La cattiva madre

Bene, ormai alla 31esima settimana, con il globo terracqueo più o meno avvisato della mia gravidanza e a due mesi dall’ultimo post, direi che è giunto il momento di scrivere qualcosa su questa esperienza.

Partiamo subito con il piede giusto: dicono che in questa fase dovresti essere ripiena del cosiddetto ormone della felicità, ovvero una sostanza chimica che ti aiuterà a sopportare il disagio della panzona e il dolore del parto.
Sarà, ma io mi sento più pervasa dall’ormone dell’amarezza imperitura, della visione apocalittica e del giramento di coglioni perpetuo.

Fatta questa doverosa premessa, alla rinfusa e senza un vero criterio, voglio condividere i pensieri che una donna indipendente, con forte personalità, spiccate doti comunicative e un lato oscuro molto, molto radicato e persistente (anche se tenuto celato e a bada grazie ad anni di allenamento estenuante), può fare in merito al concetto “generare, crescere e educare un altro essere umano”.

E’ metà febbraio, il test si accende come un semaforo a led. Sì, sono piuttosto incinta.
E’ una cosa bella, desiderata, amo il padre che, dettaglio non scontato, è anche il mio compagno quindi tutto regolare. Salvo forse il fatto che dovrei avere delle reazioni tipo “ommioddio” e invece resto calma. Ma probabilmente a 37 anni e mezzo se non sai come hai fatto a rimanere incinta e ti stupisci devi farti qualche domanda.

Nei due mesi successivi si susseguono gli annunci: parenti, amiche e amici (o meglio, la famiglia allargata), l’ufficio. Si suseguono anche una serie di analisi di routine e per la prima volta vediamo il prodotto dei nostri lombi: è inequivocabilmente un gamberetto. Vabbè ma da un cuoco e una buona forchetta che t’aspetti? E’ normale.
Dal terzo mese in poi, se tutto è andato come deve (leggi “sei ancora incinta”) cominciano le vere complicazioni. E, paradossalmente, non hanno niente a che vedere con le naturali modifiche del vostro corpo, con l’azione degli ormoni e con il pensiero di diventare madre.

Ecco la prima: il gamberetto è in realtà un’aragostina.
Sana, con tutte le dita e gli arti al posto giusto ma, inequivocabilmente, femmina.
Giubilo interplanetario, padre al settimo cielo, tutti felici e io anche ma con una ruga interiore che piano piano si intensifica.
Femmina.
Mmmmmmmmmmm.
Crescerà in fretta. Sarà più svelta, intelligente, precoce (leggi: scassacazzi).
La domenica pomeriggio forse non potrò sbarazzarmene grazie un pallone spedendola al parco con il padre per mettermi lo smalto sulle unghie dei piedi.
E a proposito del padre, lo amerà incondizionatamente sin dai primi mesi mentre io dovrò conquistarmi ogni singolo cuoricino sul bigliettino d’auguri di Natale.
E più crescerà e più difficile sarà.
Femmina.
Una sfida affascinante ma, cribbio, vuoi mettere come sarebbe stato più facile intortarsi un mini uomo di neanderthal??

Passati i primi momenti di sgomento me ne faccio una ragione consolandomi con l’idea che perlomeno mi divertirò di più con lo shopping per l’abbigliamento (pensieri profondi, lo so). Errore: comincia la drammatica battaglia contro il “colore di genere”, il rosa imperante che imponiamo alle nostre figlie fin dalla nascita come se fosse un marchio di fabbrica.
“Signora è maschietto o femminuccia?”
“Femmina ma voglio qualcosa di verde/giallo/blu/arancione/indaco/tortora.”
“Ah, capisco.”
Sgomento, raccapriccio e secondo segnale inequivocabile di cattiva madre.
(Il primo è quando rispondi che no, non hai ancora scelto il nome e la cameretta della bambina è attualmente un deposito di mobili usati).
Per fortuna ti vengono incontro le culture europee meno attaccate agli stereotipi della nostra: spagnoli e francesi concepiscono l’utilizzo dei colori in modo equivalente per maschi e femmine e quindi, forse, troveremo soddisfazione anche se ci spiace un po’ che il nero per i bambini tenda ad essere poco usato…mah…
(per dovere di cronaca riferisco: di per se’ non ho niente contro il rosa è il principio, as usual, che non mi va giù).

Al settimo mese, provata dal caldo, dalla ritenzione idrica, dal peso in eccesso, dalla fatica improba per mantenere un minimo di attività cerebrale cosciente, cattiva madre si impossessa definitivamente di me e si manifesta con furia distruttrice e incontrollata:
no non credo che prenderò lo sterilizzatore, userò il microonde o la pentola per bollire SE sarà necessario;
no nemmeno la bilancia, mi regolo ad occhio, uso quella della cucina, la porto in farmacia, la pesa il pediatra;
possibile che non esista una “camicia da notte per allattamento” che non mi faccia sembrare un’Amish? io dormo con la maglietta dei Ramones e le mutande di solito, capisce?;
il deumidche?
sì, ho comprato 2 copertine di lana usate al mercato e le ho pagate in tutto 4 euro;
sì sto andando ad un concerto;
sì fumo una sigaretta quando ne ho voglia;
sì bevo anche una birra o un bicchiere di vino se mi va;
sì, penso di mandarla all’asilo presto,sì penso che allattare troppo a lungo sia sbagliato;
no, in realtà non ho la più pallida idea di come sarà e ogni tanto penso che se mi verrà troppo difficile essere madre potrò sempre scappare in sudamerica e lasciare da solo il povero padre. Fa pure fico no? di solito succede il contrario!

avrete tutta la vita per criticare cos’è tutto st’impego d’energie in anticipo? date tempo al tempo, fatemi partorire e diventare la cattiva madre che mi preparo ad essere da una vita e poi, finalmente, ci potremo scontrare su tutti i dettagli raccapriccianti che oggi mi trifolano i coglioni.

In testa, al momento, ho solo una linea guida: se io sarò felice, mia figlia sarà felice.
Tutto il resto è un soffocante stereotipo.

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