Riprodursi non è un obbligo

Premessa1: post politicamente scorrettissimo sulla genitorialità. Farà incazzare molti ma è un punto di vista non una verità assoluta quindi andateci piano con gli insulti che vi banno.

Premessa 2: ho una figlia di 5 mesi che ho voluto e di cui sono entusiasta. Anche perché se a 38 anni fai un figlio per “sbaglio” forse è il caso che ti poni qualche domanda.

Però non ero obbligata a diventare madre.

Ma è una cosa naturale, dite. Forse lo era 50 0 100 anni fa quando si facevano figli a raffica (grazie anche all’assenza di contraccezione) e non ci si preoccupava troppo se a 6 anni raccoglievano cicoria nei campi o stavano nella fabbrica di famiglia a intossicarsi con le tinture. Anzi era proprio uno dei motivi per cui si facevano. Un po’ come nei paesi in via di sviluppo oggi no?

Se consideriamo però che ormai siamo 6 miliardi e nel ricco occidente fare un figlio è diventato una specie di gara a chi “costruisce” il prodotto migliore, mi sento di dire: se non avete il desiderio, l’afflato, l’opportunità, lasciate perdere. Ho mille volte più stima di chi decide consapevolmente di non fare un figlio non essendo proprio sicuro di volerlo, rispetto a chi decide di farlo a tutti i costi pur sapendo di non avere le condizioni (e non mi riferisco prioritariamente a quelle economiche).

La differenza è sottile ma sostanziale perché oggi, nel 2014, se non hai capito cosa comporta avere della prole o sei cretino o sei in malafede.

Ripeto, non si tratta più di accoppiarsi, partorire e sperare che sopravvivano a sufficienza per lavorare e portare anche loro il pane a casa. Oggi, visto che l’evoluzione ha voluto che ce ne occupassimo con molta più attenzione, dobbiamo sapere che un figlio è un impegno gravosissimo, fisico e psicologico. Soprattutto alla veneranda età in cui ci ritroviamo a farli.

Ti mette in discussione, ti costringe ad imparare una cosa nuova al minuto, ti tira fuori tutti i lati positivi e negativi. Ti mostra cose del tuo compagno/a che non avresti mai voluto sapere o vedere. Ti costringe ad una selezione feroce di parenti, amici, appuntamenti. Ti mette nella condizione di imparare il significato di priorità ed applicarlo militarmente, pena la sopravvivenza stessa della famiglia che tanto faticosamente metti su.

Quindi se non avete alcuna intenzione di cambiare i vostri ritmi, se credete che ripetere le stesse cose cento volte sia assurdo e fare versi e pernacchie leda la vostra dignità, se non ammettete l’ipotesi che il frutto dei vostri lombi possa essere totalmente diverso da voi, se non avete la minima dimestichezza con la manifestazione dell’affetto, se non pensate sia necessario rivedere le vostre abitudini per dare il buon esempio, se non riuscite a concepire grazia in una routine e a vivere i doveri con serenità, fate un favore a voi stessi e al mondo: non vi riproducete.
Di esseri umani psichicamente instabili ne abbiamo già abbastanza senza che vi ci trasformiate anche voi e tiriate su altri infelici.

Pensateci. Bene. E quando ci avete pensato, pensateci ancora perché in questa nostra società così competitiva, malata, utilitaristica e scarsamente solidale, fare un figlio ha a che fare non solo con l’esigenza di perpetrare la specie ma con l’enorme responsabilità di crescere individui migliori di noi.

 

Post Scriptum speranzoso che, in parte, smentisce, ribalta e riequilibra l’amaritudine del post politicamente scorrettissimo. “Mi contraddico? Certo che mi contraddico! Sono vasto, contengo moltitudini” (W. Whitman).

Ieri ho conosciuto un ragazzo di vent’anni con una figlia di 1 anno chiaramente frutto di un incidente. “Lei prendeva anche la pillola!” mi ha detto con una frase ancora carica di stupore ma senza un filo di rammarico. Avevo appena salutato i suoi genitori, energici e pieni di entusiasmo per la nipote. Ho guardato questo quadro con attenzione, distratta appena dal mio fardello paffutello che sgambettava nel marsupio e ho pensato “vedi che bello però”. In fondo è un vizio tutto italiano quello di considerarsi “giovani” fino a cinquant’anni: a venti sei adulto, puoi lavorare e votare e, quindi, anche riprodurti. Anzi forse è molto meglio che farlo a quaranta, in questa Italia scellerata in cui non ci sono mai state (e forse mai ci saranno) risorse a sostegno dei genitori e la rete di protezione della famiglia d’origine è indispensabile. A questo punto, se non si è contrari per principio all’idea, meglio anticipare di 15 anni abbondanti l’evento, arrivare intorno ai trenta con una prole già “avviata” e potersi dedicare magari meglio al lavoro senza quelle brusche interruzioni di carriera che, ad esempio, le donne ultratrentacinquenni sono costrette ad affrontare causa figli. E poi vuoi mettere? Ci si ritroverebbe a intorno ai quarantacinque anni con figli maggiorenni, liberi di goderci  questa fantastica età e pronti (forse) a diventare nonni a nostra volta.

Vuoi vedere che la soluzione sta in un ritorno ad abitudini passate miste a consapevolezze contemporanee?

Pope sharing: un atto d’amore e responsabilità

Habemus-Papam-anzi-no.-La-profezia-di-Nanni-Moretti_h_partbIn verità vi dico: sono solo battezzata perché ho dei genitori credenti e profondamente democratici che non mi hanno forzato a fare la Comunione in tenera età.
Il resto l’ho fatto da sola: essendo stata bambina precocemente contrariata, non ho voluto affiliarmi a niente di così “definitivo”.

Perfino i pochi anni passati negli scout sono stati caratterizzati da una forma di ribellione all’interno del movimento, mediata grazie ad un capo intelligente: partecipavo fisicamente alla messa per rispetto al gruppo, ma me ne stavo in silenzio per conto mio.
Non ho deciso di recuperare i sacramenti perduti nemmeno quando mi è stato chiesto di fare da madrina alla nipote acquisita e a quella carnale. Sono fattà così, la coerenza è il mio miglior pregio e, probabilmente, il mio peggior difetto.
Non credo in Dio e dubito che cambierò idea (anche se non dimentico mai l’affaire Giovanni Lindo Ferretti: se s’è convertito lui, può succedere a chiunque!).
Il mio teologo di riferimento è Padre Pizzarro.

Il mio sguardo da laica per lo più pastafariana dunque, si posa sulla vicenda delle dimissioni di Benedetto XVI in modo totalmente estraneo alla questione religiosa pura.

Un gesto che, oltre tutte le teorie e le definizioni, ha senza dubbio ha una portata storica.
E allora mi sono domandata: perchè non approfittare di questo grande cambiamento per progettarne uno ancora più grande? Qualcosa di veramente rivoluzionario che porterebbe definitivamente questa istituzione nel terzo millennio?

Nasce così l’idea del Pope sharing: una Chiesa contemporanea, vicina alle realtà delle comunità cattoliche di tutto il mondo.
Perché rimanere sempre nella stessa sede, facendo solo di quando in quando un viaggio pastorale? Non sarebbe più utile e significativo spostarsi, magari privilegiando per primi i luoghi in cui il fervore religioso rappresenta ancora una priorità?
Un gesto di amore per tutti quei fedeli che magari nella loro vita non potranno mai permettersi un viaggio fino a Roma per vedere il Papa.
Un atto di responsabilità verso tante nazioni, anche molto povere, martoriate da conflitti, dove la presenza del Santo Padre potrebbe aiutare a rendere la situazione meno tesa o, perlomeno, obbligherebbe il consesso internazionale ad occuparsi seriamente della questione.

Immaginate quanto lavoro si potrebbe fare in Cina, in America e anche nelle altre nazioni europee a forte impronta cattolica come la Spagna e la Polonia.
Immaginate cosa signficherebbe per paesi come l’Angola, il Ruanda, le Filippine o il Messico ospitare per un anno o due la residenza della maggiore autorità religiosa.
Immaginate la potenza del messaggio, il cambiamento epocale, i vantaggi:
investimenti, turismo, lavoro, infrastrutture

Andare ad incontrare tutti i preti di frontiera e dare loro conforto da vicino, potersi confrontare direttamente con le famiglie dei bambini e dei ragazzi abusati, poter vedere con i propri occhi la grandezza e la miseria del proprio potere e porre rimedio ove necessario…
Un grande fermento, una nuova evangelizzazione, un nuovo orizzonte da esplorare.

Certo direte voi, l’Italia perderebbe per lungo tempo uno dei suoi elementi caratteristici, Roma uno dei punti di riferimento per turisti  e credenti (anche se, vale la pena sottolinearlo, la Cappella Sistina mica si sposta…), ma ci siamo già passati nel XIV secolo con lo spostamento del papato ad Avignone e siamo sopravvissuti.

E poi noi romani siamo generosi, “de core”, e siamo coraggiosi e sapremo certamente portare questa croce per il bene di tutti i cattolici del mondo.

Troveremo di che confortarci con il teatro, il cinema, l’arte, la musica e il buon cibo;
guarderemo sempre con ammirazione al Cupolone che al tramonto disegna in modo inconfondibile lo skyline capitolino;
sospireremo ricordando i bei tempi del Giubileo, le udienze del mercoledì con i festanti torpedoni dei pellegrini, la Via Crucis al Colosseo, la Messa di Natale e l’Angelus della domenica e, sorridendo, ce ne faremo una ragione perchè sapremo che anche altri possono godere di tutto questo.

Già al solo pensiero mi sento pervadere dall’entusiasmo e dalla gioia della condivisione!
Se anche tu ci credi, diffondi il messaggio…share the Pope!