Questo non è un articolo

E’, più che altro, un appunto mentale.

Avere 10 buone idee e intuizioni al giorno e non tradurne nemmeno una in qualcosa di concreto è come avere l’encefalogramma piatto.

Va ripensata la distribuzione del proprio tempo in base al reale ritorno di investimento (giusto per usare termini cari all’economia) di ciascuna ora impiegata.

Vanno ritarati valori e aspettative.

Insomma, altro lavoro da fare.

 

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Sedici anni vent’anni fa

Vent’anni fa, a maggio, avevo sedici anni.

Ricordo con precisione, cosa rara per la mia memoria ballerina, il momento in cui nei miei occhi si materializzò l’immagine del fallimento e della sconfitta, rappresentata da una voragine in autostrada.

Ricordo la sala da pranzo, i miei genitori davanti alla tv, le rughe sulla loro fronte, le parole per spiegare l’inspiegabile ad una figlia adolescente, senza omettere ma cercando di non aggiungere altro orrore.

Immagino oggi altri genitori cercare di spiegare ai figli quello che è accaduto a Brindisi.
provare a non fargli perdere la fiducia nel futuro e nelle istituzioni, sempre più deboli, sempre più colpevoli.

Gli accadimenti del 92 mi hanno segnato.
Hanno seminato un desiderio, mai sopito e quotidianamente esercitato, di contestare ciò che non ritengo giusto parlando, scrivendo, manifestando, lavorando per costruire alternative, anche solo nel modo di pensare del mio microcosmo.

Vent’anni fa avevo sedici anni, ce li ho anche oggi e spero di averli per tutta la vita.

C’è un brutto clima.

Oggi mi trasformo nel Mago Otelma del complotto&complottismo e snocciolo una serie di considerazioni e previsioni che giustificano il titolo vagamente populista e demagogico di questo articolo.

Prima di tutto Genova.
Genova è il luogo odierno dell’attentato ad Adinolfi a cura della FAI, la città dell’attentato a Guido Rossa, il luogo in cui 11 anni fa lo stato represse malamente e colpevolmente il movimento no-global che portava avanti al G8 le istanze sulle quali tutti oggi ragioniamo.

Genova che ha dato i natali a Grillo e De André, due figure diverse e controverse che hanno sempre spaccato il fronte dei pigri benpensanti, dei fascisti e dei sinistri radical-chic e alle quali si è tentato e si tenta di appiccicare qualunque tipo di etichetta pur di inquadrarli in qualche modo.
Genova e la Liguria che sono tutta l’Italia, mare e montagna, cantieri e Sanremo, eroi, santi, operai, navigatori e agricoltori.

Poi c’è la Val di Susa e il Movimento No-Tav che scopriamo essere diventato la madre di tutte le preoccupazioni secondo l’attuale Ministro dell’Interno Cancellieri che per questo vuole rafforzare l’impiego dell’esercito nel presidio di obiettivi sensibili in modo da liberare Polizia e Carabinieri per il controllo del territorio.
I no-tav che a detta di tutti sono un movimento pacifico però non si sa mai, quelle mele marce rovinano tutto (anche se loro dichiarano espressamente di non volere la violenza al loro interno così come fece a suo tempo il movimento no-global).

Vogliamo parlare della crisi e di Equitalia? gli attentati, le proteste, i suicidi riverberati, ingigantiti dai media che inzuppano il pane nel gusto per il morboso che da sempre contraddistingue la maggioranza dei nostri cattolicissimi cittadini (sangue, spine, martiri, sofferenza, soprattutto sofferenza).

E poi ci sono i movimenti di cui nessuna politica vuole occuparsi, troppo impegnata all’autoconservazione (come correttamente ricordava ieri ad Agorà su Rai 3 un candido Paolo Romani): ad esempio tutto il movimento legato ai beni comuni (Teatro Valle e Nuovo Cinema Palazzo a Roma, Macao a Milano, Teatro Garibaldi a Palermo, La Balena a Napoli, ecc.) o il movimento Se non Ora Quando o ancora quello del Quinto Stato che si aggrega e studia per trovare un nuovo approccio al lavoro uscendo dalla logica infamante del ricatto.

Movimenti di persone, che si aggregano dal basso, si incontrano, manifestano si parlano, lavorano, studiano, cercano soluzioni e alternative all’esistente che non li soddisfa dal punto di vista democratico, umano, civile e politico.

In questo contesto così disgregato allora, fa comodo dare ad un vecchio “tecnico” dell’ordine pubblico come Gianni De Gennaro la delega ai Servizi di Informazione e Sicurezza con la benedizione di D’Alema e Napolitano, preoccupatissimi che i movimenti dal basso accentrino molti consensi e li spostino sulla cosiddetta anti-politica di fatto sovvertendo l’ordine costituito che, in 60 anni, ha fatto di questo Paese la nazione sfasciata ma stabile che conosciamo. Gli interessi che si rimanga fermi allo status quo sono moltepici e, come sempre, internazionali e a sfondo economico.

E ora dopo questa pippa infernale vi starete chiedendo “sì vabbè, ma quindi?”
Quindi, c’è un brutto clima.

La politica suicida e corrotta non fa più da punto di riferimento per i cittadini che allora si rifugiano nel senso di sicurezza che gli da’ uno Stato-Governo tecnico che altro non può fare se non usare strumenti già sperimentati e noti. Investigazioni, restrizioni, contenimento, giusto per rimanere nella norma e non voler sconfinare nel “deviato”.
Una modalità cara all’italiano medio che non vuole pensieri, vuole tutto semplificato in buoni e cattivi, che ha il vizio dell’ordine e della pulizia esteriori ma poi se quello che non si vede è marcio fino al midollo pazienza.

E allora tutto sarà bollatto come eversivo, le manifestazioni si trasformeranno in guerriglia dando così evidente giustificazione alla repressione che precederà e/o conseguirà. Ma d’altra parte non esprimere e non manifestare sarebbe come arrendersi automaticamente ad uno Stato che decide che le regole del gioco sono solo le sue e non ci sono margini di discussione.
Ogni starnuto sarà attentato, ogni dichiarazione diverrà incitamento, ogni cittadino un potenziale terrorista. Mentre i responsabili veri, i mandanti e gli esecutori materiali forse non verranno mai davvero individuate come è uso in questa Italia dei misteri mai risolti.

Ecco questo è il mio vaticinio: il peggio di questo periodo nero forse non l’abbiamo ancora visto.

La verità ti fa male, lo so.

E’ da qualche giorno che su Twitter l’hashtag #laverità coinvolge un po’ tutti.
Come sempre si cinguetta fra il serio e il faceto, tra il personale e il sociale, tra politica e calcio, lavoro e cazzeggio.

Sembra banale eppure l’argomento è serio, controverso, di difficile
comprensione e ancor più difficile applicazione.
E’ qualcosa che tutti invocano ma in realtà pochi vogliono,
è qualcosa di cui non si prendono mai in considerazione tutte le sfumature e tutte le conseguenze.
Non è un caso che il mio motto sia proprio “non fare domande se non sei certo di volere le risposte”: sono profondamente convinta che la verità prima di tutto sia una scelta.

Se la vuoi la devi saper accogliere, la verità cambia tutto, ti mette in mutande e ti costringe a prendere una posizione: accettarla e quindi avviarti sulla strada della consapevolezza oppure rifiutarla e accomodarti sul divano dell’indifferenza.
E’ uno spartiacque, divide gli esseri umani, a volte spacca le famiglie, in politica può fare la differenza tra vincere e perdere. E non sempre nel senso che immaginiamo.

Già, perché il problema principale della verità è che non ha colore, nessuno la possiede, non è garantita a priori da un credo e, soprattutto, non è mai indiscutibilmente e inequivocabilmente utile. Spesso è complessa, sfaccettata, per capirla davvero ci vogliono mesi, anni, e un lavoro certosino di ricostruzione del mosaico.
Perciò in Italia questo aspetto assume toni drammatici: in un paese stritolato tra la morale cattolica, l’ipocrisia politica e la pigrizia mentale ogni verità diventa una crociata, una guerra, senza dubbio un peso che nessuno si vuole caricare.

Infatti l’unica verità che si può dire della verità è che implica responsabilità, ovvero la puoi svelare e utilizzare solamente se sei davvero pronto ad assumerti le conseguenze che questo comporta. L’inconsapevolezza di questo gesto è consentita soltanto ai bambini e ai pazzi che, per definizione, sono esenti dalle responsabilità degli adulti.

Per tutti gli altri resta solo una certezza: la verità è un’arma potente che nel breve termine  è capace di fare tabula rasa di tutte le nostre (presunte) sicurezze e ci vuole grande forza d’animo e pazienza per attendere che il suo germoglio metta radici e ci faccia ricrescere più forti di prima.

La verità richiede sacrificio e tanta, tanta pazienza.
Ecco perché si usa così poco.

Intellettuali? Sì, grazie.

Sabato scorso ho assistito ad una bella e importante assemblea: quella dei lavoratori della conoscenza che si identificano come Quinto Stato, circa 4 milioni di lavoratori di cui nessuno si occupa perché privi di rappresentanza.

Sono quasi tutti professionisti che compiono un lavoro cosiddetto “immateriale”.
Niente fabbrica (in teoria) e tante ore dedicate a traduzioni, ricerca, archeologia, comunicazione, fotografia, grafica.
Nel 90% dei casi lavoratori indipendenti ma non per questo meno importanti dei lavoratori dipendenti o degli operai e, dunque, meritevoli delle stesse tutele.

Il tema è complesso e non sono titolata a parlarne fino in fondo perciò per approfondimenti vi rimando al sito del Quinto Stato e a quello della Furia dei Cervelli dove sono ben spiegate proposte, idee, attività e associazioni che aderiscono a questa nuova e intelligente forma di approccio al welfare che, un domani, sarà utile davvero a tutti.

Voglio però approfittare per fare una riflessione sul lavoro immateriale perché la cosa mi colpisce da vicino. La comunicazione è, per eccellenza, il lavoro inconsistente, privo apparentemente di un qualunque frutto concreto.

E’ un lavoro che richiede più testa che mani (quasi sempre) e in tempi di crisi ci si chiede sempre a che diavolo serva saper usare solo il cervello e non saper, invece, cucire, cucinare, costruire, pitturare, sviluppare tecnologia, fare calcoli, eccetere eccetera.
E’ come se, nell’era della contestazione ai tecnici di governo, in realtà non si facesse che sostenere che la “tecnica” è più importante della filosofia.

Non vi è mai capitato di sentirvi dire “stai a fa’ filosofia” come se alzare il livello del discorso, pensare ai massimi sistemi, fosse un’attività priva di utilità e fondamento?
Come se avere una mente capace di analisi, visione e previsione fosse più un difetto che un dono (in una donna poi non ne parliamo, un castigo divino).

Abbiamo perso il rispetto per gli intellettuali perché lo sono diventati tutti, i mass media hanno appiccicato questa etichetta in modo strumentale anche quelli che di intelletto ne avevano ben poco.
Invece chi si dedica al pensiero, chi usa il cervello come strumento di lavoro non ha niente da invidiare a chi ha capacità artistiche, tecniche o artigiane.

Capire, organizzare i pensieri, tradurli in linee di azione, sintetizzarli in un messaggio; vedere più lontano degli altri, fare strategia, aggregare e coordinare le persone; studiare, leggere, ascoltare, collegare eventi e teorie, elaborare e tradurre concetti richiedono talento, formazione continua, applicazione.

Forse tutto questo in tempo di crisi sembra inutile perché materialmente non produce nulla, invece è tra gli aspetti che ogni società avanzata dovrebbe curare al meglio.
I pensatori, quelli veri, sono capaci di ispirare la crescita come nessun tecnico potrà mai fare.
Sono quelli che hanno visioni del futuro che ispirano imprenditori, politici e amministratori.
Sono il migliore argine contro le derive dittatoriali e la tanto temuta antipolitica.
Sono i custodi delle parole, dell’utilità del confronto, del valore del progresso inteso come capacità di sintetizzare esperienze e bisogni e compiere un passo in avanti.

Gli intellettuali di questo inizio millennio affrontano temi e problemi diversi da quelli del secolo scorso ma altrettanto determinanti per uno sviluppo sano della nostra società.
Sono in via d’estinzione e andrebbero tutelati perché senza di loro la società è un treno lanciato a tutta velocità senza guida e verso ignota destinazione.

Un mondo brutto: ridatemi il vecchio Cucciolone!

Ora io posso tollerare tutto, perfino Banderas mugnaio che interloquisce con una gallina (no, non la moglie, questa le penne ce l’ha) nel bel mezzo di un’inesistente prateria di un Bel Paese in realtà strangolato dalla monnezza e dai liquami tossici, ma che la crisi abbia colpito perfino il Cucciolone non posso sopportarlo!

Non so se avete notato, ma dal nuovo spot Algida si intuisce che il Cucciolone Classico così come l’abbiamo conosciuto è destinato a scomparire definitivamente: elimineranno (o forse – orrore! – l’hanno già fatto  anche se sul sito risulta ancora) lo zabaione, il più buono, quello che mangiavo per ultimo perchè gli altri due, francamente, proprio non danno soddisfazione.

Ma non potevano eliminare le freddure tristi per risparmiare??

Ecco perchè ora mangio solo il Cucciolone Cooky (che per inciso non è buono come il vecchio Cooky Snack n.d.r.).

Ecco perchè penso che questo non è più un mondo buono checcé ne dica il Mulino Bianco!

Le bambine cattive

In principio fu “Dalla parte delle bambine” di Elena Gianini Belotti.

Era il 1982, io avevo sette anni e già leggevo spedita ma mia madre, per essere sicura che lo capissi bene, ha aspettato almeno un lustro prima di sottopormelo.

Sono passati 30 anni dalla pubblicazione di quel libro ed è davvero sconfortante vedere quanto poco sia cambiato rispetto all’indottrinamento coatto dei bambini sui modelli “maschio” e “femmina”.

Così come viene bene spiegato in un altro libro uscito circa 10 anni dopo (“Donne che corrono coi lupi” di Clarissa Pinkola Estés), le bambine vengono educate ad essere carine, preferibilmente mai arrabbiate o aggressive che non sta bene (a meno che non si tratti di aggressività sessuale che invece fa tanto panterona e ci piace).
Appassionate, coinvolte sì ma solo per le cose giuste (quasi sempre un uomo, con rare eccezioni per le arti maggiori e qualche sport) altrimenti, in vortice di automatismo culturale, saranno considerate delle sfigate, disadattate, acide, zitelle e, definitivamente, delle puttane rompicoglioni.

La volgarità vi infastidisce? Sapeste a noi che da quando siamo in grado di ascoltare ci riempiamo le orecchie tutti i giorni di queste oscenità.
Sapeste a noi come brucia essere guardate come streghe, nel 2012, perchè rifiutiamo il cliché della creatura “inferiore per natura” e pretendiamo di alzare la voce, sbraitare, vincere, essere cattive.

A proposito di questo ho trovato a dir poco scandaloso l’articolo del Corriere della Sera dove si definiva Sabina Guzzanti “torva” perchè non ama le vittime della sua satira come invece fa Benigni. Che, proprio per questo, è apprezzato da tutti.
Ma ci rendiamo conto della follia cognitiva?
Dove sta scritto che il compito di un comico è farsi amare da tutti?
La Guzzanti ha alti e bassi come tutti i gli artisti, ma perchè mai dovrebbe trattare le sue “vittime” con questa pietà cristiana?
Perché è femmina  e questo livore, peraltro derivato da impegno e passione politica e civile, in una donna non sta bene?
Un Luttazzi in gonnella non vi piace? E’ sconveniente? Irritante?

No, non è questo, è che molti (troppi) uomini hanno ancora paura.
Una paura sorda, atavica, incontrollabile di non essere all’altezza perché quando una donna si concentra su se stessa, raggiunge la consapevolezza del suo potenziale, si libera dai condizionamenti e prende una direzione (sia in senso letterale che metaforico), non c’è più spazio per i consueti teatrini sociali e relazionali.
Per avere accesso al confronto e ottenere un risultato, bisogna cambiare le parole, le modalità, agire in veste nuova. Gli schemi consueti non funzionano più.

E’ in quel preciso momento (che può anche non arrivare mai beninteso) che ogni uomo rivela la sua natura e affronta lo stadio di crescita più difficile e importante della sua esistenza.

Tra le numerose reazioni che nella mia esperienza di femmina ho potuto osservare, tre sono quelle che sembrano essere prevalenti.
Alcuni uomini fuggono, irrimediabilmente, cercando e trovando conforto tra le braccia rassicuranti di donne dall’anima acerba, ancora disposte ad accogliere meccanismi pre-ordinati, standardizzati e, soprattutto, estremamente favorevoli agli uomini. Sono la maggioranza.
Altri ci provano, si siedono, aprono testa e cuore e affrontano la tempesta, con alterna fortuna ma grande beneficio per entrambi i sessi. Sono i migliori. E sono rarissimi.

Altri ancora, invece, reagiscono. E male. Attaccano con potente furia distruttrice e intento punitivo crescente: un’umiliazione verbale, uno schiaffo, spesso il sangue che scorre copioso sul pavimento della cucina.
E’ una nutrita schiera di potenziali mostri, nascosti dietro cravatte da mille euro o mani di contadino (in questo contesto non esistono differenze di classe), che non tollera, non manda giù, non permette, non prende nemmeno lontanamente in considerazione l’ipotesi di una donna come individuo che ha diritto all’autoaffermazione.
E’ un tentativo neanche troppo velato di annientare ciò che non si riesce a controllare, un pericolo strisciante che si annida in ogni casa, in ogni ufficio, in ogni mezzo pubblico.

Un incubo che fa più vittime della guerra in Afghanistan e si reitera quasi senza soluzione di continuità, come maledetta eredità genetica che non si riesce a curare.

In Italia più che un allarme è già una catastrofe che ha radici antiche e profonde, che grava anche sulle spalle di generazioni donne-mamme troppo tolleranti con i pargoli violenti e poco inclini all’educazione alla parità; sulle spalle di donne-complici di compagni, mariti, colleghi e parenti furiosi e sprezzanti e, infine, sulle spalle di donne e uomini “normali” che non si fanno megafono di questo strazio e portavoce di nuovi modelli di comportamento.

E’ un impegno da prendersi in prima persona e io lo faccio senza alcun indugio perché, grazie a una donna-madre fuori dal comune, sono stata cresciuta come una bambina cattiva.