Intellettuali? Sì, grazie.

Sabato scorso ho assistito ad una bella e importante assemblea: quella dei lavoratori della conoscenza che si identificano come Quinto Stato, circa 4 milioni di lavoratori di cui nessuno si occupa perché privi di rappresentanza.

Sono quasi tutti professionisti che compiono un lavoro cosiddetto “immateriale”.
Niente fabbrica (in teoria) e tante ore dedicate a traduzioni, ricerca, archeologia, comunicazione, fotografia, grafica.
Nel 90% dei casi lavoratori indipendenti ma non per questo meno importanti dei lavoratori dipendenti o degli operai e, dunque, meritevoli delle stesse tutele.

Il tema è complesso e non sono titolata a parlarne fino in fondo perciò per approfondimenti vi rimando al sito del Quinto Stato e a quello della Furia dei Cervelli dove sono ben spiegate proposte, idee, attività e associazioni che aderiscono a questa nuova e intelligente forma di approccio al welfare che, un domani, sarà utile davvero a tutti.

Voglio però approfittare per fare una riflessione sul lavoro immateriale perché la cosa mi colpisce da vicino. La comunicazione è, per eccellenza, il lavoro inconsistente, privo apparentemente di un qualunque frutto concreto.

E’ un lavoro che richiede più testa che mani (quasi sempre) e in tempi di crisi ci si chiede sempre a che diavolo serva saper usare solo il cervello e non saper, invece, cucire, cucinare, costruire, pitturare, sviluppare tecnologia, fare calcoli, eccetere eccetera.
E’ come se, nell’era della contestazione ai tecnici di governo, in realtà non si facesse che sostenere che la “tecnica” è più importante della filosofia.

Non vi è mai capitato di sentirvi dire “stai a fa’ filosofia” come se alzare il livello del discorso, pensare ai massimi sistemi, fosse un’attività priva di utilità e fondamento?
Come se avere una mente capace di analisi, visione e previsione fosse più un difetto che un dono (in una donna poi non ne parliamo, un castigo divino).

Abbiamo perso il rispetto per gli intellettuali perché lo sono diventati tutti, i mass media hanno appiccicato questa etichetta in modo strumentale anche quelli che di intelletto ne avevano ben poco.
Invece chi si dedica al pensiero, chi usa il cervello come strumento di lavoro non ha niente da invidiare a chi ha capacità artistiche, tecniche o artigiane.

Capire, organizzare i pensieri, tradurli in linee di azione, sintetizzarli in un messaggio; vedere più lontano degli altri, fare strategia, aggregare e coordinare le persone; studiare, leggere, ascoltare, collegare eventi e teorie, elaborare e tradurre concetti richiedono talento, formazione continua, applicazione.

Forse tutto questo in tempo di crisi sembra inutile perché materialmente non produce nulla, invece è tra gli aspetti che ogni società avanzata dovrebbe curare al meglio.
I pensatori, quelli veri, sono capaci di ispirare la crescita come nessun tecnico potrà mai fare.
Sono quelli che hanno visioni del futuro che ispirano imprenditori, politici e amministratori.
Sono il migliore argine contro le derive dittatoriali e la tanto temuta antipolitica.
Sono i custodi delle parole, dell’utilità del confronto, del valore del progresso inteso come capacità di sintetizzare esperienze e bisogni e compiere un passo in avanti.

Gli intellettuali di questo inizio millennio affrontano temi e problemi diversi da quelli del secolo scorso ma altrettanto determinanti per uno sviluppo sano della nostra società.
Sono in via d’estinzione e andrebbero tutelati perché senza di loro la società è un treno lanciato a tutta velocità senza guida e verso ignota destinazione.