lui di ottimizzare, di fare gare al ribasso per qualsiasi progetto. Senza sapere nemmeno bene cosa stavano chiedendo alle agenzie. Senza accorgersi che anche lui stava diventando ingranaggio di un circolo vizioso inarrestabile…”

Un aggiornamento sulla polemica #MeetFS

Visto che l’argomento è ancora “caldo”, pubblico volentieri questo approfondimento sul tema con un’intervista di Luca Alagna a Elisabetta de Grimani, Responsabile Web&New media della Direzione Centrale Media di Ferrovie Italiane Spa.

Social Media e polemiche: cosa c’è dietro #MeetFS – Squer.it.

Il processo di rinnovamento avviato aiuterà a migliorare anche i servizi attualemnte scadenti? Ai posteri (e soprattutto ai giustamente incazzati pendolari) l’ardua sentenza.

Trenitalia fa schifo. Ma anche no.

E, in ogni caso, non sta qui il problema.
Sempre che di problema si debba parlare.

Rudy Bandiera in questo post sintetizza molto bene tutta la questione scatenatasi in rete in seguito all’organizzazione da parte di Trenitalia di un blogger tour per mostrare i retroscena del lavoro che ruota intorno a Le Frecce.
Il caso Trenitalia e #meetFS visto da fuori e a mente fredda.

Voglio solo aggiungere a questo articolo, con cui sono sostanzialmente d’accordo, che vedo già da molto tempo insinuarsi nell’online una dinamica fin troppo conosciuta offline:l’insinuazione a prescindere.
Molti di quelli che la fanno fino a ieri hanno avidamente letto sui quotidiani articoli che scaturivano esattamente dalle stesse strategie di media relation (noi delle PR le chiamiamo così…) di cui, magari, misconoscono l’esistenza e credono sia un privilegio da blogger influenti: mai sentito parlare di press tour?

Ecco, io in tanti anni di lavoro ne ho fatti a decine portando giornalisti a vedere, assaggiare, scoprire, capire qualsiasi cosa. E sperando poi di leggere buoni articoli sui miei clienti.
Si offre un’esperienza diretta (se faccio salami posso permettermi di non farli mai assaggiare a chi ne deve parlare?) che costa sudore e attenzione costruire nei minimi dettagli. E che comporta il rischio che qualcosa vada storto con tutte le conseguenze del caso (cazziate epiche, budget persi, posti a rischio, ecc.)
Qualche agenzia e qualche giornalista gira intorno al denaro ma è una questione di etica che vale per tutte le professioni e a tutte le latitudini e se ce l’hai bene, altrimenti fai i conti con la tua coscienza e, qualche volta, con la legge.

La differenza che non vedo cogliere dai critici/complottisti è che prima nessuno lo sapeva di queste modalità di coinvolgimento degli influenti (principalmente giornalisti ma non solo), ora abbiamo il live streaming su Twitter.

Lo capite o no che questo rappresenta una differenza epocale?
Le persone ci mettono la faccia, la credibilità in modo diretto, qui si gioca la partita del cambiamento nel modo di raccontare il mondo reale, aprendo a tutte le visioni.

Se continuiamo a ragionare anche sulla rete solamente nella logica del pro e contro, rifiutiamo l’idea che un’azienda che non ci piace possa avere dei risvolti economici, umani, professionali positivi dei quali dobbiamo tenere conto se vogliamo essere equilibrati nel giudizio; non facciamo niente di nuovo rispetto a quel tipo di cattiva politica e cattiva stampa che va vanti per proclami e non offre nessuno strumento di approfondimento e comprensione ai comuni cittadini.

La tendenza all’estrema semplificazione (parli bene, ti pagano; parli male, sei pagato dagli altri) è il lascito peggiore di venti anni di Berlusconismo.
Non permettiamo che inquini anche quei pochi spazi dove discutere è ancora un valore.

Plug and Pay: comincia il beta test di Jusp

Jusp – Plug and Pay.
Da oggi i pagamenti e le transazioni – per utenti customer e business – scoprono una nuova semplicità. Che richiede un’App, la tua carta di credito, e pochi tap sul tuo device… e, naturalmente, Jusp.

Ieri, durante la conferenza stampa del NocashDay, ho assistito alla presentazione di questo piccolo e geniale dispositivo che permette di utilizzare smartphone e tablet per effetture e ricevere pagamenti. Funziona con tutte le piattaforme.

Ne esistono già in commercio ma Jusp è l’unico che consente di digitare il pin della propria carta e, al momento, il dispositivo con il più elevato standard di sicurezza al mondo. Come se non bastasse, la startup è tutta italiana, sviluppatori e investitori.

Al di là dell’evidente sussulto dell’orgoglio che si prende una boccata d’aria fresca in questo clima economico e progettuale asfissiante, questo progetto può davvero portare ad un significativo cambiamento nelle nostre abitudini quotidiane.

Tutti i piccoli commercianti e professionisti che per lavorare si muovono e quindi non possono portare con loro un POS classico che, per quanto piccolo, è comunque ingombrante, avranno la possibilità di usare Jusp, anche con costi inferiori e, quindi, attirare consumatori (in netto aumento) che preferiscono il denaro digitale a quello cartaceo.

La guerra al contante è davvero cominciata? Funzionerà?
E si porterà dietro lotta all’evasione fiscale, al lavoro nero, alla mirco e macro criminalità che ha nel contante il suo punto di forza?
Avrà un’influenza positiva o negativa sui costi dei servizi bancari?

Le domande sono ancora tante, le risposte arriveranno sperando che non siano… :)

Un’infografica mi spiega perché sono inadeguata

In questa interessante infografica si evidenzia come le società di recruiting utilizzino sempre di più i social media per individuare e valutare candidati Job Research e Social Media | Tiragraffi.

Secondo le “norme” riportate dunque, se un head hunter vedesse la mia pagina facebook anziché prendermi in considerazione si farebbe il segno della croce e chiamerebbe un esorcista.

Foto compromettenti, polemiche a non finire, parolacce, outing di tutti i generi, mille informazioni diverse. Una specie di inferno dantesco che racconta una personalità decisamente spiccata e, con tutta probabilità, multipla.

Embè? possibile che un Cv di tutto rispetto come il mio venga annientato dalle mie esperienze extra-professionali?
Uno spritz in canotta sulla spiaggia vale di più di un cliente soddisfatto o di un premio vinto per una campagna?

Meno male che c’è linkedin, dove siamo tutti perfettini in tailleur blu ad una colazione di lavoro a Milano, e twitter dove ceniamo tra amici di vecchia data parlando di cose intelligenti e facendo battute ma solo di altissimo livello…

Al di là della facile ironia, devo tristemente constatare che soprattutto in un settore come il mio dove le competenze sono molteplici e sfumate e la creatività è parte integrante della professionalità, sarebbe quantomeno opportuno riprendere la sana abitudine di fare dei colloqui per capire meglio la persona che sta dietro a quelle 30 righe di cv e quel cerchietto con le corna da renna.

L’apparenza inganna…ma anche no ;)

“La scuola che avrei voluto fare”. Marco Savini racconta la sua BigRock | Tiragraffi

Ed ecco la mia intervista al fondatore di BigRock.
Buona lettura!

“La scuola che avrei voluto fare”. Marco Savini racconta la sua BigRock | Tiragraffi.