Scappo prima che la primavera mi esploda in faccia.
Lontano da quel panorama ingannevole su una vita che non c’è stata.
Via, tra i palazzi,
nel cemento,
a cucire anime e compromessi.
Scappo prima che la primavera mi esploda in faccia.
Lontano da quel panorama ingannevole su una vita che non c’è stata.
Via, tra i palazzi,
nel cemento,
a cucire anime e compromessi.
Come se non fosse passato nemmeno un giorno.
Anzi, meglio,
come se tutti i giorni passati avessero avuto un senso.
I baci nella notte
sulla testa dei bambini
i più dolci,
i più segreti
A fermare gli incubi,
a promettere domani luminosi
Ero spezzata e non lo sapevo.
Sei nata,
sono nata,
la tua perfezione
a dissolvere la mia.
Sempre in pizzo alla sedia,
sempre in punta di piedi,
poco rumore e molto fare,
dentro eruzioni e maree,
fuori brezze leggere
appena più fredde della media del periodo
che la gente mette una sciarpetta e via,
che sarà mai.
Dolore, risentimento, disprezzo, paura, disgusto, tristezza, nostalgia, impotenza, rabbia.
Anestetizzati.
Senza agibilità, quartiere, cittadinanza.
Superare, rifiorire, vincere su di sé e possibilmente anche sugli altri.
Emergere.
Brillare.
Farcela.
Nessuna pietà per gli incerti, eterna vergogna per gli sconfitti.
Soli, con i cani che ci azzannano i polpacci e gli abbracci che non bastano,
si avvelenano le radici e si spengono le urla..
Soli, come all’inizio, come sempre, come se potesse funzionare.
Negli ultimi trenta anni tutti i genitori sono stati bombardati dai nuovi approcci pedagogici e psicologici rivolti all’età evolutiva.
Ci è stato raccontato, spiegato, illustrato con dovizia di esempi, particolari e studi documentati, quanto il modo di crescere e di educare i minori fosse stato sbagliato in passato e quanto fosse importante per il futuro del genere umano cambiare rotta.
Ci è stato giustamente insegnato come i bambini debbano essere lasciati crescere autonomamente, sviluppando le loro interazioni, facendo i loro errori, confrontandosi soprattutto con i loro pari.
Maria Montessori è stata appesa in ogni casa accanto a Gesù, Maradona e Jim Morrison.
Niente più botte (e ci mancherebbe pure), sculacciate o cucchiarelle, niente sgridate eccessive, minacce, ricatti. Più condivisione delle emozioni, empatia.
Niente più genitori disinteressati ma più tempo dedicato al gioco e alle attività creative da fare insieme. Niente più stanze tetre ma luoghi incantati pieni di dettagli per stimolare la fantasia.
Niente più padri assenti ma genitori a pieno titolo coinvolti non solo nelle attività ricreative ma nelle attività di cura quotidiana, fisica ed emotiva.
Niente più spiegazioni frettolose o “non puoi capire perché sei piccola” ma mille libri e video e canzoni per raccontare il mondo e gli esseri umani, contraddizioni comprese.
E noi, mortacci vostra, ci siamo dedicati.
Abbiamo studiato, abbiamo cambiato abitudini, ci siamo scontrati con i nonni a colpi di “ai miei tempi” contro “sì ma stamo ner dumila adesso!”, abbiamo armonizzato i metodi educativi e cercato di evitare i traumi superflui ai pargoli (ma senza dimenticare che le difficoltà aiutano a crescere, certo! Pensavate de fregamme, eh?)
Più di qualcunA ha scelto, diciamo così, di lasciare o ridurre il lavoro per dedicarsi alla crescita dei figli che è un lavoro al quadrato non retribuito e poco conciliabile con le richieste del mercato professionale contemporaneo.
E nonostante i mille ostacoli (perché sì, siamo il paese della famiglia ma, ecco, ve la dovete un po’ sbrigare da soli) ci siamo riusciti.
In modo imperfetto, è vero, ma comunque abbiamo prodotto frotte di bambine e bambini, ragazzi e ragazze, più aperti, più creativi, più sensibili al contesto. Capaci di costruire un transatlantico con le foglie e la colla a caldo ma anche di godersi una serie in inglese su Netflix.
E, pensa te, eravamo pure contenti.
Poi è arrivato il Coronavirus e abbiamo capito che (chi l’avrebbe mai detto!) abbiamo sbagliato. Sì perché dopo appena settantacinque giorni di arresto domiciliare, eseguito dalla sera alla mattina, senza la scuola, i parenti (compresi quelli che fino a ieri li tenevano dopo scuola), gli amici, le babysitter, il parco, lo sport e senza un giudice che gli abbia letto la sentenza, sti regazzini me reagiscono male.
Sono tristi, sentono la mancanza degli amici e dei parenti, vogliono andare sullo scivolo e in piscina. Vogliono tornare a scuola ad annoiarsi sui banchi e a scambiarsi biglietti cretini durante le lezioni greco e latino.
Vogliono sapere perché non si parla mai di loro in nessun notiziario se non per la didattica.
E ce lo chiedono eh, perché ricordate? Li abbiamo cresciuti nella condivisione delle emozioni.
E quindi? Quindi peggio pe’ voi genitori scriteriati.
Non lo sapete che pe’ le creature la cosa migliore è l’educazione siberiana? Non v’ha insegnato niente 300 e la prova de’ sopravvivenza? Vostro Signore è morto inchiodato sulla croce e mo’ noi ci dovremmo preoccupare dei danni morali infantili e giovanili? Su, siamo seri.
Possono (devono!) soffrì. E voi co’ loro.
I loro diritti, sanciti in anni di discussioni e confronti internazionali, sono sospesi.
Per quanto tempo non lo sappiamo e non ci interessa sapere esattamente quali danni procurerà (anzi lo sappiamo benissimo perché le associazioni che lavorano con i bambini in contesti di disagio, povertà e violenza ce lo gridano in tutti i modi ma mo’ non confondiamo le acque che la situazione è già complicata).
Basta lamentele.
Noi siamo cresciuti con la guerra e le cinghiate.
Non abbiamo mai messo l’istruzione e la cura dei minori al primo posto e guarda come siamo venuti su bene lo stesso.
Guarda che bella classe dirigente.
Che bel mondo.
Che belle prospettive.
Ho scritto (di getto, con qualche sbavatura di forma) al Presidente della Repubblica chiedendo un messaggio ufficiale dedicato alle bambine, bambini, ragazze e ragazzi e al grande sforzo che stanno facendo a tutela della salute collettiva.
Sono persone, hanno diritti, meritano informazioni chiare e corrette, prospettive affidabili e, soprattutto, rispetto.
Gentile Presidente,
in Italia vivono quasi 10 milioni di bambini e adolescenti.
A questi individui la pandemia ha tolto alcune tra le cose più importanti: la scuola (da un giorno all’altro), le relazioni con i nonni e gli altri parenti, le amicizie.
Moltissimi hanno potuto contare sulle famiglie ma molti altri vivono ai margini della povertà o sotto la sua soglia e in situazioni di abuso o violenza.
Da oltre un mese queste persone (perché questo sono, piccole persone) sono rinchiuse in prigione senza che nessuno si sia degnato di rivolgere loro un ringraziamento per lo sforzo che stanno facendo per il bene di tutti, senza dare loro un orizzonte di speranza, una prospettiva.
I media li hanno additati come untori e spaventati a morte con visioni apocalittiche, alcuni ignobili cittadini li hanno insultati perché prendevano una boccata d’aria in cortile o facevano una passeggiata sotto casa.
Riguardo alla scuola si parla solo di didattica a distanza come se questa potesse davvero colmare l’immenso vuoto relazionale che la chiusura ha comportato e come se, davvero, ci interessasse in un momento simile se hanno imparato bene la lezione di italiano.
Ci sarà tempo e modo per recuperare le materie, quello che non recupereranno invece, se nessuno li considera, li aiuta e li mette al centro del discorso pubblico e istituzionale, è la fiducia in quel mondo adulto che dovrebbe amarli, proteggerli e preparare per loro il miglior futuro possibile.
Le chiedo di pensare ad un messaggio loro dedicato, di immaginare la necessità che hanno di sentirsi pensati e importanti oltre le mura di casa, di vedere che lo Stato non li ha dimenticati e che quando i genitori si sforzano, tra mille pensieri e difficoltà, a rassicurarli che andrà tutto bene non stanno dicendo bugie.
Ho quasi 45 anni, una figlia di 6 e sono tra i fortunati che, ancora per un po’, avranno un tetto sulla testa e potranno mettere un pasto a tavola tutti i giorni, questo però non mi impedisce di essere preoccupata e, spesso, indignata per come il nostro Paese tratta la fetta più importante della sua popolazione, a partire dai tagli continui a scuola e servizi essenziali.
Il momento è difficile e noi sappiamo che molte cose cambieranno ma vogliamo sia fatto ogni sforzo possibile affinché cambino in meglio, soprattutto per le bambine e i bambini, i ragazzi e le ragazze che sono davvero la parte più bella e sana dell’Italia di oggi e dovranno esserlo per quella di domani.
Fosse per me canterei tutto il giorno.
Fosse per me leggerei tutta la notte.
Fosse per me mangerei a richiesta, farei solo bagni molto caldi, vedrei film a caso per piangere o ridere, dipende dai trigliceridi ingeriti.
Fosse per me scriverei frasi sconnesse su miriadi di fogli sparsi per la casa.
Starei a guardare il soffitto in penombra col gatto sulle ginocchia pensando a Edgar Allan Poe.
Fosse per me.
Ma per me non è,
il noi scalpita,
brucia,
richiede,
si incarta o incanta,
mi guarda e pretende.
Chiede vita, qui e ora, e io non posso che obbedire.
La tirannia dell’esistere.