Il più pulito c’ha la rogna.

Apprezzabile il gesto di Giannino ma a 4 giorni dalle elezioni è un suicidio politico che non rende giustizia al lavoro fatto dallo staff e mortifica chi aveva creduto in un progetto.
La politica in Italia (e non solo) è uno sport che assomiglia più al rugby che al badminton: se non sei pronto a giocare sotto la pioggia e nel fango, forse hai sbagliato mestiere.

E lo dico anche a tutti quelli che voteranno un inesperto purché onesto sperando che risolva tutti i problemi del mondo trasformando il Parlamento in un’isola felice.
La cattiva politica si batte solo con la buona politica, ma sempre di politica parliamo: mediazione, composizione dei contrasti, compromesso, rappresentanza dei propri interessi ma anche di quelli delle minoranze, di chi non ci ha votato e di chi non la pensa come noi.
Se pensate che sia semplice, in bocca al lupo per tutto.

Aggiungo, per attirarmi definitivamente le ire dei più sensibili: in questo Berlusconi è sempre stato vincente. Sacrifica e impegna tutto (immagine, soldi, famiglia, aziende, collaboratori, ecc.) per fare gli interessi suoi e dei suoi sostenitori.
Giudico i suoi interessi orribili, sbagliati e lontani dai miei ma c’è qualcuno che fa la stessa cosa con tanta forza e costanza per interessi migliori?
Dovrei rispondermi “certo, quello per cui voterai” ma so da me che non è proprio così.

Mi accontenterò l’ultima volta giusto perché sono una persona coerente che crede nel valore dei percorsi e nella chiusura delle esperienze.

Il più pulito c’ha la rogna,
ma il più rognoso c’ha ragione.
(proverbio aggiornato per l’occasione)

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Pope sharing: un atto d’amore e responsabilità

Habemus-Papam-anzi-no.-La-profezia-di-Nanni-Moretti_h_partbIn verità vi dico: sono solo battezzata perché ho dei genitori credenti e profondamente democratici che non mi hanno forzato a fare la Comunione in tenera età.
Il resto l’ho fatto da sola: essendo stata bambina precocemente contrariata, non ho voluto affiliarmi a niente di così “definitivo”.

Perfino i pochi anni passati negli scout sono stati caratterizzati da una forma di ribellione all’interno del movimento, mediata grazie ad un capo intelligente: partecipavo fisicamente alla messa per rispetto al gruppo, ma me ne stavo in silenzio per conto mio.
Non ho deciso di recuperare i sacramenti perduti nemmeno quando mi è stato chiesto di fare da madrina alla nipote acquisita e a quella carnale. Sono fattà così, la coerenza è il mio miglior pregio e, probabilmente, il mio peggior difetto.
Non credo in Dio e dubito che cambierò idea (anche se non dimentico mai l’affaire Giovanni Lindo Ferretti: se s’è convertito lui, può succedere a chiunque!).
Il mio teologo di riferimento è Padre Pizzarro.

Il mio sguardo da laica per lo più pastafariana dunque, si posa sulla vicenda delle dimissioni di Benedetto XVI in modo totalmente estraneo alla questione religiosa pura.

Un gesto che, oltre tutte le teorie e le definizioni, ha senza dubbio ha una portata storica.
E allora mi sono domandata: perchè non approfittare di questo grande cambiamento per progettarne uno ancora più grande? Qualcosa di veramente rivoluzionario che porterebbe definitivamente questa istituzione nel terzo millennio?

Nasce così l’idea del Pope sharing: una Chiesa contemporanea, vicina alle realtà delle comunità cattoliche di tutto il mondo.
Perché rimanere sempre nella stessa sede, facendo solo di quando in quando un viaggio pastorale? Non sarebbe più utile e significativo spostarsi, magari privilegiando per primi i luoghi in cui il fervore religioso rappresenta ancora una priorità?
Un gesto di amore per tutti quei fedeli che magari nella loro vita non potranno mai permettersi un viaggio fino a Roma per vedere il Papa.
Un atto di responsabilità verso tante nazioni, anche molto povere, martoriate da conflitti, dove la presenza del Santo Padre potrebbe aiutare a rendere la situazione meno tesa o, perlomeno, obbligherebbe il consesso internazionale ad occuparsi seriamente della questione.

Immaginate quanto lavoro si potrebbe fare in Cina, in America e anche nelle altre nazioni europee a forte impronta cattolica come la Spagna e la Polonia.
Immaginate cosa signficherebbe per paesi come l’Angola, il Ruanda, le Filippine o il Messico ospitare per un anno o due la residenza della maggiore autorità religiosa.
Immaginate la potenza del messaggio, il cambiamento epocale, i vantaggi:
investimenti, turismo, lavoro, infrastrutture

Andare ad incontrare tutti i preti di frontiera e dare loro conforto da vicino, potersi confrontare direttamente con le famiglie dei bambini e dei ragazzi abusati, poter vedere con i propri occhi la grandezza e la miseria del proprio potere e porre rimedio ove necessario…
Un grande fermento, una nuova evangelizzazione, un nuovo orizzonte da esplorare.

Certo direte voi, l’Italia perderebbe per lungo tempo uno dei suoi elementi caratteristici, Roma uno dei punti di riferimento per turisti  e credenti (anche se, vale la pena sottolinearlo, la Cappella Sistina mica si sposta…), ma ci siamo già passati nel XIV secolo con lo spostamento del papato ad Avignone e siamo sopravvissuti.

E poi noi romani siamo generosi, “de core”, e siamo coraggiosi e sapremo certamente portare questa croce per il bene di tutti i cattolici del mondo.

Troveremo di che confortarci con il teatro, il cinema, l’arte, la musica e il buon cibo;
guarderemo sempre con ammirazione al Cupolone che al tramonto disegna in modo inconfondibile lo skyline capitolino;
sospireremo ricordando i bei tempi del Giubileo, le udienze del mercoledì con i festanti torpedoni dei pellegrini, la Via Crucis al Colosseo, la Messa di Natale e l’Angelus della domenica e, sorridendo, ce ne faremo una ragione perchè sapremo che anche altri possono godere di tutto questo.

Già al solo pensiero mi sento pervadere dall’entusiasmo e dalla gioia della condivisione!
Se anche tu ci credi, diffondi il messaggio…share the Pope!

Quello che marketing e comunicazione non dicono

marketingSuccede sempre così, passa un mese, accadono centinaia di cose al lavoro, nella vita privata, nella vita pubblica e io vorrei scrivere per ciascuna un post ma, chissà perché, dopo le prime 5 righe l’ispirazione mi abbandona.

Poi, in un giorno che non sembrava dovesse essere diverso dagli altri, apro facebook e trovo uno dei miei preferiti punti di riferimento per la satira, il grande Makkox (se non lo conoscete conoscetelo), che fa una vignetta su una storia vera che in qualche modo tira in ballo la mia professione e tutto il sommerso di un mese torna su, i miei neuroni pigri diventano iperattivi e cominciano a fare collegamenti, sale la tensione cerebrale e il desiderio di dire qualcosa in proposito.

Cominciamo proprio dal proposito, ovvero il marketing e la comunicazione.
Non vi farò lezioni e descrizioni, andate su wikipedia e saprete tutto (o quasi) quello che c’è da sapere su queste discipline che hanno rivoluzionato il mondo in cui viviamo come e più del motore a scoppio probabilmente.

Voglio soltanto constatare che in questi giorni mi è capitato più volte di leggere opinioni, dirette e riportate, di persone “normali” su questi mestieri e non erano per niente buone.
Truffatori, fuffologi, brutte persone che trasfigurano la realtà ad uso e consumo di aziende, istituzioni e politici, a danno della povera gente.

Ora, posto che non mi ritrovo pienamente in questa tragica immagine e che realizziamo soprattutto attività utili e positive, non c’è dubbio che il nostro lavoro per molti anni si è aggirato nelle tante zone grigie che circondano i codici etici e di autoregolamentazione della professione.
Sono una persona perbene e ritengo di affrontare al mia quotidianità lavorativa in modo trasparente e inattaccabile, ma non posso negare che in diverse circostanze avrei preferito poter rinunciare a determinati incarichi che, pur essendo totalmente leciti, avevano tratti e caratteristiche quantomeno ambigui.

I vasi di Pandora che si stanno lentamente ma inesorabilmente scoperchiando nel mondo, dalle banche alle grandi realtà industriali, dalla politica malata delle nazioni cosiddette civili alle primavere nei paesi arabi, dal femomeno delle startup emergenti a quello della piccola e media impresa morente, credo impongano una riflessione piuttosto seria su come e quanto il marketing e la comunicazione possono incidere in un percorso di rinnovamento globale.

Dobbiamo ancora sostenere con le nostre intelligenze e capacità delle realtà ormai indifendibili?

Dobbiamo ancora contribuire con tutta la nostra strategia a rendere più digeribili progetti, persone, personaggi che non hanno un reale valore intrinseco e per la comunità?

Dobbiamo ancora rimanere nell’ombra, dietro le quinte e fingere che la nostra professionalità non sarebbe strategica in un paese come l’Italia dove colpevolemente si specula sul “ci parliamo ma non ci capiamo” per giustificare molte nefandezze?

Non dobbiamo dire che ci siamo seduti troppo a lungo su budget troppo alti (e ora piangiamo la miseria che ci attanaglia) senza chiederci se potevamo fare qualcosa di più  e meglio per educare, rendere finalmente adulti aziende, Stato e cittadini?

Sì perché il nostro, se non l’aveste ancora capito, è un lavoro che si infila nei pertugi della vita quotidiana di ogni singolo cittadino e potrebbe, potenzialmente, essere  parte attiva e sostanziale di un grande cambiamento culturale.
Eppure anche in questo caso tendiamo ad essere singolo, a non pensare in grande, a non voler comprendere il potere che un atteggiamento più aperto e collaborativo potrebbe avere. E non vogliamo farlo perchè sappiamo (ce l’ha insegnato lo zio dell’Uomo Ragno) che da grandi poteri derivano grandi responsabilità e gli italiani sono in larga maggioranza ancora in una fase di pubertà mentale.

Io che invece da qualche anno ho capito che diventare adulti è nella natura delle cose ed è una bellissima esperienza, non solo vivo meglio ma penso in direzioni completamente differenti. Per 15 anni ho avuto l’opportunità di fare un mestiere entusiasmante che mi è costato enorme fatica, mi ha dato grandi soddisfazioni e insegnato moltissime cose.
Oggi rifletto sul fatto che forse è tempo di restituire un po’ di quello che ho imparato mettendo a disposizione le mie competenze solamente a chi dimostra di voler realmente costituire valore per la comunità.

Lo so, colleghi, che state pensando “è facile a dirsi ma poi i clienti sono quello che sono e se vuoi mangiare…”
Beh, per quanto mi riguarda l’idea di una totale inversione di pesi non mi crea nessuno scompenso: un lavoro “normale” per garantirmi il sostentamento, la comunicazione e le relazioni pubbliche come missione.

Quasi quasi, nel deserto di prospettive che ci circonda, questa è la cosa che assomiglia di più a un sogno.