CV in formato europeo: Potemkin rules.

L’Europa ogni tanto sbaglia e non solo in materia economica.
Da qualche anno è d’uopo nonché d’obbligo utilizzare il CV in formato europeo.
Bello, pulito, ordinato con tutte le esperienze formative e lavorative
elencate per data, dalla più vecchia alla più recente.
Spazio adeguato per le competenze linguistiche e informatiche,
chiusura con le note personali.
Giusto oggi ne ho visionati una trentina alla ricerca di una persona da inserire in stage.
Risultato? Nessuno mi ha colpito, tutti mi hanno annoiato.
In pratica, l’equivalente della Corazzata Potemkin per Fantozzi.

L’impressione è che lo sforzo maggiore profuso dai giovani virgulti (alcuni peraltro ultratrentenni) sia stato più quello di non uscire dalla formula preordinata
che quello di esprimere le proprie capacità e aspirazioni.

Dai vecchi curricula che arrivavano in agenzia,
sebbene spesso eccessivi, imperfetti e fin troppo creativi,
si potevano intuire tante cose della persona che li aveva scritti.
Ansia da prestazione, desiderio di mettere in luce un’esperienza piuttosto che un’altra,
l’importanza data ad una certa materia di studi o al corso di danza del ventre (questa è vera, giuro), contenevano errori grossolani e finezze tattiche.
Ci si poteva leggere dentro l’estro o l’introversione, la capacità di vendersi e si poteva avere una visione che andasse un po’ oltre le semplici competenze.

Questa mania del modello europeo invece ha appiattito tutto, anche in un settore come la comunicazione dove la capacità di trasmettere messaggi in modo corretto e coerente rispetto ai propri obiettivi è un requisito fondamentale.
Mi trovo quindi di fronte a trenta documenti tutti uguali, senza personalità e quindi, dopo aver accuratamente selezionato le skills (come si dice in gergo) più idonee,
non mi resterà che seguire il mio metodo segreto di pre-selezione:
il segno zodiacale.

In bocca al lupo (e all’oroscopo).

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