I reati dei figli, le responsabilità dei genitori

Scritto per Valigia Blu a seguito dei fatti di Manduria e Viterbo.

Si dice che la mela non cada mai troppo lontano dall’albero ma forse è solo un altro stereotipo di cui dovremmo liberarci, una spiegazione troppo facile per fatti e comportamenti dai quali non ci è consentito distrarre lo sguardo e negare la nostra presenza.
La cronaca ci racconta due episodi avvenuti in due province molto distanti fra loro, Viterbo e Manduria. Alto Lazio e profonda Puglia, un’accusa di stupro e una serie di aggressioni a carico di un anziano con disabilità, crimini in apparenza distanti tra loro per geografia e tipologia di reato.
Eppure un filo conduttore esiste non solo nella particolare gravità dei reati commessi e nella giovane età dei protagonisti, ma soprattutto nella indulgente complicità che alcuni adulti hanno mostrato di fronte ai fatti.
Spaventa la fragilità di alcuni genitori che, sgomenti, non riescono a riconoscere nei loro figli gli individui capaci di agire così al di là dei loro precetti. Fa inorridire la lucida reazione di altri alle prove di sfrontatezza e violenza che gli eredi gli forniscono al fine di compiacerli.
Raggela indubbiamente l’assenza di empatia per le vittime ma, soprattutto, il tentativo immediato di derubricare i reati e di sottrarre gli autori degli stessi al corso della giustizia.
Non è la prima volta che assistiamo a questo spettacolo. Sempre più spesso leggiamo di genitori vendicatori che aggrediscono le autorità costituite (di solito quelle scolastiche) ree di tarpare le ali o di comminare pene troppo severe ai giovani rampolli.
O scopriamo, appunto, padri che cercano di suggerire ai figli il modo di distruggere le prove dei loro reati e madri che realizzano improvvisamente che quell’individuo che abita in casa loro, forse, non è solo l’adolescente svogliato che mette in disordine, non ubbidisce, passa troppo tempo tra smartphone e videogame, va benino a scuola, ha tanti amici e suona la chitarra.
L’epifania peggiore per un genitore è proprio questa: trovarsi di fronte alla plastica realizzazione che i figli non solo non sono esattamente come ci eravamo immaginati ma nemmeno ci appartengono. Perché la verità, colpevolmente sottaciuta sin dal corso pre-parto, è che noi letteralmente li mettiamo al mondo ma da quel momento in poi è solo un accidentato percorso verso il distacco.
Sono persone, individui, con una loro indole, crescono nel nostro solco educativo ma non siamo gli unici ad influenzarne la sfera di valori, i sentimenti, le aspettative. Non sappiamo cosa ne sarà di loro, se saranno sani, civili, retti.
Non possiamo davvero prevedere che strada prenderanno e annaspiamo quotidianamente nel cercare di capire quale insegnamento potrebbe essere più utile per il loro futuro.
Cerchiamo di proteggerli e controllarli mettendogli in mano, sempre più presto, strumenti meravigliosi e terribili, senza renderci conto che il rovescio della medaglia è un illimitato potere di scelta e un costante desiderio di abbattere i confini entro i quali, secondo i nostri parametri forse un po’ antiquati, dovrebbero muoversi.
Vediamo quello che vogliamo vedere, siamo portati a ignorare i segnali che a volte arrivano dalla scuola, dalla rete sociale, dalle ragazze e dai ragazzi stessi. Siamo impreparati, incoerenti, ci sentiamo soli e disperati di fronte all’ipotesi di un problema e delle sue reali dimensioni anche perché, intimamente, sappiamo che l’ambiente che abbiamo contribuito a creare intorno a loro non è certo un giardino incantato.
Questi ragazzi infatti, “normali” (con tutto il peso e l’insensatezza contemporanea del termine) fino a prova contraria, sono figli di tutti, della società che quotidianamente gli costruiamo (o decostruiamo, dipende dal punto di vista) sotto gli occhi, delle sue verità e contraddizioni, dello spessore o dell’inconsistenza delle relazioni che siamo capaci di creare e alimentare dentro e fuori casa, delle nostre inadeguatezze e dei nostri tentennamenti, dei conflitti aspri che inneschiamo con i nostri pari su valori e tematiche che dovrebbero essere patrimonio condiviso, del trattamento che noi stessi riserviamo agli altri in generale e a determinate categorie sociali in particolare.
E allora a un certo punto eccoci costretti a sviluppare una tragica consapevolezza, sgomberando il campo dalle ipocrisie e facendo i conti con la realtà: anche nelle migliori famiglie può crescere un figlio che delinque (e per fortuna anche il contrario, come accaduto a Napoli dopo l’ultimo sanguinoso agguato nato in contesto camorristico). La mela può cadere lontanissima dall’albero.
Ed è qui che, fuor di stereotipo, fare il genitore diventa il mestiere più difficile del mondo. Sulla carta nessuno di noi può sapere come reagirebbe di fronte ad un fatto simile ma è in questo punto e momento preciso che si scoprono i nervi, si capisce se le connessioni sono sane, si comprende se i valori e l’amore che professiamo sono abbastanza solidi da sostenere il peso della responsabilità.
Perché è davvero doloroso vedere un educatore minimizzare o negare i fatti pur di non riconoscere la realtà di un figlio che sbaglia. Perché non possiamo volerli adulti e indipendenti quando ci fa comodo ma pretendere di parlare per loro conto e di sminuire le loro azioni e le loro scelte, anche quelle peggiori, quando queste si allontanano dalla nostra visione delle cose.
Questo modo di agire significa percepirsi non come organismo essenziale in un ecosistema che si mantiene in buona salute anche grazie alle nostre scelte, ma come grumo solitario, in guerra con tutti gli altri, teso soltanto a difendere la propria esistenza e quella dei suoi più stretti congiunti. Significa non aver compreso che il senso più alto dell’amore, anche di quello genitoriale, è dire la verità e offrire il proprio inesauribile sostegno per affrontarla.
Certo, anche i genitori, gli adulti, hanno il diritto di non essere abbastanza forti per sopportare un simile peso ed è per questo che dovremmo lavorare sempre parallelamente per costruire e mantenere comunità capaci di intercettare i problemi, reagire compatte, fermare le derive, espellere i veleni senza per questo trasformarsi in carnefici. Punire, ottenere giustizia, non dovrebbe mai fare rima con vendetta così come il bene più profondo non dovrebbe mai significare la negazione del nostro essere sociale, del nostro dovere di cittadini verso la collettività, pena la distruzione della sua stessa struttura e anche del modello educativo sano di cui tanto ci riempiamo la bocca.
Dovremmo interrogarci di più e meglio sulla nostra crescente e documentata ritrosia a prendere decisioni nette, ad accettare e gestire un conflitto sano, a far pesare il nostro ruolo di educatori e membri adulti della comunità senza per questo schiacciare i desideri e le individualità di chi sta crescendo.
Dovremmo ricominciare ad accettare all’interno dei nostri nuclei lo sguardo degli altri che spesso può svelarci cose che noi non riusciamo o non vogliamo vedere. Dovremmo ricordare che evitare l’emulazione e la normalizzazione di alcuni comportamenti è un lavoro che richiede la collaborazione di tutti, la famiglia da sola non basta, perciò l’educazione non potrà mai essere soltanto una questione privata ma è e deve rimanere un fattore essenziale di confronto e coesione sociale.

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Dei delitti, del pene.

Sono mesi che ho in lavorazione questo testo. Lo inizio, lo interrompo perché la vita esige il suo tributo e quando lo riprendo sono successe talmente tante cose che mi blocco al pensiero di doverle inserire tutte.

Uno dei mie problemi più gravi anche se meno evidenti (?) è la smania della perfezione, che tutto sia lindo e lucido, a festa, impeccabilmente adatto al contesto imminente e sufficientemente granitico da durare nel tempo senza perdere lo smalto.
Impossibile, inutile, ma le nevrosi sono difficili da superare.

Comunque, tornando al tema, abbiamo un problema con il cazzo.

E ce l’avete pure voi.

Non starò qui a riepilogare il numero impressionante di femminicidi e stupri (tre soltanto negli ultimi due giorni) oppure a ricordarvi che la scorsa settimana un giudice ha dimezzato la pena ad un uomo perché ha ucciso la compagna in preda ad una “tempesta emotiva” o, peggio, che soltanto il mese scorso un bambino di sette anni è stato massacrato dal compagno della madre perché con la sorellina di nove, giocando, aveva rotto la sponda di un lettino appena comprato. Ucciso. A botte. Prendete un bel respiro e ripetete questo concetto cento volte poi se ce la fate andate in terapia due volte a settimana per assicurarvi che l’idea vi procuri il giusto sgomento e smarrimento e disperazione e nausea e desiderio di cambiare questo sistema.

Sì perché qui parliamo di un sistema, quello patriarcale, che è ancora ben saldo in ogni società contemporanea e il cui simbolo, il cazzo appunto, è una persecuzione cronica per il genere femminile ma ormai in modo conclamato, esplicito e sdoganato, anche per qualunque soggettività non si conformi al modello base maschio, bianco, etero, cisgender, abile, alpha o presunto tale.
Questo organo del corpo maschile da mero strumento di piacere e riproduzione si trasforma in un’arma vera e propria che tenta di imporci il suo potere con la forza da quando nasciamo a quando moriamo, si spera di morte naturale.

E non sto parlando degli stupri e delle rappresentazioni più orribilmente plastiche di questo discorso ma di tutto il cazzo quotidiano che siamo costrette ad affrontare per arrivare salve a fine giornata.

Le disparità nel carico familiare, le disparità salariali e di opportunità di carriera, le mani sul culo in autobus, i commenti e le battute sessiste su ogni stramaledetto argomento dal caffè alla macroeconomia a ogni ora del giorno, le tette e le bocche sempre disponibili i ogni pubblicità di qualunque prodotto, il genio di turno che a reti unificate da’ della zoccola o del frocio al malcapitato di turno.

E noi giù a spendere centinaia di euro per comprare libri che rappresentino la vita un po’ meglio di così, giù a spiegare alle bambine e ai bambini che hanno gli stessi diritti e doveri, che possono piangere, mettere il colore che preferiscono, sottrarsi alla rappresentazione forzata dei fidanzatini e fidanzatine a cinque anni, che il corpo è il loro e nessuno ha il diritto di toccarli se non vogliono, manco i genitori. Giù, via, a fare salti mortali per proteggerli da una realtà schifosa che incalza, etichetta, definisce, giudica e sentenzia.

Poi, sempre più tristemente, a cominciare a pensare di dover insegnare alla propria figlia strategie e tecniche per imparare a capire cos’è una molestia e cercare di evitarla.
Doverla deludere dicendole che sì, purtroppo, in ogni ragazzo o uomo che incontrerà sulla sua strada potrebbe annidarsi un cazzo che non ha ancora superato la fase de “il mondo è mio, tu pure, faccio come mi pare, a bona vie’ qua, l’amore è bello quando è litigarello, dai era solo uno schiaffo, che te sei messa addosso, ‘ndo stavi co’ chi perché come te permetti, lo faccio perché ti amo troppo, se ti vesti così vuoi provocare”. Doverla rassicurare sul fatto che potrà amare chi vuole e nessuno le potrà imporre l’orientamento sessuale a suon di botte o stupro (eh sì, è successo anche questo: un padre ha stuprato la figlia per insegnarle l’amore dal verso giusto).

Cari padri, fratelli, figli, amici e parenti vicini e lontani, dovrete impegnarvi molto ma molto di più se volete davvero convincerci che avete capito che avere il cazzo, oggi, soprattutto in un paese come l’Italia, può significare essere nati sotto una bruttissima stella, quella che vi ha fatto crescere nell’idea che siete i primi, quelli normali, quelli a cui tutti gli altri devono assomigliare, che avete più diritti e più opportunità soltanto perché le altre e gli altri non si sono impegnati abbastanza, non c’è nessun favoritismo e nessun diritto di nascita.

Vi crederemo quando vi vedremo portare il vostro cazzo, finalmente libero da stereotipi e piagnistei del “ma io non sono così” (guardati intorno, sei una minoranza, lavora per diventare maggioranza), a tutte le manifestazioni in cui le femministe chiedono rispetto, parità, libertà e autodeterminazione per tutte e tutti.

Vi crederemo quando vi vedremo scendere in piazza da soli, non per sostenere aberrazioni come il Decreto Pillon ma per chiedere a gran voce la paternità obbligatoria paritaria, i nidi aziendali, il part-time, i permessi per andare dal pediatra, gli sgravi fiscali per le famiglie, l’educazione affettiva e sessuale nelle scuole, il ritiro delle pubblicità che sessualizzano i bambini, politiche concrete di contrasto al sessismo nello sport, sostegno psicologico per i genitori e gli educatori per imparare a riconoscere la violenza di genere e combatterla.

Vi crederemo quando vi vedremo fare un passo indietro di fronte a una compagna e una collega più competente, quando rinuncerete a dire la vostra se non aggiunge niente al discorso e una donna l’ha già detto meglio di voi.

Vi crederemo quando vi sentiremo fare discorsi diversi negli spogliatoi, quando sarete visibilmente imbarazzati dalle frasi dei vostri amici, dei vostri politici o artisti di riferimento e lo esprimerete con convinzione e senza paura di essere sminuiti, isolati, presi in giro per questo.

Vi crederemo quando smetterete di pensare al vostro cazzo come misura del mondo perché il fastidio che provate a volte a parlare con le femministe e gli attivisti LGBTQI dipende dal fatto che per noi le questioni di genere (per definirle nel modo più largo possibile) sono un’emergenza quotidiana che osserviamo e cerchiamo di combattere da sempre, spesso da sole, osteggiate, insultate, uccise.

Non è poi così strano che non vi sentiate protagonisti o sufficientemente considerati, non lo siete e non ci siete abituati. Però potete essere solidali e sodali riconoscendo per primi che il genere maschile ha un problema enorme, un problema che dovete cominciare ad affrontare da soli prima di tutto. Un po’ di autocoscienza sarebbe già moltissimo e vi assicuro che vi renderebbe molto più digeribili anche a quelle che voi considerate “integraliste” e che secondo voi vi odiano perché avete il cazzo.

Non vi odiamo, siamo solo molto occupate, tra le altre cose, a fare in modo che il vostro cazzo torni ad essere semplicemente quello che è, un organo, e non l’arma di distruzione di massa più pericolosa del pianeta.

Necessità

Vorrei riuscire a scrivere il pensiero che mi si forma in testa nell’esatto momento in cui nasce e invece vengo costantemente interrotta dalla realtà.

In questo periodo vorrei fare solo questo tutto il giorno.
Leggere e poi scrivere pensieri.

Peccato questa fastidiosa necessità di vivere.

Stelle e stalle

In principio l’unica e sola regina era Hello Kitty.
Poi un giorno arrivò Peppa Pig e la fece fuori senza tanti complimenti a botte di grugniti e pozzanghere di fango.
La gloria durò poco perché anche lei subì presto la stessa sorte drammatica per mano della temibile Masha dalla-Russia-con-furore.
Ma nel regno dei bambini non si dorme mai tranquilli (i venditori di palloncini lo sanno) e anche Masha e il suo scagnozzo Orso sono ormai caduti sotto i colpi della nuova criminalità organizzata: i Superpigiamini.

L’unico che non muore mai è il marketing.

Urban pool

Adottare soluzioni punk-romane per sopravvivere.
Al caldo, alle periferie abbandonate, alla cronica mancanza di spazi e servizi pubblici per chi non ha la casa al mare o, comunque, non può permettersi la spola (finendo peraltro nel merdaio conclamato Ostia-Fregene).
Ricordo che durante il viaggio a New York mi stupì moltissimo vedere giochi d’acqua nei playground (anche semplici zampilli da terra temporizzati) e guardando la grande varietà umana che frequentava i parchi l’idea mi parve davvero utile: una sorta di fontane di quartiere con le quali giocare quando ci sono 40° e non hai dove fuggire. Sarebbe tutto molto fattibile e molto bello se si sapessero spendere i soldi correttamente e con una visione.

Nel frattempo un grande #daje per la piscina abusiva.

Urban Pool

Avete rotto il cazzo

[disclaimer: post politicamente, moralmente e istituzionalmente scorretto, immotivatamente scelto per riattivare il blog dopo 3 anni di silenzio. Statece.]

Sono 20 anni che lavoro di cui 17 in comunicazione e relazioni pubbliche.
Sulla mia strada ho fatto, visto e affrontato di tutto: allestimenti alle 3 del mattino, relatori impazziti che ti danno buca all’ultimo momento, trombe d’aria e temporali che ti distruggono la location dell’evento, crisi mediatiche di ogni genere e sorta, combattimenti all’ultimo budget con amministratori delegati con manie di grandezza e tasche a chiocciola. Insomma tutto il corollario possibile di un lavoro che per sua stessa natura è incerto e mutevole.

Ho potuto però sudare, soffrire, piangere, incazzarmi e stancarmi fino allo svenimento alle dipendenze di un capo esigente (eufemisticamente parlando) ma capace, corretto e puntuale nelle scadenze (soprattutto quelle bancarie) e sotto l’ombrello di un blindatissimo contratto che mi ha consentito di ammalarmi, fare ferie e addirittura riprodurmi.
Ero una giovane polemica inesperta scassacazzi e ora sono una adulta polemica professionista scassacazzi ma ho avuto le mie chances: ho fatto la gavetta, sono cresciuta, ho preso degli aumenti, mi sono affezionata alla mia azienda e al mio lavoro, ho potuto fare le mie scelte, compresa quella di dire che questa vita così com’è non mi appartiene più (ma questa è un’altra storia e, forse, un altro post).

Ultimamente sento spesso un chiacchiericcio lamentoso di imprenditori e dirigenti che si dolgono perché non trovano “giovani o professionisti disposti a lavorare/sacrificarsi/fare la gavetta/crescere/prendersi responsabilità”, perché “arrivano qui e poi magari dopo 3 mesi non si trovano  bene e se ne vanno e noi dobbiamo ricominciare da capo”.

Come è possibile? Mo’ ve lo spiego come.

Avete passato gli ultimi 10 anni ad insegnare e ripetere fino allo sfinimento a studenti, stagisti, amici, parenti, figli, che:

  • il mercato è cambiato
  • bisogna essere flessibili
  • il posto fisso è superato
  • freelance a partita IVA è bello perché sei più libero
  • non ci sono certezze
  • bisogna avere competenze diversificate
  • bisogna essere disponibili a cambiare città o addirittura paese
  • bisogna saper parlare 12 lingue
  • l’esperienza è più importante dei soldi

e daje e daje loro hanno imparato, si sono adattati, hanno trovato nuovi modi e nuove forme e adesso, quando li volete ligi, ossequiosi e obbedienti dietro ad una scrivania a spalare la vostra merda triste 12 ore al giorno per 1000 euro lordi al mese vi mandano a cagare.

Non sviluppano nessuna affettività nei confronti dell’azienda, vi vedono solo come un bancomat che, al limite, può insegnargli una cosa nuova da vendere al prossimo giro.
Non si sacrificano fuori orario per il bene supremo della società, per una visione che appartiene solo a chi guadagna sulle loro spalle.
Non considerano un’opportunità dividere le responsabilità ma non i profitti, hanno altri paradigmi di professionalità (mi dici cosa vuoi, lo faccio, mi paghi, ciao) e di vita (mi piace la montagna, fanculo te e la tua reperibilità, vado 3 mesi in Nepal).
Non comprano casa e quindi sticazzi della garanzia del mutuo (tanto magari domani parto per Glasgow a imparare come si addestrano i salmoni).

E tutte queste cose gliele avete insegnate voi, in oltre 10 anni di crisi in cui avete mantenuto le vostre rendite di posizione sulle spalle di chi non aveva modo di “difendersi”. In 10 anni di “il tuo contratto scade tra 1 settimana e non te lo rinnoviamo, scusa il poco preavviso ma aspettavamo delle risposte dai clienti”, in 10 anni di stipendi striminziti, ingiusti e senza prospettive.

E così è arrivata la mutazione genetica e siete voi ora quelli spiazzati, quelli con le strutture mastodontiche, ministeriali, che non solo non riescono ad accogliere le forme di lavoro “liquide” che avete fortemente contribuito a creare, ma non rappresentano più nemmeno una reale attrattiva economica e professionale perché a queste persone l’idea di stare 10 o 20 anni nella stessa azienda a sudarsi 100 euro lordi d’aumento ogni 5 (quando va bene), fa venire l’orticaria.

Dove porterà tutto questo in termini economici e di mercato sul lungo termine di certo non so dirvelo io.

L’unica cosa che dal profondo del cuore mi sento di dire è:
loro hanno ragione e voi, davvero, avete rotto il cazzo.

 

 

Niente sesso, siamo giovani.

E’ qualche giorno che impazza sui giornali e in tv lo scandalo delle “baby squillo” e la cosa mi ha immediatamente fatto venire una lggera ma persistente forma di orticaria.
Così, tra una poppata e l’altra alla mia baby squillante di un mese giusto oggi, ho scritto di getto un pensiero sui gggiovani, sul sesso, sul nostro modo di vederlo e sul pessimo modo di parlarne e consumarlo. (Subito dopo c’è stato anche l’affaire Paolini ma ho preferito soprassedere anche se, per certi versi, queste parole si adattano anche a questa vita disgraziata).

Non dovremmo stupirci e colpevolizzare adolescenti che esprimono curiosità e desiderio sessuale e che fanno immani cazzate con enorme leggerezza (peraltro facilitati dalla nostra distrazione, ignoranza e resistenza alla loro crescita).
Dovremmo piuttosto non dare tregua agli adulti che trovano appetibile fare sesso con un minore e sono disposti a pagare per concedersi questo sfizio.
Sono tanti, sono troppi, sono ovunque intorno a noi, nascosti nelle pieghe della nostra normalità ipocrita che preferisce tenere i ragazzi il più a lungo possibile lontani dalla sessualità, piuttosto che renderli edotti e capaci di compiere scelte consapevoli, capire cosa è buono e cosa no.
E sì i social network facilitano, sì i cattivi esempi e la società dei consumi non aiutano, ma queste cose non sono la causa del problema.
La causa siamo noi, gli adulti, ed è da noi che deve arrivare se non la soluzione, almeno un segnale forte di cambiamento.
Magari si potrebbe partire dal linguaggio e dalla non amplificazione mediatica di dettagli pruriginosi ad uso e consumo dei voyeur e di tutti i “vorrei ma non ho il coraggio, mi accontento del racconto, ditemi di più, di più…”.
Oppure potremmo cominciare a ribadire che fare sesso può essere appagante anche se non c’è l’Amore purché ci sia divertimento, rispetto, reciprocità e attenzione alla salute.
E questo vale ad ogni età ma ancora di più in quella in cui fare esperienza è un mantra quotidiano, in cui tutti noi siamo stati almeno una volta in bilico su quel limite tra bene e malissimo, così grigio, così fumoso, così noioso.
E potremmo con l’occasione riflettere su come cerchiamo con ogni mezzo di evitare il conflitto, senza pensare alla più diretta conseguenza: si perde, da entrambe le parti, la capacità di dire “no, questo non mi piace, non lo faccio, non lo fai” con tutto il carico di responsabilità che comporta.

E’ dura, durissima, ma forse in questa società così veloce e radicalmente diversa da quella in cui noi siamo stati adolescenti, invece di continuare a guardarli come alieni e a dire “ai miei tempi era diverso”, dovremmo trovare strade nuove per interagire con questi individui, capirne le reali esigenze, i fastidi e le mancanze e smetterla di considerarli adulti solo quando ci fa comodo.
Dovremmo forse spostare l’obiettivo dal sesso in quanto tale e puntarlo su tutto lo squallido corollario di queste vicende che altro non fa che sottolineare quanto stiamo trascurando di chiedergli “ma tu in che paese vorresti vivere da grande?” e quanto, soprattutto, non abbiamo voglia davvero di ascoltare la risposta.