Era meglio la cinghia

Negli ultimi trenta anni tutti i genitori sono stati bombardati dai nuovi approcci pedagogici e psicologici rivolti all’età evolutiva.

Ci è stato raccontato, spiegato, illustrato con dovizia di esempi, particolari e studi documentati, quanto il modo di crescere e di educare i minori fosse stato sbagliato in passato e quanto fosse importante per il futuro del genere umano cambiare rotta.
Ci è stato giustamente insegnato come i bambini debbano essere lasciati crescere autonomamente, sviluppando le loro interazioni, facendo i loro errori, confrontandosi soprattutto con i loro pari.

Maria Montessori è stata appesa in ogni casa accanto a Gesù, Maradona e Jim Morrison.

Niente più botte (e ci mancherebbe pure), sculacciate o cucchiarelle, niente sgridate eccessive, minacce, ricatti. Più condivisione delle emozioni, empatia.
Niente più genitori disinteressati ma più tempo dedicato al gioco e alle attività creative da fare insieme. Niente più stanze tetre ma luoghi incantati pieni di dettagli per stimolare la fantasia.
Niente più padri assenti ma genitori a pieno titolo coinvolti non solo nelle attività ricreative ma  nelle attività di cura quotidiana, fisica ed emotiva.
Niente più spiegazioni frettolose o “non puoi capire perché sei piccola” ma mille libri e video e canzoni per raccontare il mondo e gli esseri umani, contraddizioni comprese.

E noi, mortacci vostra, ci siamo dedicati.

Abbiamo studiato, abbiamo cambiato abitudini, ci siamo scontrati con i nonni a colpi di “ai miei tempi” contro “sì ma stamo ner dumila adesso!”, abbiamo armonizzato i metodi educativi e cercato di evitare i traumi superflui ai pargoli (ma senza dimenticare che le difficoltà aiutano a crescere, certo! Pensavate de fregamme, eh?)

Più di qualcunA ha scelto, diciamo così, di lasciare o ridurre il lavoro per dedicarsi alla crescita dei figli che è un lavoro al quadrato non retribuito e poco conciliabile con le richieste del mercato professionale contemporaneo.

E nonostante i mille ostacoli (perché sì, siamo il paese della famiglia ma, ecco, ve la dovete un po’ sbrigare da soli) ci siamo riusciti.

In modo imperfetto, è vero, ma comunque abbiamo prodotto frotte di bambine e bambini, ragazzi e ragazze, più aperti, più creativi, più sensibili al contesto. Capaci di costruire un transatlantico con le foglie e la colla a caldo ma anche di godersi una serie in inglese su Netflix.

E, pensa te, eravamo pure contenti.

Poi è arrivato il Coronavirus e abbiamo capito che (chi l’avrebbe mai detto!) abbiamo sbagliato. Sì perché dopo appena settantacinque giorni di arresto domiciliare, eseguito dalla sera alla mattina, senza la scuola, i parenti (compresi quelli che fino a ieri li tenevano dopo scuola), gli amici, le babysitter, il parco, lo sport e senza un giudice che gli abbia letto la sentenza, sti regazzini me reagiscono male.

Sono tristi, sentono la mancanza degli amici e dei parenti, vogliono andare sullo scivolo e in piscina. Vogliono tornare a scuola ad annoiarsi sui banchi e a scambiarsi biglietti cretini durante le lezioni greco e latino.
Vogliono sapere perché non si parla mai di loro in nessun notiziario se non per la didattica.
E ce lo chiedono eh, perché ricordate? Li abbiamo cresciuti nella condivisione delle emozioni.

E quindi? Quindi peggio pe’ voi genitori scriteriati.

Non lo sapete che pe’ le creature la cosa migliore è l’educazione siberiana? Non v’ha insegnato niente 300 e la prova de’ sopravvivenza? Vostro Signore è morto inchiodato sulla croce e mo’ noi ci dovremmo preoccupare dei danni morali infantili e giovanili? Su, siamo seri.

Possono (devono!) soffrì. E voi co’ loro.
I loro diritti, sanciti in anni di discussioni e confronti internazionali, sono sospesi.
Per quanto tempo non lo sappiamo e non ci interessa sapere esattamente quali danni procurerà (anzi lo sappiamo benissimo perché le associazioni che lavorano con i bambini in contesti di disagio, povertà e violenza ce lo gridano in tutti i modi ma mo’ non confondiamo le acque che la situazione è già complicata).

Basta lamentele.

Noi siamo cresciuti con la guerra e le cinghiate.
Non abbiamo mai messo l’istruzione e la cura dei minori al primo posto e guarda come siamo venuti su bene lo stesso.

Guarda che bella classe dirigente.

Che bel mondo.

Che belle prospettive.

Eroi, asini e sorelle guastafeste

Oggi voglio parlare di due parole: emergenza e pianificazione.
La prima è ben nota e, come nel caso che stiamo vivendo, è foriera di grandi tragedie ma anche terreno fertile nel quale crescono gli eroi e le eroine contemporanee.
E’ il luogo immaginario in cui sboccia il coraggio, si livellano le differenze, ci si dimentica della fatica e si lavora tutti insieme per spegnere l’incendio.
L’emergenza è dura ma è noblie, violenta ma purificatrice.
In questo quadro non c’è posto per i ragionatori, per i timidi, per i dubbiosi.
Si fa quel che si deve per salvare il salvabile.
 
Poi, ad un certo punto, ci si trova sulle macerie fumanti.
Ed è qui che di solito cade l’asino, anzi l’eroe.
Sfinito ma soddisfatto,
si guarda intorno alla ricerca di approvazione e di una nuova missione da compiere.
Ma la nuova missione è lunga, noiosa, spesso più dolorosa di quella compiuta.
Come si è verificata l’emergenza?
Ci sono responsabilità?
Cosa (e chi) dobbiamo cambiare nei nostri processi perché non se ne verifichi una nuova?
Come dobbiamo attrezzarci per fronteggiare la prossima?
Quanto tempo ci vorrà?
Dove troviamo le risorse?
 
Eccola là, la pianificazione.
La sorella guastafeste, quella che ti ricorda che per scalare una montagna devi prima imparare ad allacciarti le scarpe e a distinguere un riccio da una pigna.
La pesante, la “bisogna fare questo oggi, questo domani e quest’altro per i prossimi tre anni per cominciare a vedere i risultati”,
quella che ti ricorda che l’errore è parte dell’apprendimento
ma se fai lo stesso errore cento volte a parità di contesto sei un cretino
o, peggio, un delinquente.
 
Che palle vero?
Meglio mille volte ardere nel fuoco dell’emergenza
che consumarsi giorno per giorno nella quotidianità della pianificazione.

Leoni, pecore, giorni di morte, anni da vivere.

Persone piccole

Ho scritto (di getto, con qualche sbavatura di forma) al Presidente della Repubblica chiedendo un messaggio ufficiale dedicato alle bambine, bambini, ragazze e ragazzi e al grande sforzo che stanno facendo a tutela della salute collettiva.

Sono persone, hanno diritti, meritano informazioni chiare e corrette, prospettive affidabili e, soprattutto, rispetto.

Gentile Presidente,

in Italia vivono quasi 10 milioni di bambini e adolescenti.

A questi individui la pandemia ha tolto alcune tra le cose più importanti: la scuola (da un giorno all’altro), le relazioni con i nonni e gli altri parenti, le amicizie.

Moltissimi hanno potuto contare sulle famiglie ma molti altri vivono ai margini della povertà o sotto la sua soglia e in situazioni di abuso o violenza.

Da oltre un mese queste persone (perché questo sono, piccole persone) sono rinchiuse in prigione senza che nessuno si sia degnato di rivolgere loro un ringraziamento per lo sforzo che stanno facendo per il bene di tutti, senza dare loro un orizzonte di speranza, una prospettiva.

I media li hanno additati come untori e spaventati a morte con visioni apocalittiche, alcuni ignobili cittadini li hanno insultati perché prendevano una boccata d’aria in cortile o facevano una passeggiata sotto casa.

Riguardo alla scuola si parla solo di didattica a distanza come se questa potesse davvero colmare l’immenso vuoto relazionale che la chiusura ha comportato e come se, davvero, ci interessasse in un momento simile se hanno imparato bene la lezione di italiano.

Ci sarà tempo e modo per recuperare le materie, quello che non recupereranno invece, se nessuno li considera, li aiuta e li mette al centro del discorso pubblico e istituzionale, è la fiducia in quel mondo adulto che dovrebbe amarli, proteggerli e preparare per loro il miglior futuro possibile.

Le chiedo di pensare ad un messaggio loro dedicato, di immaginare la necessità che hanno di sentirsi pensati e importanti oltre le mura di casa, di vedere che lo Stato non li ha dimenticati e che quando i genitori si sforzano, tra mille pensieri e difficoltà, a rassicurarli che andrà tutto bene non stanno dicendo bugie.

Ho quasi 45 anni, una figlia di 6 e sono tra i fortunati che, ancora per un po’, avranno un tetto sulla testa e potranno mettere un pasto a tavola tutti i giorni, questo però non mi impedisce di essere preoccupata e, spesso, indignata per come il nostro Paese tratta la fetta più importante della sua popolazione, a partire dai tagli continui a scuola e servizi essenziali.

Il momento è difficile e noi sappiamo che molte cose cambieranno ma vogliamo sia fatto ogni sforzo possibile affinché cambino in meglio, soprattutto per le bambine e i bambini, i ragazzi e le ragazze che sono davvero la parte più bella e sana dell’Italia di oggi  e dovranno esserlo per quella di domani.

Fosse per me

Fosse per me canterei tutto il giorno.
Fosse per me leggerei tutta la notte.
Fosse per me mangerei a richiesta, farei solo bagni molto caldi, vedrei film a caso per piangere o ridere, dipende dai trigliceridi ingeriti.
Fosse per me scriverei frasi sconnesse su miriadi di fogli sparsi per la casa.
Starei a guardare il soffitto in penombra col gatto sulle ginocchia pensando a Edgar Allan Poe.
Fosse per me.
Ma per me non è,
il noi scalpita,
brucia,
richiede,
si incarta o incanta,
mi guarda e pretende.
Chiede vita, qui e ora, e io non posso che obbedire.
La tirannia dell’esistere.

Angosce quarantesimali

A farci paura non sono i morti.

Se così fosse saremmo già impazziti per Siria, Yemen, Libia, Mediterraneo.

A paralizzarci è l’idea che per stare al sicuro non basti più essere nati dalla parte giusta del mondo.

Il terrore sta nel privilegio sottratto con la brutalità indifferente di uno starnuto.

Nota bene

Devo, posso, voglio.
La vita delle persone ruota intorno a queste tre parole.
L’ordine di priorità con il quale vengono utilizzate definisce background, contesto, classe, potenzialità e personalità.

La tempesta

A volte due genitori sono troppi per una bambina sola. Ingombriamo con tutte le nostre spiegazioni, i nostri vissuti, le nostre insicurezze.

A volte invece non basterebbe una mandria di parenti per smuovere questa singola, minuscola potentissima creatura dalla sua determinazione a spostare l’asse terrestre a suon di urla e io voglio.

Oggi mi sono fatta cuscino, grotta, sabbia e tutto ciò che può assumere un’onda d’urto

E no, nessuno mi ha preparato ed è davvero difficile e se non sei in un buon momento personale a certi gesti inconsulti, a certe affermazioni, chissà che cazzo puoi rispondere.

Una tempesta che poi passa ma i danni a volte restano per anni a venire.

Podcast era

Viviamo tempi orrendi.
La tecnologia applicata alla comunicazione ha spalancato finestre
su tutti gli abissi umani disponibili.
L’ascensore sociale è immobile,
l’orrore onnipresente,
l’estinzione a un passo.
Ma.
Ma.
Stamattina in quarantotto minuti di autobus, sardina tra sardine,
ho potuto aggiungere un piccolo frutto prezioso all’alberello delle mie conoscenze
grazie a uno smartphone, un podcast e a donne sapienti desiderose di condividere.
Nessuno è perduto.
In questi tempi malsani chiunque può avere accesso alla stessa materia
e, volendo, può soddisfare (alimentare!) il proprio desiderio di sapere,
unico vero motore di crescita umana e culturale.
La curiosità di ascoltare chi ne sa più di te,
quella di capire da dove vengono e dove vanno i tempi che viviamo,
la sconvolgente scoperta di avere una passione sopita per la matematica,
la filosofia,
la pasticceria,
la finanza internazionale.
No, certo, anche prima si poteva sapere volendo.
I libri, sì, li amo, li compro e li leggo anche io.
Il teatro, la radio, la tv, il cinema, l’università, chiaro.
Ma questa tecnologia, questa disponibilità e portabilità,
mette davvero tutti nella condizione di arricchirsi.
A qualunque età, livello d’istruzione,
gradino della scala sociale, tempo disponibile.
Imparare, aspirare,
spezzare la gabbia arruginita o dorata che mi circonda,
farmi travolgere da mondi lontani,
svegliare dai dubbi,
coccolare dalle certezze,
infuriare dalle ingiustizie.
Tipo stamattina, con Ipazia d’Alessandria.
Una ricchezza enorme, immateriale, potente e gratuita.
Che mondi, che tempi.

I reati dei figli, le responsabilità dei genitori

Scritto per Valigia Blu a seguito dei fatti di Manduria e Viterbo.

Si dice che la mela non cada mai troppo lontano dall’albero ma forse è solo un altro stereotipo di cui dovremmo liberarci, una spiegazione troppo facile per fatti e comportamenti dai quali non ci è consentito distrarre lo sguardo e negare la nostra presenza.
La cronaca ci racconta due episodi avvenuti in due province molto distanti fra loro, Viterbo e Manduria. Alto Lazio e profonda Puglia, un’accusa di stupro e una serie di aggressioni a carico di un anziano con disabilità, crimini in apparenza distanti tra loro per geografia e tipologia di reato.
Eppure un filo conduttore esiste non solo nella particolare gravità dei reati commessi e nella giovane età dei protagonisti, ma soprattutto nella indulgente complicità che alcuni adulti hanno mostrato di fronte ai fatti.
Spaventa la fragilità di alcuni genitori che, sgomenti, non riescono a riconoscere nei loro figli gli individui capaci di agire così al di là dei loro precetti. Fa inorridire la lucida reazione di altri alle prove di sfrontatezza e violenza che gli eredi gli forniscono al fine di compiacerli.
Raggela indubbiamente l’assenza di empatia per le vittime ma, soprattutto, il tentativo immediato di derubricare i reati e di sottrarre gli autori degli stessi al corso della giustizia.
Non è la prima volta che assistiamo a questo spettacolo. Sempre più spesso leggiamo di genitori vendicatori che aggrediscono le autorità costituite (di solito quelle scolastiche) ree di tarpare le ali o di comminare pene troppo severe ai giovani rampolli.
O scopriamo, appunto, padri che cercano di suggerire ai figli il modo di distruggere le prove dei loro reati e madri che realizzano improvvisamente che quell’individuo che abita in casa loro, forse, non è solo l’adolescente svogliato che mette in disordine, non ubbidisce, passa troppo tempo tra smartphone e videogame, va benino a scuola, ha tanti amici e suona la chitarra.
L’epifania peggiore per un genitore è proprio questa: trovarsi di fronte alla plastica realizzazione che i figli non solo non sono esattamente come ci eravamo immaginati ma nemmeno ci appartengono. Perché la verità, colpevolmente sottaciuta sin dal corso pre-parto, è che noi letteralmente li mettiamo al mondo ma da quel momento in poi è solo un accidentato percorso verso il distacco.
Sono persone, individui, con una loro indole, crescono nel nostro solco educativo ma non siamo gli unici ad influenzarne la sfera di valori, i sentimenti, le aspettative. Non sappiamo cosa ne sarà di loro, se saranno sani, civili, retti.
Non possiamo davvero prevedere che strada prenderanno e annaspiamo quotidianamente nel cercare di capire quale insegnamento potrebbe essere più utile per il loro futuro.
Cerchiamo di proteggerli e controllarli mettendogli in mano, sempre più presto, strumenti meravigliosi e terribili, senza renderci conto che il rovescio della medaglia è un illimitato potere di scelta e un costante desiderio di abbattere i confini entro i quali, secondo i nostri parametri forse un po’ antiquati, dovrebbero muoversi.
Vediamo quello che vogliamo vedere, siamo portati a ignorare i segnali che a volte arrivano dalla scuola, dalla rete sociale, dalle ragazze e dai ragazzi stessi. Siamo impreparati, incoerenti, ci sentiamo soli e disperati di fronte all’ipotesi di un problema e delle sue reali dimensioni anche perché, intimamente, sappiamo che l’ambiente che abbiamo contribuito a creare intorno a loro non è certo un giardino incantato.
Questi ragazzi infatti, “normali” (con tutto il peso e l’insensatezza contemporanea del termine) fino a prova contraria, sono figli di tutti, della società che quotidianamente gli costruiamo (o decostruiamo, dipende dal punto di vista) sotto gli occhi, delle sue verità e contraddizioni, dello spessore o dell’inconsistenza delle relazioni che siamo capaci di creare e alimentare dentro e fuori casa, delle nostre inadeguatezze e dei nostri tentennamenti, dei conflitti aspri che inneschiamo con i nostri pari su valori e tematiche che dovrebbero essere patrimonio condiviso, del trattamento che noi stessi riserviamo agli altri in generale e a determinate categorie sociali in particolare.
E allora a un certo punto eccoci costretti a sviluppare una tragica consapevolezza, sgomberando il campo dalle ipocrisie e facendo i conti con la realtà: anche nelle migliori famiglie può crescere un figlio che delinque (e per fortuna anche il contrario, come accaduto a Napoli dopo l’ultimo sanguinoso agguato nato in contesto camorristico). La mela può cadere lontanissima dall’albero.
Ed è qui che, fuor di stereotipo, fare il genitore diventa il mestiere più difficile del mondo. Sulla carta nessuno di noi può sapere come reagirebbe di fronte ad un fatto simile ma è in questo punto e momento preciso che si scoprono i nervi, si capisce se le connessioni sono sane, si comprende se i valori e l’amore che professiamo sono abbastanza solidi da sostenere il peso della responsabilità.
Perché è davvero doloroso vedere un educatore minimizzare o negare i fatti pur di non riconoscere la realtà di un figlio che sbaglia. Perché non possiamo volerli adulti e indipendenti quando ci fa comodo ma pretendere di parlare per loro conto e di sminuire le loro azioni e le loro scelte, anche quelle peggiori, quando queste si allontanano dalla nostra visione delle cose.
Questo modo di agire significa percepirsi non come organismo essenziale in un ecosistema che si mantiene in buona salute anche grazie alle nostre scelte, ma come grumo solitario, in guerra con tutti gli altri, teso soltanto a difendere la propria esistenza e quella dei suoi più stretti congiunti. Significa non aver compreso che il senso più alto dell’amore, anche di quello genitoriale, è dire la verità e offrire il proprio inesauribile sostegno per affrontarla.
Certo, anche i genitori, gli adulti, hanno il diritto di non essere abbastanza forti per sopportare un simile peso ed è per questo che dovremmo lavorare sempre parallelamente per costruire e mantenere comunità capaci di intercettare i problemi, reagire compatte, fermare le derive, espellere i veleni senza per questo trasformarsi in carnefici. Punire, ottenere giustizia, non dovrebbe mai fare rima con vendetta così come il bene più profondo non dovrebbe mai significare la negazione del nostro essere sociale, del nostro dovere di cittadini verso la collettività, pena la distruzione della sua stessa struttura e anche del modello educativo sano di cui tanto ci riempiamo la bocca.
Dovremmo interrogarci di più e meglio sulla nostra crescente e documentata ritrosia a prendere decisioni nette, ad accettare e gestire un conflitto sano, a far pesare il nostro ruolo di educatori e membri adulti della comunità senza per questo schiacciare i desideri e le individualità di chi sta crescendo.
Dovremmo ricominciare ad accettare all’interno dei nostri nuclei lo sguardo degli altri che spesso può svelarci cose che noi non riusciamo o non vogliamo vedere. Dovremmo ricordare che evitare l’emulazione e la normalizzazione di alcuni comportamenti è un lavoro che richiede la collaborazione di tutti, la famiglia da sola non basta, perciò l’educazione non potrà mai essere soltanto una questione privata ma è e deve rimanere un fattore essenziale di confronto e coesione sociale.

Dei delitti, del pene.

Sono mesi che ho in lavorazione questo testo. Lo inizio, lo interrompo perché la vita esige il suo tributo e quando lo riprendo sono successe talmente tante cose che mi blocco al pensiero di doverle inserire tutte.

Uno dei mie problemi più gravi anche se meno evidenti (?) è la smania della perfezione, che tutto sia lindo e lucido, a festa, impeccabilmente adatto al contesto imminente e sufficientemente granitico da durare nel tempo senza perdere lo smalto.
Impossibile, inutile, ma le nevrosi sono difficili da superare.

Comunque, tornando al tema, abbiamo un problema con il cazzo.

E ce l’avete pure voi.

Non starò qui a riepilogare il numero impressionante di femminicidi e stupri (tre soltanto negli ultimi due giorni) oppure a ricordarvi che la scorsa settimana un giudice ha dimezzato la pena ad un uomo perché ha ucciso la compagna in preda ad una “tempesta emotiva” o, peggio, che soltanto il mese scorso un bambino di sette anni è stato massacrato dal compagno della madre perché con la sorellina di nove, giocando, aveva rotto la sponda di un lettino appena comprato. Ucciso. A botte. Prendete un bel respiro e ripetete questo concetto cento volte poi se ce la fate andate in terapia due volte a settimana per assicurarvi che l’idea vi procuri il giusto sgomento e smarrimento e disperazione e nausea e desiderio di cambiare questo sistema.

Sì perché qui parliamo di un sistema, quello patriarcale, che è ancora ben saldo in ogni società contemporanea e il cui simbolo, il cazzo appunto, è una persecuzione cronica per il genere femminile ma ormai in modo conclamato, esplicito e sdoganato, anche per qualunque soggettività non si conformi al modello base maschio, bianco, etero, cisgender, abile, alpha o presunto tale.
Questo organo del corpo maschile da mero strumento di piacere e riproduzione si trasforma in un’arma vera e propria che tenta di imporci il suo potere con la forza da quando nasciamo a quando moriamo, si spera di morte naturale.

E non sto parlando degli stupri e delle rappresentazioni più orribilmente plastiche di questo discorso ma di tutto il cazzo quotidiano che siamo costrette ad affrontare per arrivare salve a fine giornata.

Le disparità nel carico familiare, le disparità salariali e di opportunità di carriera, le mani sul culo in autobus, i commenti e le battute sessiste su ogni stramaledetto argomento dal caffè alla macroeconomia a ogni ora del giorno, le tette e le bocche sempre disponibili i ogni pubblicità di qualunque prodotto, il genio di turno che a reti unificate da’ della zoccola o del frocio al malcapitato di turno.

E noi giù a spendere centinaia di euro per comprare libri che rappresentino la vita un po’ meglio di così, giù a spiegare alle bambine e ai bambini che hanno gli stessi diritti e doveri, che possono piangere, mettere il colore che preferiscono, sottrarsi alla rappresentazione forzata dei fidanzatini e fidanzatine a cinque anni, che il corpo è il loro e nessuno ha il diritto di toccarli se non vogliono, manco i genitori. Giù, via, a fare salti mortali per proteggerli da una realtà schifosa che incalza, etichetta, definisce, giudica e sentenzia.

Poi, sempre più tristemente, a cominciare a pensare di dover insegnare alla propria figlia strategie e tecniche per imparare a capire cos’è una molestia e cercare di evitarla.
Doverla deludere dicendole che sì, purtroppo, in ogni ragazzo o uomo che incontrerà sulla sua strada potrebbe annidarsi un cazzo che non ha ancora superato la fase de “il mondo è mio, tu pure, faccio come mi pare, a bona vie’ qua, l’amore è bello quando è litigarello, dai era solo uno schiaffo, che te sei messa addosso, ‘ndo stavi co’ chi perché come te permetti, lo faccio perché ti amo troppo, se ti vesti così vuoi provocare”. Doverla rassicurare sul fatto che potrà amare chi vuole e nessuno le potrà imporre l’orientamento sessuale a suon di botte o stupro (eh sì, è successo anche questo: un padre ha stuprato la figlia per insegnarle l’amore dal verso giusto).

Cari padri, fratelli, figli, amici e parenti vicini e lontani, dovrete impegnarvi molto ma molto di più se volete davvero convincerci che avete capito che avere il cazzo, oggi, soprattutto in un paese come l’Italia, può significare essere nati sotto una bruttissima stella, quella che vi ha fatto crescere nell’idea che siete i primi, quelli normali, quelli a cui tutti gli altri devono assomigliare, che avete più diritti e più opportunità soltanto perché le altre e gli altri non si sono impegnati abbastanza, non c’è nessun favoritismo e nessun diritto di nascita.

Vi crederemo quando vi vedremo portare il vostro cazzo, finalmente libero da stereotipi e piagnistei del “ma io non sono così” (guardati intorno, sei una minoranza, lavora per diventare maggioranza), a tutte le manifestazioni in cui le femministe chiedono rispetto, parità, libertà e autodeterminazione per tutte e tutti.

Vi crederemo quando vi vedremo scendere in piazza da soli, non per sostenere aberrazioni come il Decreto Pillon ma per chiedere a gran voce la paternità obbligatoria paritaria, i nidi aziendali, il part-time, i permessi per andare dal pediatra, gli sgravi fiscali per le famiglie, l’educazione affettiva e sessuale nelle scuole, il ritiro delle pubblicità che sessualizzano i bambini, politiche concrete di contrasto al sessismo nello sport, sostegno psicologico per i genitori e gli educatori per imparare a riconoscere la violenza di genere e combatterla.

Vi crederemo quando vi vedremo fare un passo indietro di fronte a una compagna e una collega più competente, quando rinuncerete a dire la vostra se non aggiunge niente al discorso e una donna l’ha già detto meglio di voi.

Vi crederemo quando vi sentiremo fare discorsi diversi negli spogliatoi, quando sarete visibilmente imbarazzati dalle frasi dei vostri amici, dei vostri politici o artisti di riferimento e lo esprimerete con convinzione e senza paura di essere sminuiti, isolati, presi in giro per questo.

Vi crederemo quando smetterete di pensare al vostro cazzo come misura del mondo perché il fastidio che provate a volte a parlare con le femministe e gli attivisti LGBTQI dipende dal fatto che per noi le questioni di genere (per definirle nel modo più largo possibile) sono un’emergenza quotidiana che osserviamo e cerchiamo di combattere da sempre, spesso da sole, osteggiate, insultate, uccise.

Non è poi così strano che non vi sentiate protagonisti o sufficientemente considerati, non lo siete e non ci siete abituati. Però potete essere solidali e sodali riconoscendo per primi che il genere maschile ha un problema enorme, un problema che dovete cominciare ad affrontare da soli prima di tutto. Un po’ di autocoscienza sarebbe già moltissimo e vi assicuro che vi renderebbe molto più digeribili anche a quelle che voi considerate “integraliste” e che secondo voi vi odiano perché avete il cazzo.

Non vi odiamo, siamo solo molto occupate, tra le altre cose, a fare in modo che il vostro cazzo torni ad essere semplicemente quello che è, un organo, e non l’arma di distruzione di massa più pericolosa del pianeta.