La sinistra è un’utopia

plin-plon
<ATTENZIONE! POST NOSTALGICO AD ALTO CONTENUTO RETORICO A TRATTI SBOCCATO. SI PREGA ASTENERSI DA LETTURA E COMMENTO CINICI ANALISTI, FASCISTI DEL TERZO MILLENNIO E LIBERISTI DISFATTISTI>
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L’utopia ha una funzione sociale fondamentale: da’ tensione verso la meta.
La sinistra è per me, prima di tutto, l’idea di un mondo pacifico in cui regni la giustizia sociale, l’equa distribuzione delle risorse, libertà personale, laicità dello stato, cultura della differenza.

E, scusatemi, ma per quanto mi sforzi proprio non riesco a trovarcelo un lato brutto in questo quadro d’insieme. Totalmente irrealizzabile, siamo d’accordo (si parla infatti di utopia) ma altamente motivante, non trovate?

E invece, niente, il racconto di un sogno cui tendere continua tragicamente a mancare nella rappresentazione pubblica della parte politica cui dovrei naturalmente appartenere.
La visione è persa, affogata, sporcata e reso opaca da un’ormai perpetua e intollerabile variazione sul tema di squallidi compromessi.

Nessun leader realmente capace di illustrarci in modo chiaro, netto, inequivocabile e, sì perdio, entusiasmante e carico di passione, non il prossimo (quando esiste) programma o la prossima ipotesi di coalizione, ma l’utopia.
I discorsi annacquati si traducono in dichiarazioni e atti politici nebbiosi che ci lasciano con la gola secca e la testa confusa.

Progresso è una parola importante (ti amo sempre Nanni) che richiede cambiamento: negli schemi, nei metodi, nelle tecnologie applicate, nella comunicazione, nell’analisi, insomma in quello che vi pare ma, porca troia, la visione generale, l’ideale, dovrebbe rimanere immutato, immobile, un faro nella notte delle nostre vite in guerra contro l’ingiustizia e a favore di quei valori sopra elencati che pensavo potessimo ritenere universali nella nostra “versione” di democrazia.

E invece no, tutto gira insieme al contesto e, paradossalmente, rimane esattamente dov’era e com’era.

Non c’è slancio, non c’è entusiasmo, non c’è sacrificio personale e immedesimazione,
non si percepisce reale desiderio di coinvolgimento, non c’è Bellezza.

E io mi sento, idealmente e politicamente parlando, un’orfana.

Succede che.

Avevo preparato l’annunciato articolo sulle strane corrispondenze tra gli atteggiamenti lavorativi e quelli sessuali ma po m’è venuta in mente un’altra cosa e, come sempre, finisco ad inseguire le farfalle come i bambini :)

Succede che leggendo qua e là su Internet, saltando da un giornale a un blog, passando da facebook a twitter con atterraggio morbido su Pinterest si perde un po’ il senso del tempo, dell’orientamento e anche un po’ il pregiudizio.

La tesi è questa: sono iperesposta.
Alcune cose le cerco, quasi tutte cercano me.
Leggo contenuti e vedo immagini ancora prima di sapere chi è l’autore.
Mi piace il punto di vista o l’inquadratura.
Poi approfondisco il giornalista, il blogger o il fotografo e scopro che è un fascista o, peggio, un laziale [sostituisci con comunista/romanista/quellochedisolitoschifi].

E mo’? che faccio? sono ancora d’accordo? mi piace ancora la foto? la condivido?
C’ho voglia di spiegare all’esercito (piccolo o grande) di amici e conoscenti questo improvviso cambio di fronte? Questo alto tradimento? Questo inspiegabile smarrimento di coerenza?

Mi trovo costretta a riflettere su cosa esattamente influenza la mia percezione e su quanto la grande abbuffata social mi stia, paradossalmente, costringendo a riappropriarmi di un’opinione pura, individuale, il più possibile scevra dal condizionamento del “sottopancia” (è di sinistra sono d’accordo/è di destra buuuuu).
E anche sul web la battaglia degli influencer impazza e non sai mai se quello che leggi lo leggi perché ti interessa o perché interessa uno cui sei interessata ma per altri motivi (lo so, è contorto ma è voluto. Rende l’idea.)

Non ve lo nego è un lavoro schifoso (cit.) perché si tratta di disseppellire, rianimare, rimettere in forma e allenare per le Olimpiadi il proprio senso critico che magari giaceva mollemente adagiato da anni sul soffice divano del qualunquismo e della polemica a prescindere.

Il risultato può essere sorprendente (non necessariamente in senso positivo): scoprirete muscoli neurali che non credevate esistessero e ne sarete lieti; vi troverete d’accordo con un articolo di Libero [sostituisci con FattoQuotidiano se ritieni] e vi verrà il panico.
Però, miracolosamente, ricomincerete a pensare e a guardarvi intorno e ad avere bisogno di confronto, di rappresentanza, di analisi, di approfondimento.

Insomma succede che l’ipotetica era dell’appiattimento globale potrebbe invece trasformarsi nell’era dell’abbattimento del pregiudizio a prescindere e del risveglio delle coscienze. Sempre che uno sia propenso al lavoro schifoso di cui sopra.

[nota 1: questo articolo non è frutto del mio pensiero ma di un mix di teorie orientali e subsahariane mutuate da un blog austriaco influenzato dalla mistica sudamericana]

[nota 2: quanto mi piacerebbe fare l’esperimento di pubblicazione di articoli senza firma del giornalista e senza testata di riferimento per vedere quanti riconoscono l’area di appartenenza]

[nota 3: tranquilli, l’articolo sul sesso è pronto, prima o poi lo pubblico]